Il Futuro? Solidale…

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Mariano Brustio ricorda che “Era una giornata di sole”. Il suo nuovo racconto

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cover Mariano BrustioMariano Brustio ci racconta che “Era una giornata di sole”.Il suo nuovo romanzo

Tra Genova e il Canada, il lungo racconto di viaggio e di speranza scritto da Mariano Brustio.

Un Articolo di Lucilla Corioni
Un Articolo di Lucilla Corioni

Qualche anno fa in gita su un lago nel novarese, mi sono tornate in mente storie che temevo si fossero assopite o nascoste fra i risvolti dei pensieri e delle incombenze più urgenti. E con mia sorpresa mi sono ritrovato a ricordare quello che alcuni amici mi avevano raccontato, fra un whiskey ed un altro, ed immagini di una terra quasi sconosciuta sovrapposte ad una città che ho amato e che amo: Genova. E così fra un carruggio e l’altro mi sono divertito a ricamare i ricordi di parole e immagini intessute di sole lettere e vocaboli. E a qualche lettore complice era pure piaciuto questo mio tentativo. Ma non mi sembrava ancora abbastanza. E come per quelle raccolte di canzoni che svelano fra le tante già ascoltate un solo unico inedito, o fra quei libri di immagini già viste migliaia di volte, ma che fanno riaffiorare una foto perduta, ho rimesso mano al racconto e gli ho dato una forma compiuta, ho restituito alla mia memoria la forma di una storia precisa. Questo mio romanzo, arricchito di altri sei anni di ricordi, non è la fine del racconto, ma l’inizio di un viaggio al battesimo di un mare spero per una volta compiacente”.

(Mariano Brustio)

Il romanzo di Mariano Brustio è incentrato sulle vicende dello sventurato marinaio Eugenio e della sua compagna Susanne, orfana dei genitori svizzeri, cresciuta in un sanatorio immaginario della riviera ligure ed allevata poi presso una facoltosa famiglia genovese. Racconto particolarmente focalizzato sulla statura psicologica dei personaggi e sull’alone poetico che li avvolge. Racchiude in sé più vicende di vita, amore e amicizia. L’ambiente marinaresco, i paesaggi del Québec, le avventure di Jacques e Mireille fanno da contorno al racconto che spazia degli anni ‘60, sino ai primi anni ’80, spaziando per luoghi tutti reali, dai laghi del novarese alla Svizzera, da Genova al Canada, ed approdando in un paese immaginario lungo la costa canadese. Questi luoghi fanno da sfondo all’umanità dei personaggi, intorno ai quali s’intrecciano altre storie di protagonisti all’apparenza marginali, ma che sul piano del racconto sostengono le vicende di Eugenio e Susanne e del loro figliolo Jacques, divenendo efficaci testimoni dei protagonisti e dell’intera storia narrata. Un romanzo delicato, piacevole da leggere e appassionante sino alle ultime righe. Il finale potrebbe lasciare leggermente l’amaro in bocca, ma nello stesso tempo consegna un messaggio d’ottimismo e speranza, con quell’ultimo accento sulla ‘giornata di sole’ che è anche icona dell’opera.

Mariano Brustio, classe 1959, ha collaborato alla stesura dei volumi su Fabrizio De André “E poi il futuro” – Mondadori 2001, “Belin, sei sicuro?” – Giunti 2003, come coautore al libro “Volammo Davvero” – Fondazione De André – Bur 2007 e per diversi mesi ha lavorato fianco a fianco a Fernanda Pivano durante la preparazione del volume “The Beat Goes On” – Mondadori. Storico socio fondatore della omonima Fondazione, ha curato decine di mostre itineranti su Fabrizio De André e la sua opera, dal 2000 ad oggi, spesso con il regista Pepi Morgia. Ha pubblicato suoi scritti e collaborato alla realizzazione del CD “Ed avevamo gli occhi troppo belli” ed al DVD “Ma la divisa di un altro colore” per la “editrice A”, con la quale tuttora collabora pubblicando articoli sulla rivista mensile “A”. Ha collaborato alla pubblicazione di un dossier relativo al cantautore francese Georges Brassens (A rivista n. 371) e ad un dossier relativo alle condizioni del Mar Mediterraneo (A rivista n.373). Ha collaborato alla realizzazione del DVD Fabrizio De André in Concerto – edito dalla Fondazione Fabrizio De André – BMG-Ricordi 2004 curandone la dettagliata discografia ufficiale. Nel 2016 ha pubblicato un suo racconto sul volume Fondazione “Nelle ferite del Tempo” (Photocity 2016), pro terremotati. Ha recensito racconti e romanzi di vari autori, non solo in ambito musicale e ne ha curato la presentazione pubblica in Italia. Vive e lavora accanto al lago Maggiore.

Andiamo ad incontrare l’autore:

Chi è Mariano Brustio?

Mariano Brustio è un autore curioso. Certo mi piacerebbe essere considerato uno scrittore. Lo scrittore è colui che per professione scrive libri, che siano romanzi, saggi, non ha importanza. In Italia non credo vi siano più di 50 scrittori che possano vantarsi della professione. Ci sono giornalisti che pubbblicano articoli e saggi, qualcuno anche romanzi, io precauzionalmente mi considero un autore. La scrittura non mi dà il pane. La curiosità invece è un ingrediente che mi appartiene da sempre. E non la confondo con il pettegolezzo, come a volte qualcuno o tanti fanno. Essere curiosi ti porta a scoprire mondi che non ti appartenevano. Ti porta a conoscere quel filo che unisce le storie, ti posta a conoscere certi autori che ti erano sconosciuti, a volte anche solo leggendo gli autori di una canzone o le dediche e le citazioni nelle prime pagine di un romanzo. Tempo fa scrivevo che in questo modo sono arrivato a scoprire gli autori della beat generation, ero poco più che un bambino, e in anni più recenti ho scoperto autori come Leonard Cohen e Georges Brassens, e attraverso quel fil rouge che unisce le esperienze e le vite di persone che non si sarebbero mai incontrate, ho conosciuto un amico che mi regalato il privilegio della sua prefazione al mio racconto. Giancarlo De Cataldo, e non è cosa da poco.

Le sue esperienze e il suo impegno nel mondo dell’arte e della cultura sono di importante rilievo.

Quando si è avvicinato a questo mondo, e quando si è sentito così attratto specialmente dalla musica d’autore…quella vera?

Devo necessariamente partire da lontano. Da ragazzo mi infilavo di nascosto nello studio di mio padre e cercavo fra i suoi dischi solo quelli che erano accompagnati, nell’altra parte della libreria, dagli spartiti o dai libretti. E spesso finivo per ascoltare le sinfonie di Beethoven seguendo le partiture dell’orchestra. Conosco a memoria ogni attacco dell’Inno alla Gioia eseguito da Toscanini. O i concerti Branderburghesi di Bach o il clavicemabalo ben temperato. É così che imparato a suonare il suo pianoforte, di nascosto da lui, musicista, che temeva glielo scordassi. Con il passare degli anni e con la radio spesso accesa, ogni tanto mi sorprendevo a canticchiare certe melodie che ti rimanevano nelle orecchie, ma soprattutto a cercare di ricordare le parole e i versi di certe canzoni. E fra le rime che non recitavano cuore-amore, c’era un certo Fabrizio, molto raramente alla radio, che sapeva conciliare musica e parole. E come dicevo prima da lì sono stato fulminato, uno po’ come diceva Leonard Cohen “passando sotto l’arco di Elvira” parlando di Garcia Lorca, sono stato fulminato dicevo dalla dissacrazione di un certo Brassens che veramente non le mandava dire a nessuno. E ricordo le difficoltà nella ricerca dei dischi o dei libri. Mi ha aiutato l’eta un poco più matura quando varcando il confine sono arrivato in Francia dove mi si è aperto un mondo. Con tutto questo voglio dire che la musica deve essere un’occasione. Per innamorarti delle melodie, per ballare sul ritmo o dentro una sinfonia, ma deve essere per me un punto di partenza. Per aprire nuove strade, per osservare le cose da un punto di vista diverso, in qualche caso per unire, avete presente “We Are The World”, ecco in questo senso oppure, per rimanere in casa nostra, la parata di musicisti al Carlo Felice di Genova nel 2000 per Fabrizio De Andrè, ecco in quel caso la musica è stato solo un pretesto. E ho voluto trasferire anche nel mio romanzo la musica, intesa in questo senso, come se fosse un punto di partenza che esce allo scoperto solo nella seconda parte, per opera di una ragazzina che imbraccia la chitarra e canta Suzanne (complice Leonard Cohen in questo caso come mi ha scritto Giancarlo De Cataldo, per la magnifa ossessione che ci unisce) la musica dicevo, non poteva non punzecchiarci e starne lontano Era il posto e il momento giusto. E parlando un po’ di quello che ho scitto vorrei dire che la musica non doveva prendersi l’intero racconto e relegare le emozioni da altre parti. Ma del resto e qui mi contraddico, se non ci fosse stata la musica non ci sarebbe stato un romanzo, pieno di racconti che mi sono stati donati, così a gratis, anche da quei musicisti amici che avevano una classe ed una fantasia creativa unica, ma soprattutto quella curiosità che manca a tanti e che ho voluto far mia attraverso il mezzo della parola. Se un autore, un musicista, uno scrittore non ti sa suscitare almeno la stessa curiosità che lo ha spinto a scrivere la sua opera, temo a mio giudizio che serva a poco. Nel mio romanzo non so se ci sono tutti gli insegnamenti di questi artisti, ma almeno ci ho provato. Quando Fernanda Pivano tanti anni fa ha letto qualche pagina di questo racconto, peraltro era solo un abbozzo elementare nella trama e nell’esposizione, ha preso il telefono e ha cominciato a chiamare qualche suo amico editore. Mi ha scritto una pagina intera per il mio racconto, ma non ho voluto approfittare della sua assenza e metterla in cima al romanzo. Il rispetto per questa straordinaria persona che mi ha insegnato davvero tante cose, ha avuto la meglio e ho preferito conservare quelle parole solo per me stesso. Se qualcuno più curioso degli altri ne volesse leggere qualche riga, potrei anche condividerlo. 

Ci racconti un episodio particolare vissuto con il grande Fabrizio De Andrè.

Più che un episodio in particolare, un insegnamento dettato dalla sua straordinaria grandezza e semplicità.

Eravamo dietro le quinte di un teatro, non ricordo se a Novara o a Biella, comunque non lontano da casa mia, in Piemonte. Era il 1992 o 1993, durante il Tour in Teatro, e io avevo il privilegio di andare ogni tanto a sbirciare le prove. Il primo tempo era dedicato alle Donne ed il secondo tempo agli Uomini. Io ero appunto dietro le quinte e seguivo una per una le sue canzoni, peraltro quelle anche di Brassens e poi di Leonard Cohen. Ad un certo punto Fabrizio incomincia a raccontare delle traduzioni da Leonard Cohen, dopo aver eseguito Nancy e Giovanna d’Arco. E io mi aspettavo Suzanne. Niente. Aspetto la fine del concerto mentre rientravamo in camerino e gli chiedo il perchè della omissione della canzone, lui si siede mi appoggia la mano sulla spalla e mi dice: “E belin Mariano a te piace Suzanne, a quell’altro Carlo Martello e io sto qui due settimane”. Lo incalzo: “ ma scusa, hai fatto due versioni di Suzanne, una più rifinita dell’altra, hai detto più volte che è la canzone più bella di Leonard Cohen e non la canti?”. “A beh è vero, ma ricordati bene, quando hai una bella canzone e fai una raccolta o un best off in un CD o un concerto come questo, devi sempre riservarti la possibilità di farne uno in futuro, magari lasciando fuori canzoni apparentemente maggiori rispetto a quelle dell’album…” lo interrompo e dico: “E beh ma Suzanne è la canzone forse più bella e sicuramete la più conosciuta di Leonard Cohen, e poi se non ci fossi stato tu che hai fatto conoscere Leonard Cohen in Italia…”, “e beh si hai ragione Mariano è vero, belin ci penso, magari la proviamo, ti dirò se facciamo in tempo per il prossimo concerto”. 

Ecco, sarà un ricordo poco significativo, ma lui che si ricrede e mi dà ragione, dimostra la grandezza dell’artista, la semplicità con la quale spiega certe cose, ma soprattutto il suo immenso senso dell’umiltà e la necessità di accettare, chiamiamole a volte critiche o consigli. Credo che i grandi siano disposti a farlo molto più di tanti artisti che durano un’estate o poco più.

Il suo impegno nella Fondazione De Andrè

Credo di ricordare che una fra le prime esperienze sia stata con la allora “Associazione Fabrizio De Andrè” nel modenese, anno 2000 o 2001. Mi avevano chiamato Pepi Morgia e Vincenzo Mollica. Si era sparsa la voce fra gli addetti ai lavori che avevo delle cose interessanti di e su Fabrizio, cose uniche. E mi hanno permesso di esporre qualche vinile ed altro fra i manoscritti di Fabrizio, per far comprendere, io credevo, l’immensa opera di ricerca che stava fra i risvolti dei testi nelle canzoni di Fabrizio. Salvo scoprire poi che l’attenzione del pubblico andava quasi solo alle immagini; avete presente la differenza fra Media Caldo e Media Freddo, la definizione di Marshall Mc Luhan? Ecco la semplifico così, è meno faticoso guardare un’immagine che leggere o scoprire l’origine di un testo. Mi ricordo che in qualche occasione avevo esposto alcune pagine tratte da un libro di leggende indiane, dei nativi del Canada: “The Contest between Coyote e Spider Woman”. Mi chiederai che c’entra. É la leggenda da cui Fabrizio ha tratto l’incipit della canzone “Se ti tagliassero a pezzetti”. Mi spiego meglio. Una leggenda commentata verso per verso da cui Fabrizio trasse una strofa. Una sola. E chissà quanti altri libri aveva letto per comporre solo quella strofa. Ti faccio un altro esempio. La sua canzone “Smisurata Preghiera”, non è tratta solamente da una raccolta di versi e poesie di Alvaro Mutis, dalla Summa di Maqrol per intendersi, ma da almeno 9 romanzi e altrettante poesie dove fra le pagine trovi due parole o un verso da cui Fabrizio ha tratto il suo testo. Puoi esporre in mostra tutto quello che vuoi o che hai avuto la fortuna di condividere da questi Artisti, grazie alle ricerche fatte o dai ricordi dei suggerimenti di Fabrizio stesso, ma stai sicuro che avranno sempre meno importanza di una foto ben colorata. E di queste mostre ne ho fatte circa sessanta in giro per l’Italia, da Palermo ad Aosta appunto, con l’auto sempre stracarica, ma purtroppo con poche soddisfazioni di questo genere. É ben vero che il suo mandolino barocco–genovese attraeva più pubblico rispetto ad un suo libro chiosato e sottolineato, o che il pubblico ti chiedeva il manifesto con la sua foto, ma lo sconforto ti resta, eccome se ti resta. Sono stati stampati decine e decine di libri in questi vent’anni, ed ognuno tira Fabrizio per la giacchetta per avallare le proprie tesi, titoloni con Fabrizio De Andrè scritto in maiuscolo, o sue frasi estrapolate da un contesto particolare per sostenere questa o quella tesi. Cosa voglio dire: quando con la Associazione e poi con la Fondazione abbiamo allestito queste mostre, l’intento era, almeno da parte mia, avallato naturalmente dalla Fondazione, quello di far conoscere cosa c’era dietro un lavoro di ricerca e di cesello di un Artista con la A maiuscola. Ricerca, attenzione alle sillabe e non solo alle parole, curiosità, meticolosità, incazzature e tutto quello che ci vuoi aggiungere. Esporre un vinile con una canzone che Fabrizio decise di cambiare o eliminare dal successivo LP dovrebbe far chiedere allo spettatore la ragione di quella scelta. E magari darsi da fare per comprenderla. Purtroppo il risultato è stato l’opposto. Un’altra volta mi è capitato di esporre un 45 giri, il promo di Spoon River per capirsi, che conteneva “Un Matto” e “Un giudice”.  Ho messo ben in evidenza che sulla copertina si parlava di un successivo LP che avrebbe compreso “Dieci canzoni, dieci modi di vivere di dieci essere umani”. Ebbene, l’LP uscito qualche settimana dopo conteneva solo nove di queste dieci canzoni. Ed avevo fatto, ricordo, un cartello con una domanda ben diretta: “Sapete che fine ha fatto la decima canzone ormai persa ?”. Nessuna risposta. Ovvero volevo punzecchiare il pubblico nella propria bramosia di avere ed ottenere tutto quello che Fabrizio, L’Artista Fabrizio intendo, aveva magari scartato per una delle sue (ignote) ragioni. Fallimento totale nella indifferenza più totale. La curiosità non aveva fatto effetto. 

Ma l’effetto opposto invece è stato anni dopo con la pubblicazione in un’occasione di un ventennale di un disco in genovese di tutto quello che a Fabrizio non era a suo tempo piaciuto abbastanza e lo aveva cambiato o modificato nella versione finale del suo disco del momento. Ma allora, mi chiedo, il rispetto dove è finito? Una volta durante un convegno cui partecipavo, Antonio Ricci pubblicamente disse che mai avrebbe voluto vedere i santini con il volto di Fabrizio stampato sulle medagliette o sulle magliette. Ebbene, mi dispiace per entrambi, per lui e per me, ma li hanno pure stampati, e ci sono luoghi di culto molto ben frequentati dove comprarli. Se la curiosità si deve spingere solo al possesso di quella foto o a quel disco dove viene pubblicata la versione diversa della canzone ecc. ecc. forse non abbiamo capito granché di quello che l’Artista ha voluto trasmetterci. E quelli che si vantano oggi di andare in direzione ostinata e contraria, non si sono accorti che stanno andano tutti insieme nella stessa direzione.

Dori mi ha sempre definito un ipercritico, il Talebano n°1 fra i suoi amici, ma rendiamoci contro aprendo bene gli occhi che purtroppo le cose non sono troppo diverse da come le ho descritte. Ben vengano le centinaia di libri su Fabrizio, ma se manca la curiosità per andare oltre, allora la diffusione anche della conoscenza della società, guardata da un punto di vista diverso, è miseramente fallita. 

Vuole spiegarci da dove è venuta l’esigenza di scrivere questo racconto, forse la voglia di inviare un messaggio ben preciso?

No, per niente. Non voglio mandare messaggi. Non è nel mio stile, non desidero portare il lettore ad amare o condannare un personaggio. Desidero solo descrivere certe situazioni, certi accadimenti da un punto di vista diverso rispetto alla maggioranza di coloro che sciverebbero e supporterebbero a spada tratta la propria opinione. Io voglio mostrare appunto un punto di vista diverso in modo che il lettore si faccia una propria opinione. Questo lo ha colto molto bene Giancarlo De Cataldo che nella sua prefazione ha scitto testualemente: “un autore che crede nella compassione e si astiene da ogni frettoloso giudizio morale: perché, come dice Chepi, la sposa indiana di un rude boscaiolo del Québec, “Grande Spirito, preservami dal giudicare un uomo prima di aver percorso un miglio nei suoi mocassini”.

Pensa che un libro o una canzone possano cambiare qualcosa dentro l’anima delle persone?

Spero che un libro, uno dopo l’altro almeno, possano cambiare sia le cose che l’anima. E infatti in Italia si legge ben poco. Credo sia l’augurio di ognuno che si accinge a scervellarsi per descrivere una storia compiuta. Anche se lo sforzo è immane ed i risultati spesso sono poco soddisfacenti, rimane il tentativo fatto di averci provato. Fabrizio per esempio ha sempre cantato degli ultimi, dei poveracci, degli sfortunati, eppure i barconi e le navi piene di questi poveracci vagano per il Mediterraneo senza trovare un porto aperto. E poi certi nostri politici votati dalla maggioranza si dichiarano amanti delle sue canzoni. I casi sono due: o noi che ci crediamo brave persone, accoglienti, simpatiche, disponibili e amorevoli siamo persone finte, e siamo la maggioranza, oppure non abbiamo capito davvero niente andando a scegliere i nostri rappresentati politici fra coloro che fanno esattamente l’opposto di quello che dichiarano di aver imparato dalla cultura, dai libri e dalla vita. Basta aprire un social media e rabbrividire per certe dichiarazioni.

Cosa significa per lei scrivere.

Significa semplicemente testimoniare le esperienze vissute, condirle nel mio caso della fantasia, rivivere al meglio certi momenti rimanendo libero di portare la storia verso una direzione più confacente. Insomma dar libero sfogo a quello che si sente, intendo dire il sentire come uno dei sensi, il provare una sensazione che dia libero sfogo ad una emozione e tentare di regalare questa emozione al lettore. Qualcuno meglio di me una volta diceva che scriveva per una incontebile riaffiorare della memoria. In certi momenti mi è accaduta la stessa cosa, riprendendo i racconti di tanti amici genovesi e non e trasferirli in un racconto tutto mio. Poi nessuno si accorge che i racconti sono storie pseudo-vere, non hai un nome famoso, le major dell’editoria ti snobbano perchè nessuno rischierebbe le proprie “palanche” su un perfetto sconosciuto, e queste storie vere narrate da questi amici-artisti rimangono privilegio per pochi, ingabbiate nelle pagine. 

Mi pare di comprendere che Genova, il sole, e il suo mare siano tre elementi che ama molto.

Cosa rappresentano per lei questi tre elementi?

In particolare, cos’ha Genova secondo il suo punto di vista di così magico?

Permettetemi di fare una digressione e di spiegarmi meglio, almeno per il lavoro che a Genova ho dovuto fare e ricercare. 

In questi anni per conto della Fondazione ho fatto un lavoro di ricerca per comprendere la lunga storia della editoria musicale e delle stampe dei vinili di Fabrizio De Andrè. É stata ripresa da Guido Harari in un libro intitolato “E poi il futuro”, poi da Riccardo Bertoncelli in “Belin sei sicuro”, ma soprattutto nel DVD edito dalla Fondazione De Andrè con il famoso concerto del Brancaccio di Roma, divenendo la discografia ufficiale a cui tanti si sono poi “ispirati”, diciamo così. E tralascio le decine di pubblicazioni successive apocrife e non. La storia del disco, ce la raccontava il fratello di Beppe Grillo, è complessa e complicata, almeno per De Andrè. Arrivo alla città. Genova è la patria indiscussa del mondo cantautorale e si parla di un progetto che dovrebbe dare alla città l’imprimatur e finalmente un vero museo per tutti questi artisti, per non permettere che la disattenta memoria ne cancelli l’immensa opera di cui possiamo oggi godere i frutti. E valorizzare meglio di come si faccia ora, la storia della cultura musicale è quello che tutti ci aspettiamo. Genova è la città che accanto ad una nota cioccolateria conserva ancora quel soffitto viola cantato da Gino Paoli, oggi forse ridipinto, ma è lì e nessuno potrà traslocarlo. Genova è il posto in cui torno sempre volentieri a respirare anche gli odori del porto e in cui un giorno una signorina francese si innamorò di un capitano di Marina, ma questo se volete lo leggerete nel mio romanzo. Genova è stata la città in cui sono nate case discografiche, nel tempo fallite e poi risorte, ma anche e purtroppo album falsi apparsi come meteore e poi spariti solo dopo accennate denunce imminenti, insomma, un bel pasticcio dentro il nostro mondo sempre più assetato e dissennato. Genova aveva due stemmi: uno scudo con una croce rossa al centro e due grifoni con la coda bassa ai lati ed anni dopo lo stemma alzò la coda ai grifoni. Quello stesso stemma venduto chissà per quale esatto motivo alla città di Londra. Andate a stupirvi in Piazza De Ferrari ad osservare il vecchio stemma sul basamento dei lampioni. Ed anche qui i meno attenti e curiosi cadranno dalle nuvole. Genova saprà discernere fra i veri cultori delle arti e i meno onesti. 

Genova è una città ferita. Oggi più che mai. È considerata il centro storico più grande d’Europa, fatto di carruggi con opere d’arte e bassorilevi che non si vedono in nessun altro posto al mondo. Genova ha una percentuale di motocicli quasi come quella di Bangkok. Adesso è tagliata in due letteralmente, dopo il 14 agosto del 2018. E ha bisogno di aiuto, di sostegno, di gente capace che pulisca il corso dei fiumi e dei torrenti e non si stupisca che quando piove la città sia allagata. Nel mio racconto scrivo questo: “Eugenio il Capitano poteva vedere la sua Genova e la schiuma del suo mare messa lì a proteggerla, con quella costa che gli fa da orlo cucito a mano, imperfetta, fatta di tante piccole insenature e baie dove è facile trovare rifugio, ma è difficile poter approdare. Fatta di monti che a due passi dalla riva ti proteggono dallo straniero, fatta di odori forti e di sapori della terra e di fiori, variopinte pennellate a guardia dei gerani sui balconi e delle persiane semiaperte.” Ecco mi piacerebbe vederla di nuovo così, per innamorarmi di nuovo di questa città calpestata e usata dai meno attenti e da tante persone scaltre che prediligono le “palanche” alla bellezza ed alla cultura che Genova ci può offrire. Ai più curiosi si intende. 

Quando gli scrittori escono con un libro nuovo, in genere hanno già iniziato a scrivere il prossimo.

E’ così anche per lei?

Assolutamente sì, è la storia riaffiorata da chissà quale quaderno del Capitano Jacques Traverso e di sua moglie Mireille Boucher, comandante di fregata della Royal Navy Canadese. E chi sono mi chiederete? Siate curiosi, leggete “era una giornata sole” e capirete.

Dove si può trovare il libro:

 

Mariano Brustio contatti:

mariano.brustio@live.it

https://www.facebook.com/profile.php?id=100004432902517


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Ufficio Stampa per artisti professionisti, emergenti, e scrittori. Partner e collaboratrice di Videoradio Edizioni Musicali. Promotrice di musica, arte e cultura. Organizzatrice di eventi culturali.

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