Il Futuro? Solidale…

La sindrome di Nonna Papera

La sindrome di Nonna Papera: la festa dell’amore… una tantum

in Pianeta Donna/Simonetta Santamaria Blog by

È da schifo ricordarsi di avere un altro a fianco solo a san Valentino

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

Il mio gatto è coccolone. È un felino dalle pulsioni amorevoli ed effusioni travolgenti. Lui non si limita ad acciambellarsi sulle gambe come l’immaginario collettivo vede un gatto; lui si arrampica, punta al collo, alla faccia, ti soffoca col suo pelo, ti circonda con le zampe e stringe. Lui abbraccia, come un bambino. Come un amante che non vuole rassegnarsi a un addio.
I maschi sono sempre melodrammatici.
La gattina invece è molto più composta nelle effusioni: lei si limita a trotterellare tra le gambe degli uomini di casa tirando su la coda e camminando sulle punte delle zampette, sculettando come la più scafata delle seduttrici. Ma poi sul divano prende un posto solo per lei, niente commistioni di corpi, niente contatto. Lei manifesta la sua indipendenza.
E allora ecco che m’è venuto in mente un argomento bizzarro ma in tinta con la mia anima nera: la vedovanza.
Riflessione notturna basata su soggetti conosciuti.
Prendiamo in esame prima I Vedovi.
L’uomo che resta solo si abbandona alla disperazione, dichiara al mondo che la sua vita è finita, che non c’è più ragione di esistere. Non si nutre più, di cucinare non se ne parla (magari non l’ha mai fatto quindi perché cominciare proprio ora che vuole morire) a meno che non ci pensi la parente o la vicina compassionevole. Comincia a trascurare l’igiene, non si sbarba, non si cambia, vive con gli stessi vestiti stazzonati finché l’immagine riflessa nello specchio non diventa imbarazzante: è l’immagine del martire, della sofferenza. Voglia di reagire pari a zero.
Le Vedove, invece.
Se ne fanno una ragione già al ritorno dal cimitero. Dopo qualche giorno sgombrano l’armadio del caro estinto e fanno beneficenza. E trascorso il tempo necessario a scongiurare la figura della Vedova Nera, le vedi muoversi in gruppi a fare gite, partecipare a tornei di bridge o di burraco, iscriversi al corso di pilates o al cineforum. Perché la vita continua, e non è una scelta.
Tirando le somme, direi che se mariti e mogli ricordassero più spesso che tempus fugit, il che comprende anche il tempo destinato a stare insieme, è da schifo ricordarsi (ammesso che si ricordi) solo a san Valentino di portare un fiore, una scatola di cioccolatini, il libro dell’autore prediletto o di preparare il suo piatto preferito. Soprattutto se gli altri 364 giorni si passano a ignorarsi, a desiderare di essere single, o tra le carni di un o un’amante.
Perché se per Cyrano l’amore è un apostrofo rosa tra le parole t’amo, molto più spesso è lo spazio che intercorre tra il desiderare l’altare e la tomba… dell’altro.
Quindi non buon san Valentino, ma piuttosto che sia san Valentino un po’ più spesso di un giorno all’anno. Solo un po’.

Simonetta Santamaria, è scrittrice di thriller e horror. Giornalista, irriducibile motociclista, amante dei gatti e delle orchidee.
Il suo sito è www.simonettasantamaria.net


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