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Sulla mia pelle racconta gli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi

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In questi giorni sono in corso le audizioni dei testimoni del caso Cucchi

Testo alternativo Un articolo di Pamela Crusco

…coincidente è anche l’uscita del film nelle sale italiane e sulla piattaforma di Netflix

Stefano Cucchi venne arrestato il 15 Ottobre 2009 perché trovato in possesso di sostanze stupefacenti quali hashish (ventun grammi) e cocaina (tre dosi) oltre che di una pasticca di Rivotril (farmaco per il trattamento dell’epilessia) che in certa misura può dare effetti psicotropi.

La notte tra il 15 e il 16 Ottobre, Stefano Cucchi subì  un crudele pestaggio da parte dei militari dell’Arma che quella notte si occuparono del suo arresto.

Venne poi accompagnato in una cella della caserma Casilina, qui il ragazzo dolorante e bisognoso della terapia farmacologica per la sua epilessia, rifiutò l’intervento dell’ambulanza intimorito dall’idea di mostrare i segni delle percosse.

Il mattino seguente si tenne la prima udienza, durante la quale si dichiarò “innocente per quanto riguarda lo spaccio e colpevole per quanto riguarda la detenzione”, venne dichiarato colpevole e venne fissata una seconda udienza per il mese successivo.

Stefano non parlò del pestaggio né al carabiniere che lo tenne in custodia la notte dell’arresto, né al giudice che lo condannò, né alle guardie penitenziarie che pure domandarono le cause di quei segni.

La vita di Stefano Cucchi, però, di lì a poco sarebbe finita: aveva dolori ed ecchimosi alla schiena e sugli occhi, era in evidente stato di denutrizione e aveva difficoltà nel deambulare.

Cucchi

Te com’è che stai conciato così?
So cascato da ‘e scale.
Quando ‘a smetteremo de raccontà sempre sta stronzata de’ scale?
Quando ‘e scale smetteranno de menacce.

Venne messa agli atti la dichiarazione del detenuto “caduta dalle scale”.

Trasferito in cella le sue condizioni peggiorarono di giorno in giorno, venne trasportato al Fatebenefratelli dove venne visitato e poi trasferito al Pertini.

Durante i cinque giorni di ricovero di Stefano Cucchi la famiglia cercò più volte di ottenere il permesso per visitare il ragazzo ma questa possibilità venne loro negata.

Il 22 Ottobre del 2009 Stefano Cucchi muore in una cella dell’ospedale Sandro Pertini di Roma a soli trentun anni, le cause del decesso vennero considerate incerte. Il primo processo venne intentato nei confronti del personale sanitario, reo di una scarsa assistenza nei confronti del malato.

Solo nel 2015 la Procura di Roma aprì un nuovo fascicolo, stavolta a carico degli agenti dell’Arma che avevano arrestato il Cucchi la notte del 15 Ottobre 2009, a seguito di testimonianze da parte dei detenuti, delle guardie carcerarie e del personale medico: l’inchiesta Cucchi bis.

Il film, diretto da Alessio Cremonini ripercorre l’ultima settimana di vita di Stefano, dall’arresto alla morte, e ricostruisce fedelmente tutti gli avvenimenti così come sono stati narrati dai testimoni.

La pellicola è stata presentata alla settantacinquesima edizione del Festival del Cinema di Venezia in apertura della sezione Orizzonti.

Nel ruolo di Stefano Cucchi, un bravissimo Alessandro Borghi e in quello della sorella Ilaria, Jasmine Trinca. Avevamo già visto questi due attori insieme in Fortunata, film diretto da Sergio Castellitto nel 2017. Degna di nota anche l’interpretazione di Max Tortora nel ruolo di Giovanni Cucchi, padre di Stefano.

La prima domanda che mi sono posta, da cinefila e da romana, riguarda la questione dell’adattamento.

Sulla mia Pelle è un racconto dettagliato, reale, di un avvenimento concentrato negli ultimi giorni di vita di un ragazzo. Questo spaccato di neorealismo viene proposto su una piattaforma internazionale come quella di Netflix, e sappiamo bene quanto sia caro lo scotto che si paga nel dover adattare il linguaggio filmico.

Ancor più difficile deve essere l’adattamento  di dialoghi costruiti su un linguaggio comune, non tipicamente cinematografico. Una scena disperata, come quella delle grida inascoltate di Stefano che chiede le sue medicine e poi torna a sedersi su una branda fredda e mormora sconsolato “l’anima de li mortacci vostra” tradotta non può avere la stessa forza dell’originale.

Il film è pacato, non mostra gratuitamente la violenza, ma solo i suoi segni; rispetta la memoria di Stefano e, al tempo stesso, lancia ponderate accuse a tutti i protagonisti di quella settimana.

Il marcio non sta solo nei militari che picchiano Stefano Cucchi, ma anche in coloro i quali abbassano gli occhi e fanno finta di non vedere: nel giudice che nulla domanda, nelle guardie carcerarie che si preoccupano solo di non essere coinvolte, nel personale sanitario che non mostra moti di pietà nei confronti del giovane.

Stefano Cucchi prima di essere un paziente, un malato denutrito, bisognoso di cure, prima di essere una vita da salvare è un detenuto. E come tale viene trattato.

La macchina della giustizia non dovrebbe avere ingranaggi inceppati così da assicurare l’equità delle pene. Il carcere  e la privazione della libertà costituiscono già da soli la giusta punizione ad ogni reato, nelle modalità e nei tempi indicati dai magistrati.

Potremmo dire che ognuno ha il suo compito in questa macchina e deve limitarsi a svolgere quello. Se questa semplicissima norma fosse rispettata oggi non dovremmo discutere sulla morte di Stefano Cucchi o di Federico Aldovrandi o degli altri 171 detenuti deceduti solo nel 2009 per cause incerte.

L’abuso di potere  uno dei tanti punti discussi nel dibattito riguardante l’abolizione della legge del 14 luglio 2017 sul reato di tortura.

Volendo concludere questo articolo, al solito, con un contenuto musicale non posso che fare menzione del verso di De André che spesso viene accostato al nome di Stefano Cucchi “Non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte mi cercarono l’anima a forza di botte

Ma il brano che voglio proporre io e che meglio affronta il tema dell’abuso di potere è questo


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