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Teatro: la Miniera del Ginevro

Magnetic Festival: la miniera diventa teatro

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Teatro: Lavorare in miniera può essere piacevole

Un Articolo di Emiliano Esposito
Un articolo di Emiliano Esposito

Nell’accezione comune andare a lavorare in miniera significa spaccarsi la schiena con un lavoro fisicamente e psicologicamente devastante. Pensare di svegliarsi la mattina con il dovere di andare nelle profondità della terra a spaccare pietre, scavare, respirare gas e rischiare di morire ogni minuto per mancanza di ossigeno, per una frana, per una fuga di gas deve essere un’esperienza allucinante. Ma andare a lavorare in miniera, può essere una delle esperienze più incredibili e belle che si possa fare nella vita, soprattutto se l’andare in miniera non significa scavare ma cantare.

E’ quello che mi capita di fare da qualche anno a questa parte, d’estate, sull’Isola d’Elba e precisamente a Capoliveri nella Miniera del Ginevro.

Quella del Ginevro è l’unica miniera sotterranea dell’Isola d’Elba ed è il giacimento di magnetite più grande d’Europa. Nei primi anni del ‘900 le indagini sul territorio confermano la presenza di “lenti” di magnetite molto compatta dando inizio ai primi lavori a cielo aperto negli anni ’30, quando i minatori scavano brevi tratti di gallerie ad 81, 54, 30 e 6 mt sopra il livello del mare, per esplorare la grandezza e la ricchezza del giacimento e scoprono che il deposito si estende ben sotto il livello del mare. Così intorno al 1960 si comincia a scavare il cuore più profondo della miniera, la discenderia, più di 350 gradini sottratti alla durezza della roccia, per raggiungere -24 e -54 metri sotto il livello del mare e avviare così l’avventura sotterranea.
La roccia durissima e compatta del Ginevro si affronta con martelli perforatori ad aria compressa e tonnellate di dinamite, conquistando un metro al giorno di strada, in compagnia di buio, rumore e polvere.

Un’impresa titanica e davvero efficiente che, lavorando a pieno ritmo, può portare in superficie 100 Tonnellate di minerale all’ora. Eppure nel 1981 la miniera elbana chiude, causa la concorrenza dei paesi in via di sviluppo, e le tonnellate di Magnetite rimaste quaggiù diventano riserva nazionale strategica; la galleria del Ginevro è lo scrigno di un tesoro sotterraneo che, le carte dicono, si può un giorno aprire di nuovo.

La miniera, invece, non ha più aperto i battenti per l’estrazione della magnetite. Ora è un museo che chiunque, accompagnato dai minatori stessi, può visitare per rendersi conto di come fosse il lavoro e la vita dei minatori.

Dal 2015, la Miniera del Ginevro è diventata la splendida cornice e palcoscenico naturale del Magnetic Festival, rassegna dedicata all’arte musicale in ogni sua espressione: operetta, opera lirica, musica classica e barocca. Organizzato dall’Associazione Culturale MaggyArt di Capoliveri e patrocinato dal Comune di Capoliveri, ha inaugurato un’inedita programmazione artistica coniugando un alto livello di offerta culturale alla scoperta delle bellezze dell’Isola d’Elba.

Cantare su un palcoscenico di sì rara bellezza, circondato dal mare e dal profumo della macchia mediterranea non ha prezzo.

Per arrivarci, bisogna percorrere una strada a strapiombo sul mare lunga qualche km, un percorso che ti fa stare con il naso schiacciato sul vetro del finestrino per godere appieno ogni momento di quel viaggio, ogni goccia di quel mare blu da togliere il fiato, ogni albero, ogni barca, ogni raggio di sole. Vorresti che quel viaggio non finisse mai, che quella strada arrivasse direttamente nel mare. Invece no. La strada finisce, e arriva alla Miniera del Ginevro, che ti accoglie con il colore caratteristico del ferro, con le baracche nelle quali dormivano i minatori, con i camion che caricavano la terra, i carrelli che trasportavano il minerale, le lampade appese ai muri. E inizi ad immaginare come doveva essere dura 40, 50, 60 anni fa lavorare li. La strada appena percorsa ora è asfaltata ma fino allo scorso anno era ancora sterrata. Ma c’è differenza nel percorrerla con un mezzo di oggi e con un mezzo di decine di anni fa, con gli ammortizzatori che lasciavano il tempo che trovavano. E inizi a figurarti le testate che i minatori dovevano dare al tettuccio del camion che li trasportava.

Il nostro pullman rallenta e inizia a percorrere l’ultima discesa, quella che ci porta alla platea vera e propria che ospiterà il pubblico partecipante allo spettacolo. Il palcoscenico sembra un signore seduto al centro della cava. Tutto intorno è roccia che avvolge e protegge la scena, il retropalco e la platea stessa. Ci si guarda intorno e ci si sente piccoli. Alle spalle del palcoscenico, sulla sommità della roccia un albero di ginepro, quasi fosse uno spettatore curioso di assistere allo spettacolo senza pagare il biglietto. Giochi di luci spettacolari esaltano l’ambiente circostante, facendoci quasi credere di essere in un luogo fuori dallo spazio e dal tempo.

Fare parte di un’operazione così bella quanto complessa mi rende orgoglioso: al di là della resa artistica di cui non scriverò per conflitto di interessi, mi interessa farvi partecipi di come sia encomiabile l’idea di riqualificare e valorizzare un luogo che, per tutti, è sinonimo di lavoro durissimo, fatica e dolore. Dal 2015, su quel palcoscenico, hanno preso vita alcune delle opere più popolari di tutto il panorama lirico mondiale: Rigoletto, Aida, Il trovatore, Madama Butterfly, Tosca, Il barbiere di Siviglia, Carmen, La vedova allegra, La traviata, Don Giovanni e ancora se ne vedranno nella prossima edizione, quella dell’estate 2019.

Ogni sera centinaia di spettatori gremiscono lo spazio dedicato al pubblico, occupando tutte le sedie disponibili anzi, costringendo l’organizzazione all’aggiunta di alcune sedie per soddisfare la richiesta. Questo riempie di soddisfazione me e i miei colleghi, orgogliosi sulle assi di quel palcoscenico tenendo a fatica gli occhi sul direttore d’orchestra che, invece, vorrebbero continuamente spaziare sulla splendida cornice che ci circonda. Qualcuno pensa che l’opera lirica sia morta. Invece l’opera lirica è viva e contribuisce a dare vita nuova a luoghi così lontani (fino ad ora) dalla musica, abituata a vivere nei teatri lirici ad essa dedicati.

Il prossimo anno, se ne avete voglia, venite a godervi una vacanza sull’Isola d’Elba: godetevi il suo mare, il suo cibo, i suoi abitanti, le sue strutture.

A fine giornata, poi, venite a rilassarvi in miniera!

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