Il Futuro? Solidale…

Mimmo Cavallo

Siamo meridionali, parola di Mimmo Cavallo

in In Evidenza/La Musica/Simonetta Santamaria Blog by

Natura, folklore, povertà: ecco da dove nasce la musica migliore

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

Ricordate la canzone di Zucchero Vedo Nero, “come disse la marchesa camminando sugli specchi”? Un’ironica risposta che nella mia cerchia di amici si usa molto: be’, oggi sono fiera di essere colei che intervisterà il genitore di questa, e mille altre canzoni storiche del panorama italiano e, ancor di più, meridionale. Sto parlando di Mimmo Cavallo, signori. Il mitico autore di Uh, mammà! con la quale partecipò al Festivalbar del 1981 e della stessa Siamo meridionali, brano di esordio nel lontano 1980 che gli valse a prima botta una menzione speciale al premio Tenco.

In effetti da ragazzo ambiva a essere un piccolo Tenco… scriveva roba diversa, triste e dall’interiorità tormentata, perché non aveva mai percepito l’essere meridionale come una deminutio, neppure in quell’universo piemontese dove si era trasferito da bambino.
Ma poi cresci, e ti accorgi delle cose storte. E allora ecco che ti parte l’embolo, ti sale la scimmia sulle spalle e cominci a scrivere canzoni che risalgono alle tue radici, quelle dello splendido Salento e del sud in generale. Il sound acquisisce quel timbro blues, ma anche folk, e rock, e i testi smettono di raccontare tormenti interiori per parlare di tormenti storici, di guerre ingiuste, di usurpatori, di finti alleati, di invasori, di briganti/soldati, di un’unità d’Italia che ha distrutto un regno ricco di storia e cultura, usurpandone fino all’ultima pietra, riducendo il popolo a credere di essere davvero nullatenente, inferiore.

Questo, in sintesi, è ciò che si percepisce dalle sue canzoni; non solo, ma soprattutto. Sentiamo cosa ci dice lui:

– Mimmo, essere un artista del Sud: cosa è significato allora e cosa significa ora. Hai avuto la fortuna di entrare in contatto con molti artisti famosi e di conoscere il tuo mentore e produttore, Antonio Coggio: vivere a Torino ti ha in qualche modo agevolato il cammino o lo è stato più essere meridionale?
MC: Non so quale sia il ruolo di un artista, né tantomeno riesco ad immaginare un artista vincolato a un ruolo. Ognuno di noi produce qualcosa e sarà poi il mercato che editerà quel prodotto grazie a un incontro, al momento storico, al caso, ecc…
io non sapevo di essere meridionale e di essere un artista del sud. Alla fine degli anni 70 il sud con tutte le sue istanze andò “di moda”. Era il suo momento diciamo ed io, con tutte le mie canzoni, lo avevo in un certo senso anticipato, quasi presagito. Le mie canzoni, tra ballate e ironia, parlavano di un Sud invitto anche se sopraffatto dalla politica, dall’economia e dalla storia e dai luoghi comuni.
Incontrai Coggio in RCA a Roma. Un incontro casuale che dette il via al nostro lunghissimo sodalizio. Coggio era affascinato dal quel mio mondo musicale, dai riferimenti geografici e mitici, dal mio vissuto primario tanto ancestrale quanto originale. “Siamo Meridionali” fu il risultato dello scontro tra quel mondo mitico, adolescenziale, formatosi in Salento e la stridente nuova realtà del nord (Torino).

Edoardo Bennato, Rino Gaetano, quell’impronta rock e ironica che strizza l’occhio anche alla Nuova Compagnia di Canto Popolare; miscelare l’italiano col dialetto come a voler sottolineare un’appartenenza di cui andar fieri senza fare del rozzo sudismo o nordismo. Secondo Mimmo Cavallo natura, folklore e povertà sono tutti elementi di una musica superiore. La sofferenza ha storicamente generato il meglio.

MC: Non sono così masochista da ritenere che la sofferenza sia una roba positiva che genera il meglio. Intanto “meglio non soffrire”. È certo però che il blues e successivamente il jazz sono mondi musicali nati dalla sofferenza. Diciamo che la povertà (come la sofferenza) è sicuramente un male ma che può rivelare anche degli aspetti inaspettatamente positivi. La povertà, ad esempio, riesce a conservare (come la cenere, l’ambra) certi usi, costumi, suoni, riti, racconti, miti che possono essere estremamente importanti da un punto di vista antropologico e culturale.

– Molte tue canzoni sono, come tu stesso le hai definite, acido sonico urticante, tu canti per un Sud Invictus… Il Sud potrebbe quindi essere una valida risposta a un’Europa nordcentrica se solo si sradicassero i luoghi comuni che ci affliggono e ci affossano. La musica, la tua musica, credi che potrebbe far breccia nel senso civile e nella memoria storica di chi ci considera solo un fanalino di coda?
MC: Ridare voce al Sud, la verità. Questo e solo questo è tutto il senso, lo sforzo la tensione a cui aspiro. La verità su un Sud che non sa di sé. Dobbiamo tornare ad essere un’onda unica per provocare quel maremoto culturale a cui ambiamo. Purtroppo, ora come ora, siamo ancora rigagnoli, capillari. Le ragioni di questa frammentazione sono tante, complesse ed è difficile combattere contro i luoghi comuni e le falsità specie se queste ultime sono motivate da interessi economici. Il rischio è che il polipo si cucini nella sua stessa acqua. C’è una volontà a non far crescere il Sud. Un Sud sempre sotto scacco, dunque. Tutto questo fa parte di una mentalità politica di un nord nano e cieco che muovendosi per proprio tornaconto non si accorge che è il Sud il volano necessario per far ripartire il paese. Si chiama “controllo sociale attraverso l’economia” ed è nata, questa “filosofia”, nel 1861: “nani su iddi e vonnu a tutti nani

– Hai definito il Sud più tollerante, femmineo. Una bella immagine della nostra terra, che si avvita a perfezione su quella più scomposta e sanguigna della taranta, tipica della tua terra il Salento. Spiegaci la differenza che tu hai sottolineato tra tarantismo e tarantolismo.
MC: In genere la figura materna è tollerante. La figura paterna, invece, rappresenta l’autorevolezza e purtroppo molte volte l’autoritarismo. Tutto ciò ha un’origine storico-culturale. In tempi remoti, intorno al periodo minoico (età del bronzo) statuette di terracotta da grossi fianchi e grandi seni rappresentavano divinità femminili che alludevano chiaramente alla prosperità. Erano tempi in cui non vi erano dei della guerra e le città non avevano conseguentemente fortificazioni e il femmineo dominava. Alla fine della civiltà minoica arrivarono dalle steppe del nord popoli aggressivi, portatori di un dio della guerra. Le cose cambiarono repentinamente. Le città si fortificarono ma rimase, persistendo, in tutto il mediterraneo un elemento di venerazione verso la dea madre (a tal proposito invito a visitare la “menade dormiente” a Taranto) quasi come fossile di una remota inconscia tradizione (la venerazione di un dio femminile).
Il fatto che il fenomeno della taranta si sia poi conservata nel nostro territorio (Salento marginale, povero) è prova che certe poetiche possono, a condizioni particolari, sopravvivere e rinnovarsi. Nel nord del Salento, tra l’altro, il rito apotropaico per disinnescare il veleno del morso è rimasto una coreutica prima di intervento religioso. In questo senso può essere visto come un residuo di riti pagani. Per quanto riguarda poi la differenza tra tarantismo e tarantolismo ricordo che quest’ultimo è il fenomeno del morso del ragno, mentre il tarantismo rappresenta essenzialmente l’elemento simbolico, il mito di Arakne che ci parla di Dioniso riportandoci a quel mondo prima dell’invasione dorica che ha lasciato, in tanta parte del mondo, tracce di sé.

Abbiamo prima citato Zucchero ma Mimmo ha scritto brani per tantissimi artisti da botto come, giusto per citarne alcuni, Fiorella Mannoia, Gianni Morandi, Ornella Vanoni, Loredana Bertè, Syria e l’indimenticabile Mia Martini. Con lei Mimmo ha avuto un sodalizio artistico e un legame quasi spirituale davvero forte, anche dopo la sua scomparsa: è stato ospite all’Anteprima Festival Mia Martini lo scorso 27 dicembre al Teatro Bibiena di Mantova e altre iniziative sono in itinere. “Sentivo la sua sofferenza, quella ricerca di radici che comprendevo”, ci ha spiegato. Una su tutte, ha duettato con lei nella canzone Ninetta, un vero capolavoro di poesia.

– Hai avuto il privilegio di essere protagonista della scena musicale in quanto cantautore in primis, ed esserlo attraverso i tuoi brani cantati da altri: quale versione di Mimmo Cavallo ami di più? Hai ancora la dipendenza da palco che dichiarano di avere molti artisti, come una droga da cui non ci si riesce a disintossicare?
MC: Il cantautore è coincidente con l’autore, almeno nel mio caso. Non ho mai scritto canzoni “per altri artisti” ma le collaborazioni sono nate attraverso un rapporto di amicizia e stima reciproca. Il palco mi manca anche se una certa mia pigrizia mi dispone a stare più dietro le quinte che in prima linea.

E con questo ci congediamo, per il momento, da Mimmo Cavallo ma non dalla sua arte. Perché se è vero che c’è un ritorno alla cosiddetta musica meridionalista, lui è e resterà sempre in testa al corteo, pronto a sventolare la bandiera. Ripulita da stemmi invasori.

Simonetta Santamaria, è scrittrice di thriller e horror. Giornalista, irriducibile motociclista, amante dei gatti e delle orchidee.
Il suo sito è www.simonettasantamaria.net


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