Il Futuro? Solidale…

La sindrome di Nonna Papera

La sindrome di Nonna Papera: il destino dei nomi

in Pianeta Donna/Simonetta Santamaria Blog by

Dicono che ogni nome ha il suo destino. Dev’essere vero.

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

Mio marito, ad esempio, si chiama Attalo. Attalo, Diego, Manlio per la precisione (e poi capirete il senso della mia precisazione) ma il suo primo nome è Attalo. Come Attalo I, valoroso re di Pergamo, in Asia Minore, nel lontano 241 a. C.
Credo che mio marito sia l’unico in Italia a portare il suo nome. E, come era ovvio, da subito tutti hanno preferito chiamarlo Diego, me compresa. Sulla fede c’è scritto Diego, e il suo onomastico cade il 13 di novembre.
Diego è uno studioso, un cultore della conoscenza, un pragmatico: non per niente fa il chirurgo. E continua a studiare, annegato nei suoi sacri testi con lo stesso piacere con cui io annego in un romanzo di Stephen King. Sono convinta che quando guarda un film alla televisione, più che alla trama pensa a come sarebbe interessante operare di duodenocefalopancreasectomia il protagonista. Per amenità legge saggi storici, teorie matematiche, fisica quantistica… Adora viaggiare, la sua testa è sempre altrove rispetto al culo. Il suo ideale sarebbe stato fare il chirurgo itinerante.
Abbandonata nel vortice dei miei pensieri ho bruciacchiato le zucchine.
Detesto cucinare. Lo so fare, e manco tanto male, ma lo detesto. Un difetto imputabile alla genetica perché io l’ho ereditato da mia madre. Per fortuna i miei mangiano qualsiasi cosa, dal manicaretto (raro come un rotolo di Qumran) alla cibaglia arrangiata all’ultimo momento. Perché a me capita spesso di dimenticarmi della cena. Quando sono al computer e m’infilo in una storia, il mio universo si trasferisce in una dimensione parallela, e il tempo non esiste più.
Infatti mentre sto qui a scrivere, Diego passerà a comprare un paio di polli arrosto.
Quando mi arrabatto di mala voglia tra i fornelli penso alla mia amica Letizia. Lei sì che è una cuoca provetta. Qualunque schifezza tra le sue mani diventa una leccornia. È che ci mette estro e fantasia. A me la fantasia si scatena solo davanti allo schermo bianco di un computer.
È anche vero che Letizia non saprebbe inventarsi neppure un pensierino…
Oggettivamente, il suo nome è tutto un programma. Evoca l’immagine di una donnina profumata di sapone di Marsiglia aggirarsi canticchiante per casa mentre si concede un giro di valzer con l’aspirapolvere o brandisce con leggiadria il suo piumino tra le suppellettili senza romperne neanche una. Guarda caso, anche mia nonna si chiamava Letizia, come la mia amica perfetta, e sapeva cucinare benissimo.
A me, i miei genitori volevano chiamarmi Desirée. Come la loro automobile. E poi uno si domanda perché da bambina avevo la fissa di diventare meccanico e preferivo i camion alle bambole… Come potrebbe piacere la cucina a una che doveva chiamarsi come una macchina? Magari, se mi avessero dato il nome mia nonna, sarei diventata una brava, remissiva e produttiva donnina di casa.

Ciao, Fabri (bacio)… ciao Adri (bacio)… ciao Diego (bacio).
Mio marito è l’unico in famiglia con tre nomi che non possono essere abbreviati o storpiati.
Un marchio di serietà.
Attalo-Diego-Manlio D.O.C.
Credo più che mai nel destino dei nomi.

Simonetta Santamaria, è scrittrice di thriller e horror. Giornalista, irriducibile motociclista, amante dei gatti e delle orchidee.
Il suo sito è www.simonettasantamaria.net


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