Il Futuro? Solidale…

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Simonetta Santamaria

Simonetta Santamaria has 39 articles published.

La sindrome di Nonna Papera: oje vita, oje vita mia! Napoli vs Real Madrid, che sfida!

in Il Sociale/Pianeta Donna/Simonetta Santamaria Blog by
La sindrome di Nonna Papera: oje vita, oje vita mia!

Il Napoli nel cuore, sempre. Anche fuori porta

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

Ieri si è giocata una partita di calcio. Non una qualsiasi ma l’andata degli ottavi di Champions League. Non un’andata qualsiasi, perché giocava il Napoli. Non contro un avversario qualsiasi, perché ha giocato contro il Real Madrid.
Lo so che quei “qualsiasi” che per me sono un’affermazione dell’opposto per alcuni di voi potrebbero sembrare, al contrario, dei veri “qualsiasi” ma vi assicuro che anche solo a nominarlo, il Gigante, fa paura. Campione del Mondo, campione d’Europa, oggi prima in classifica nella Liga. 32 titoli nazionali, 11 vittorie – e primato assoluto – proprio in Champions. 19 Coppe di Spagna, 9 Supercoppe di Spagna, 1 Coppa de la Liga, 2 Coppe UEFA, 3 Supercoppe europee, 3 Coppe Intercontinentali, 2 Coppe del mondo per club e 1 Coppa Iberoamericana…
Il Napoli a confronto è un Davide con la fionda, rappresentata dai suoi 2 scudetti, 5 Coppe Italia, 2 Supercoppe italiane, 1 Coppa UEFA e 1 Coppa delle Alpi.
Ma, excursus storici e palmarès a parte, la fede calcistica per il Napoli è incrollabile, passando per crisi, sconfitte e scivoloni fino alla serie C1. E quindi l’evento di ieri sera andava celebrato in ogni caso perché Davide stava per affrontare con la sua fionda il Gigante che, per ventura o sfortuna che sia, gli era capitato in sorte. In casa sua, per giunta. Io ci sono stata, al Santiago Bernabéu, e vi assicuro che è roba da mozzare il fiato a entrarci da spettatore, figuratevi da protagonista.
E, a proposito della sottoscritta…
La sottoscritta iersera si è trovata nella capitale per motivi di lavoro ma mai avrebbe potuto perdersi la partita: così si è aggirata tra le pizzerie della zona, dove le probabilità di beccare un pizzaiolo napoletano erano più alte della doppietta di Mertens auspicata da molti tifosi, ed è finita da un napoletano doc con doppio schermo e collegamento a Mediaset Premium. Nonché un’interessante storia da raccontare che, come gli ho promesso, mi farò raccontare una prossima volta, “senza partita però, che così stiamo più quieti.”
È stato fantastico, come essere a casa. Eravamo tutti napoletani, lì dentro, per nascita e fede calcistica. Per una sera, quel locale è stato nostro. Tra un trancio di ottima pizza e una jastemma, tra un chitemmuorto e un crocchè di patate, la mia ansia è stata quella di altre 50 persone, la mia gioia pure, l’amarezza per la sconfitta anche.
E, durante l’intervallo, il proprietario fa partire la base, prende il microfono e intona ‘O surdato ‘nnammurato con una voce degna di Caruso. Perché dal lontano ’75 il vero, unico e solo inno del Napoli è e resta lui.

Oje vita, oje vita mia
oje core ‘e chistu core
si’ stata ‘o primmo ammore
e ‘o primmo e ll’urdemo sarraje pe’ mme!

I Righeira si possono fottere, per quanto mi riguarda. Non c’è storia, oje vita, oje vita mia. E tutti lì a cantare a squarciagola, chi con la mano in petto, chi battendole a ritmo… Il calore del popolo napoletano è incredibile, coinvolgente, travolgente. È amore carnale, è passione.

Ce la siamo giocata con orgoglio, al di là del risultato (come recita il sempiterno striscione della Curva B) e ora aspettiamo il Gigante, a casa nostra stavolta. Dove lo faremo sentire meno grande, ne sono sicura. Perché una fionda sarà pur sempre una fionda, ma il nostro cuore azzurro in quanto a grandezza non lo batte nessuno.
Ah, per cronaca (e per i soliti detrattori che vogliono donne e calcio su due pianeti diversi, come per la guida e la meccanica), molte di noi del gentil sesso sanno di pallone quanto voi maschietti: fuorigioco, palle inattive, ruoli e zone; sappiamo pure distinguere il primo palo dal secondo, pensa un po’…
Non ci sottovalutate, signori, le donne possono riservare delle splendide sorprese, e non necessariamente sotto i vestiti.

Simonetta Santamaria, è scrittrice di thriller e horror. Giornalista, irriducibile motociclista, amante dei gatti e delle orchidee.
Il suo sito è www.simonettasantamaria.net


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Siamo meridionali, parola di Mimmo Cavallo

in La Musica/Simonetta Santamaria Blog by
Mimmo Cavallo

Natura, folklore, povertà: ecco da dove nasce la musica migliore

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

Ricordate la canzone di Zucchero Vedo Nero, “come disse la marchesa camminando sugli specchi”? Un’ironica risposta che nella mia cerchia di amici si usa molto: be’, oggi sono fiera di essere colei che intervisterà il genitore di questa, e mille altre canzoni storiche del panorama italiano e, ancor di più, meridionale. Sto parlando di Mimmo Cavallo, signori. Il mitico autore di Uh, mammà! con la quale partecipò al Festivalbar del 1981 e della stessa Siamo meridionali, brano di esordio nel lontano 1980 che gli valse a prima botta una menzione speciale al premio Tenco.

In effetti da ragazzo ambiva a essere un piccolo Tenco… scriveva roba diversa, triste e dall’interiorità tormentata, perché non aveva mai percepito l’essere meridionale come una deminutio, neppure in quell’universo piemontese dove si era trasferito da bambino.
Ma poi cresci, e ti accorgi delle cose storte. E allora ecco che ti parte l’embolo, ti sale la scimmia sulle spalle e cominci a scrivere canzoni che risalgono alle tue radici, quelle dello splendido Salento e del sud in generale. Il sound acquisisce quel timbro blues, ma anche folk, e rock, e i testi smettono di raccontare tormenti interiori per parlare di tormenti storici, di guerre ingiuste, di usurpatori, di finti alleati, di invasori, di briganti/soldati, di un’unità d’Italia che ha distrutto un regno ricco di storia e cultura, usurpandone fino all’ultima pietra, riducendo il popolo a credere di essere davvero nullatenente, inferiore.

Questo, in sintesi, è ciò che si percepisce dalle sue canzoni; non solo, ma soprattutto. Sentiamo cosa ci dice lui:

– Mimmo, essere un artista del Sud: cosa è significato allora e cosa significa ora. Hai avuto la fortuna di entrare in contatto con molti artisti famosi e di conoscere il tuo mentore e produttore, Antonio Coggio: vivere a Torino ti ha in qualche modo agevolato il cammino o lo è stato più essere meridionale?
MC: Non so quale sia il ruolo di un artista, né tantomeno riesco ad immaginare un artista vincolato a un ruolo. Ognuno di noi produce qualcosa e sarà poi il mercato che editerà quel prodotto grazie a un incontro, al momento storico, al caso, ecc…
io non sapevo di essere meridionale e di essere un artista del sud. Alla fine degli anni 70 il sud con tutte le sue istanze andò “di moda”. Era il suo momento diciamo ed io, con tutte le mie canzoni, lo avevo in un certo senso anticipato, quasi presagito. Le mie canzoni, tra ballate e ironia, parlavano di un Sud invitto anche se sopraffatto dalla politica, dall’economia e dalla storia e dai luoghi comuni.
Incontrai Coggio in RCA a Roma. Un incontro casuale che dette il via al nostro lunghissimo sodalizio. Coggio era affascinato dal quel mio mondo musicale, dai riferimenti geografici e mitici, dal mio vissuto primario tanto ancestrale quanto originale. “Siamo Meridionali” fu il risultato dello scontro tra quel mondo mitico, adolescenziale, formatosi in Salento e la stridente nuova realtà del nord (Torino).

Edoardo Bennato, Rino Gaetano, quell’impronta rock e ironica che strizza l’occhio anche alla Nuova Compagnia di Canto Popolare; miscelare l’italiano col dialetto come a voler sottolineare un’appartenenza di cui andar fieri senza fare del rozzo sudismo o nordismo. Secondo Mimmo Cavallo natura, folklore e povertà sono tutti elementi di una musica superiore. La sofferenza ha storicamente generato il meglio.

MC: Non sono così masochista da ritenere che la sofferenza sia una roba positiva che genera il meglio. Intanto “meglio non soffrire”. È certo però che il blues e successivamente il jazz sono mondi musicali nati dalla sofferenza. Diciamo che la povertà (come la sofferenza) è sicuramente un male ma che può rivelare anche degli aspetti inaspettatamente positivi. La povertà, ad esempio, riesce a conservare (come la cenere, l’ambra) certi usi, costumi, suoni, riti, racconti, miti che possono essere estremamente importanti da un punto di vista antropologico e culturale.

– Molte tue canzoni sono, come tu stesso le hai definite, acido sonico urticante, tu canti per un Sud Invictus… Il Sud potrebbe quindi essere una valida risposta a un’Europa nordcentrica se solo si sradicassero i luoghi comuni che ci affliggono e ci affossano. La musica, la tua musica, credi che potrebbe far breccia nel senso civile e nella memoria storica di chi ci considera solo un fanalino di coda?
MC: Ridare voce al Sud, la verità. Questo e solo questo è tutto il senso, lo sforzo la tensione a cui aspiro. La verità su un Sud che non sa di sé. Dobbiamo tornare ad essere un’onda unica per provocare quel maremoto culturale a cui ambiamo. Purtroppo, ora come ora, siamo ancora rigagnoli, capillari. Le ragioni di questa frammentazione sono tante, complesse ed è difficile combattere contro i luoghi comuni e le falsità specie se queste ultime sono motivate da interessi economici. Il rischio è che il polipo si cucini nella sua stessa acqua. C’è una volontà a non far crescere il Sud. Un Sud sempre sotto scacco, dunque. Tutto questo fa parte di una mentalità politica di un nord nano e cieco che muovendosi per proprio tornaconto non si accorge che è il Sud il volano necessario per far ripartire il paese. Si chiama “controllo sociale attraverso l’economia” ed è nata, questa “filosofia”, nel 1861: “nani su iddi e vonnu a tutti nani

– Hai definito il Sud più tollerante, femmineo. Una bella immagine della nostra terra, che si avvita a perfezione su quella più scomposta e sanguigna della taranta, tipica della tua terra il Salento. Spiegaci la differenza che tu hai sottolineato tra tarantismo e tarantolismo.
MC: In genere la figura materna è tollerante. La figura paterna, invece, rappresenta l’autorevolezza e purtroppo molte volte l’autoritarismo. Tutto ciò ha un’origine storico-culturale. In tempi remoti, intorno al periodo minoico (età del bronzo) statuette di terracotta da grossi fianchi e grandi seni rappresentavano divinità femminili che alludevano chiaramente alla prosperità. Erano tempi in cui non vi erano dei della guerra e le città non avevano conseguentemente fortificazioni e il femmineo dominava. Alla fine della civiltà minoica arrivarono dalle steppe del nord popoli aggressivi, portatori di un dio della guerra. Le cose cambiarono repentinamente. Le città si fortificarono ma rimase, persistendo, in tutto il mediterraneo un elemento di venerazione verso la dea madre (a tal proposito invito a visitare la “menade dormiente” a Taranto) quasi come fossile di una remota inconscia tradizione (la venerazione di un dio femminile).
Il fatto che il fenomeno della taranta si sia poi conservata nel nostro territorio (Salento marginale, povero) è prova che certe poetiche possono, a condizioni particolari, sopravvivere e rinnovarsi. Nel nord del Salento, tra l’altro, il rito apotropaico per disinnescare il veleno del morso è rimasto una coreutica prima di intervento religioso. In questo senso può essere visto come un residuo di riti pagani. Per quanto riguarda poi la differenza tra tarantismo e tarantolismo ricordo che quest’ultimo è il fenomeno del morso del ragno, mentre il tarantismo rappresenta essenzialmente l’elemento simbolico, il mito di Arakne che ci parla di Dioniso riportandoci a quel mondo prima dell’invasione dorica che ha lasciato, in tanta parte del mondo, tracce di sé.

Abbiamo prima citato Zucchero ma Mimmo ha scritto brani per tantissimi artisti da botto come, giusto per citarne alcuni, Fiorella Mannoia, Gianni Morandi, Ornella Vanoni, Loredana Bertè, Syria e l’indimenticabile Mia Martini. Con lei Mimmo ha avuto un sodalizio artistico e un legame quasi spirituale davvero forte, anche dopo la sua scomparsa: è stato ospite all’Anteprima Festival Mia Martini lo scorso 27 dicembre al Teatro Bibiena di Mantova e altre iniziative sono in itinere. “Sentivo la sua sofferenza, quella ricerca di radici che comprendevo”, ci ha spiegato. Una su tutte, ha duettato con lei nella canzone Ninetta, un vero capolavoro di poesia.

– Hai avuto il privilegio di essere protagonista della scena musicale in quanto cantautore in primis, ed esserlo attraverso i tuoi brani cantati da altri: quale versione di Mimmo Cavallo ami di più? Hai ancora la dipendenza da palco che dichiarano di avere molti artisti, come una droga da cui non ci si riesce a disintossicare?
MC: Il cantautore è coincidente con l’autore, almeno nel mio caso. Non ho mai scritto canzoni “per altri artisti” ma le collaborazioni sono nate attraverso un rapporto di amicizia e stima reciproca. Il palco mi manca anche se una certa mia pigrizia mi dispone a stare più dietro le quinte che in prima linea.

E con questo ci congediamo, per il momento, da Mimmo Cavallo ma non dalla sua arte. Perché se è vero che c’è un ritorno alla cosiddetta musica meridionalista, lui è e resterà sempre in testa al corteo, pronto a sventolare la bandiera. Ripulita da stemmi invasori.

Simonetta Santamaria, è scrittrice di thriller e horror. Giornalista, irriducibile motociclista, amante dei gatti e delle orchidee.
Il suo sito è www.simonettasantamaria.net


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La sindrome di Nonna Papera: 2016, annus horribilis

in Pianeta Donna/Simonetta Santamaria Blog by
La sindrome di Nonna Papera

Anno bisesto, beato chi resta. E in effetti…

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

Lo diceva sempre mia nonna. Diffidate dagli anni bisestili almeno perché forieri di malasorte; e a capodanno ci forniva una serie di santi e amuleti scacciasfortuna, un mix tra sacro e profano che avrebbe dovuto proteggerci dagli attacchi della scalogna.
Questo 2016 è stato brutto. Orrendo, a dirla tutta. Per quanto mi riguarda, uno dei peggiori che la memoria ricordi. Per ragioni personali e mondiali.
Annus horribilis, lo hanno definito i media. La musica ha subito un’ecatombe, da David Bowie che ha aperto le danze, passando per Glenn Frey, Colin Vearncombe, Paul Kantner, Maurice White, Keit Emerson, Prince, Leonard Cohen, Pete Burns, e George Michael a chiudere la fila. Cultura e cinema non se la sono passata meglio: Umberto Eco, Dario Fo, Bud Spencer, Anna Marchesini, Carrie Fisher e sua madre Debbie Reynolds.
Stendiamo un velo pietoso sulle vittime delle stragi, degli attentati, e dei comuni mortali a noi vicini, e quelli di cui non sapremo mai niente.
Però.
Però noi siamo ancora qui, ancora in piedi.
Neppure quest’anno maledetto ci ha buttati giù.
Per quanto abbia fatto schifo, io un paio di traguardi li ho segnati. Ho sconfitto il cancro. Per la seconda volta, dopo vent’anni (perché, come Stephen King ci insegna, a volte ritornano), e ancora una volta l’ho battuto sul tempo. Mi è dispiaciuto invece apprendere che il chirurgo che mi ha operata è morto, pure lui. Troppo giovane.
Ho pubblicato un romanzo. Sebbene non con le modalità che avrei voluto, Seguimi nel Buio ha visto la luce e sta viaggiando bene.
La Sindrome di Nonna Papera continua a ottenere consensi così come Io Giornalista: la nostra famiglia si allarga giorno per giorno e di questo non posso essere che grata. Grata a voi, amici lettori, che con i vostri consensi ci fornite la benzina per andare avanti.
Perciò, avanti tutta. Affrontiamo il nuovo anno con ottimismo perché questo che sta morendo non ci ha portati con sé. E mi pare di per sé già un bel traguardo.
È inutile dannarsi per avere quello che non possiamo avere; meglio fare il massimo con ciò che abbiamo.
Buon 2017, quindi. Che anche se finisce con un numero notoriamente sfigato, se siamo sopravvissuti a questo, ci farà un baffo.
Auguri, amici miei. Da parte di Nonna Papera, Io Giornalista e la sottoscritta. Domani è un altro giorno, domani è un altro anno.

Simonetta Santamaria, è scrittrice di thriller e horror. Giornalista, irriducibile motociclista, amante dei gatti e delle orchidee.
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Pape Satàn Aleppe

in La Musica/Simonetta Santamaria Blog by
Pape Satàn Aleppe

Ecco a noi il nuovo CD degli Osanna.

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

E il Sommo Poeta sarebbe fiero di essere l’ispiratore del brano che dà il titolo al nuovo lavoro dei mitici Osanna perché la qualità è davvero alta, anche stavolta.
In distribuzione dal 18 novembre, a solo un anno di distanza da Palepolitana, Lino Vairetti e il suo gruppo ci stupiscono ancora con oltre 80 minuti di ottima musica, nella migliore tradizione di prog rock che ha reso gli Osanna il fiore all’occhiello della musica partenopea e un’icona in quello internazionale.
È un live. Un live registrato in multitracce che comprende il meglio del loro repertorio classico più alcune cover eccellenti rivisitate alla maniera degli Osanna che vanno dalla splendida Michelemmà (un arrangiamento superbo), Fenesta Vascia, Santa Lucia ad Auschwitz di Guccini, Il Mare di Pino Daniele, da Vorrei Incontrarti di Alan Sorrenti all’immortale Non mi Rompete del Banco.
Pape Satàn Aleppe è l’unico inedito: il brano parte con un intro in cui vengono recitati i primi sei versi del Canto VII dell’Inferno per poi aprirsi in tutta la sua potenza verso un sound decisamente rock. Il girone dei dannati come metafora di una Napoli soffocata dai molti lati oscuri di chi la abita e la governa: egoismo, avidità, avarizia… tutto il marcio che genera degrado e malessere.
Molte le citazioni culturali rese in musica: dalla celebre filastrocca popolare “Chiòve e ghièsce ‘o sole, tutt’e vecchie fann’ammore…” alla famosa frase di Benedetto Croce con cui definisce Napoli “un Paradiso abitato da diavoli”. Lo stesso titolo, Pape Satàn Aleppe, è stato ispirato dall’omonimo saggio postumo di Umberto Eco.
Oltre alla formazione originale (Lino Vairetti, Gennaro Barba, Pako Capobianco, Nello D’Anna, Sasà Priore e Irvin Vairetti), hanno partecipato molti artisti del calibro di Jenni Sorrenti, Donella Del Monaco, Mauro Martello, Fiorenza Calogero e Stella Manfredi.
L’ascolto è una magia. Semplicemente.

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Mozzarella Nigga, il nuovo album di Capone & BungtBangt

in La Musica/Simonetta Santamaria Blog by
Mozzarella Nigga

Il nuovo album del musicista che suona la munnezza.

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

Cosa sia la mozzarella lo sanno pure i muri. Ma perché “nigga”? Lo ha spiegato al pubblico Maurizio Capone, leader e fondatore di Capone & BungtBangt, durante lo showcase che si è tenuto lo scorso 4 novembre allo Spazio Nea di Napoli in occasione dell’uscita del suo nuovo album.
La parola “Nigga” è l’italianizzazione del termine dispregiativo Nigger con cui si apostrofavano gli schiavi neri, usato con intento altrettanto dispregiativo verso gli emigrati italiani nell’America degli anni ’50. Mozzarella più Africa quindi: una fusione cara a Capone che ha sempre dichiarato di sentirsi africano più di quanto si senta occidentale.
La stessa fusione si apprezza in ognuno dei 15 brani dell’album che mostra un sound più maturo, ma sempre originale, un mix tra hip hop, drum’n bass, reggae, funk. I testi sono multilingue: italiano, napoletano, inglese, per infrangere anche con le parole ogni barriera di confine.
“Suoniamo con la munnezza” ha detto Capone, “per dimostrare che anche gli ultimi possono avere grandi qualità”; un messaggio sociale e sociologico, la possibilità di trasformare in oro ciò che per molti è solo roba da buttare.
La particolarità di Capone & BungtBangt è l’uso di una strumentazione fatta con materiali riciclati: la scopa elettrica (una scopa con un elastico da sarta che suona come una chitarra elettrica), lo scatolophon (una scatola di polistirolo con un elastico da ufficio che suona come un contrabasso), la buatteria (la caratteristica batteria fatta con bidoni di plastica e metalli), sono solo alcuni degli strumenti usati: il risultato è una sonorità innovativa che fa di Capone & BungtBangt un compositore più unico che raro nel panorama musicale italiano, e non solo.
Molti i contributi artistici eccellenti: Daniele Sepe, Dario Sansone, Claudio Gnut, Nelson, Andrea Tartaglia, Roberto Colella, Alessio Sollo, e buona parte dei fratelli della Costa tra cui lo stesso Capone. I rapper Shaone, Oyoshe, Nigga Thieuf, Mc Mariotto, Matto Mc, ed Elio 100gr, storico chitarrista dei Bisca.
Mozzarella Nigga è prodotto dalla neonata New Reel Records di Diego Spasari, con il preciso intento di contribuire a una discografia di qualità. La distribuzione è affidata alla Audioglobe/Full Heads.

Simonetta Santamaria, è scrittrice di thriller e horror. Giornalista, irriducibile motociclista, amante dei gatti e delle orchidee.
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Francesca Fariello e la sua musica: un fiore di ciliegio nella lava del Vesuvio

in La Musica/Pianeta Donna/Simonetta Santamaria Blog by
Francesca Fariello

Dalla Cina a Napoli, passando per la letteratura: quando la contaminazione non ha confini.

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

Bella, è bella anzi, di più. Ed è brava anzi, di più. Francesca Fariello, cantante, compositrice, autrice: un’artista a tutto tondo che spicca nel panorama musicale italiano come “fiori di ciliegio nella lava del Vesuvio”. Con il suo rock dalle sonorità a tratti prog, riesce a evocare antiche atmosfere o che spaziano dal gotico fino alla cultura cinese. In italiano o in inglese fino ad arrivare – uditeudite – al cinese, le sue composizioni hanno un solido background, niente è lasciato al caso, e accompagna l’ascoltatore a scivolare dentro i suoi concept album con la naturalezza dei grandi.

Sta cavalcando i meritati successi dei suoi due album e, tra una tappa e l’altra, IoGiornalista le ha rubato qualche momento per farle alcune domande. Intervistiamola…

Francesca, i complimenti per la tua bravura e professionalità sono d’obbligo. Detto ciò, la prima  domanda che nasce spontanea è: un’artista “meridionale” come te, una napoletana che decide di non restare ingabbiata nella tradizione ma sfida il mercato cantando pop e rock, in inglese e perfino in cinese, quante difficoltà deve affrontare per ritagliarsi la propria fetta di mercato?

Oltre che ringraziarti, mi complimento con te per aver colto la mia inclinazione all’evasione dalle “gabbie”; la libertà è qualcosa che bisogna guadagnarsi minuto per minuto di questi tempi…ed io sono una ribelle…una silenziosa ribelle…silenziosa finché non salgo su un palco!

Avendo lavorato come vocalist sin da giovanissima, ho sempre separato lo “strumento voce” dal cantautorato che, invece, è stato il mio canale comunicativo sin dai tredici anni. Per molti anni le canzoni che scrivevo sono state “soltanto mie”, al massimo potevano ascoltarle qualche familiare e gli amici. Fino alla tarda adolescenza quello che cantavo in pubblico o per lavoro era ben lontano dalle canzoni che scrivevo e che riempivano la mia stanza. Ero una cantante, una vocalist. Poi quando ho scelto di portare in giro le mie canzoni ho iniziato a sentire emozioni molto più forti. Durante i live incontrare persone con cui creare complicità, dividere la mia storia in musica era molto rischioso, ma molto più forte del sentirmi dire che ero stata brava a cantare una cover. Pensare a una fetta di mercato da ritagliarsi è molto difficile, soprattutto se sei un cantautore e non un imprenditore, figuriamoci di questi tempi: il mercato musicale è in black out. Noto comunque, anche da utente e fruitrice di musica, che la scena indipendente si sta diffondendo notevolmente. I concerti creano opportunità d’incontro tra pubblico e artista, le tue canzoni possono raggiungere persone la cui sensibilità potrebbe rivelarsi affine alla tua e pian piano ci si sceglie, ci si segue.

Accetto comunque i “limiti” dello scegliere la strada della spontaneità; la strada che mi è stata insegnata dai miei familiari e dai miei insegnanti. Ricordo, in particolare, quando in momenti in cui esprimevo il mio disappunto per situazioni “musicali e lavorative” che mi stavano strette, e cercavo di capire quale fosse la strada giusta, se piegarmi, cambiare per entrare nel mercato, mio padre mi rimproverava. Mi diceva: “Tu sei una cantautrice!”, mi parlava della sua adorata Joan Baez, mi diceva che dovevo occuparmi solo di suonare la “mia musica”, di non essere a caccia di successo “… se arriverà che ben venga, ma se il successo è il tuo obiettivo, dal momento in cui non puoi cambiare te stessa, cambia lavoro e diventa un imprenditore!”. Ancora oggi è così: ciò che mi rende felice è suonare, anche quando nessuno mi vede, cantare perché sono felice o perché sto soffrendo, e qualunque sia il sentimento che provo…in musica, suonandolo e cantandolo diventa gioia, mi riempie…poi se c’è un pubblico con cui scambiare emozioni tanto meglio!

L’incontro tra cantante e cantautrice per il pubblico è avvenuto dopo una gavetta che l’ha vista anche corista e vocalist per grossi solisti. La scelta del genere non è casuale. Come lei stessa dichiara, è cresciuta a pane e musica, anglofona perlopiù; dal jazz alla lirica, passando per il rock e il prog, e chi più ne ha più ne metta. Tuttavia, Francesca riesce a contestualizzare nella sua musica anche Napoli, la sua radice più profonda.

La contaminazione quindi: quanto è presente e quanto incide nella tua produzione?

La contaminazione è un processo che si avvia naturalmente già su un piano culturale. Sono nata in un luogo bellissimo: il Vesuvio alle mie spalle e gli occhi rivolti verso il mare. Appartengo a un popolo di mare e non continentale, ho vissuto già la stratificazione dei sincretismi culturali intellegibili nella storia di una citta di mare come Napoli, luogo di grandissimi scambi culturali e commerciali…Ho sempre lo sguardo rivolto verso il mare per guardare “oltre”, per arricchirmi delle diversità di popoli così lontani eppure così vicini. È stato così che fin da bambina, aiutata dall’atmosfera culturale familiare, ho studiato e ascoltato il richiamo di echi di culture più lontane ed è stato così che, con una visione comparatistica, il Vesuvio poteva apparirmi così simile al Monte Fuji; lo Zibaldone leopardiano mi si presentava tra le righe come un nikki, un diario tipico della letteratura giapponese di epoca Heian. La mia mente poteva riempirsi di termini e frasi in inglese, italiano, napoletano, cinese, francese, potevo divertirmi a tradurre qualche 成语 chengyu, espressioni idiomatiche della lingua cinese, trovandone l’esatto corrispettivo solo attraverso il napoletano, come una lingua che funge da “switch-code”… ma la musica… la musica è sempre stata il collante di tutto. La musica è un linguaggio universale, può vestirsi di qualsiasi lingua per i suoi testi…Melodia e armonia possono far viaggiare l’anima nei luoghi più disparati del Cosmo e allo stesso tempo, su un piano introspettivo, si possono raccontare gli angoli più bui dell’interiorità e bagliori che portano l’uomo così vicino al divino. Direi proprio di sì, la contaminazione è assolutamente presente e incisiva nelle mie produzioni, perché è attiva nel mio modus vivendi; per me la musica è contaminazione, è la più magica formula di sincretismo.

I suoi sono concept album, come nella miglior tradizione musicale (e anche la più complessa da elaborare). Il primo, Sakura no Nikki, ispirato all’arte letteraria giapponese di scrivere diari. Perché, tra le varie, Francesca intanto si laurea in cinese all’Orientale di Napoli, cosa che le consentirà di penetrare appieno la dimensione orientale e trasporla in musica. Ma non solo: anche la letteratura ha una grande influenza, tanto da lasciarsi ispirare da Oscar Wilde per un suo brano, dal titolo Dorian Gray, appunto.

Lasciarsi ispirare da un racconto per un brano musicale: in genere è più facile immaginare il contrario…  Come avviene la magia?

Letteratura e Musica: le parole hanno un suono e la musica…la musica ha sempre una storia da raccontare!!! Libri e canzoni sono stati come navicelle spaziali in tutta la mia vita, velivoli super veloci per far volare la mia fantasia. Parole, accordi, melodie…ci sono dei libri che ho letto e riletto decine di volte, personaggi in cui ti ci ritrovi o che possono evocare alla mente persone e storie che hai realmente conosciuto e vissuto. Come per magia, lettere e caratteri iniziano a staccarsi dalle pagine. Determinate storie continuano a vivere nella tua mente anche quando hai finito di leggere un racconto. Mi capita spesso, di sera, tra una pagina e l’altra, di chiudere un libro e di avvicinarmi al piano o alla chitarra…lascio che la suggestione prenda il sopravvento, le mani radunano un accordo e la mia voce inizia ad accennare una melodia. Poi ci sono parole che vengono fuori come un discorso appena interrotto. A un certo punto mi fermo ad annotare versi su un taccuino e ho come l’impressione che quelle parole non indichino più con precisione se stanno parlando di me o della storia che ho appena finito di leggere.

Il suo secondo concept album, ZerO, è un’esplosione di creatività. Alla realizzazione hanno collaborato fior di musicisti tra cui due batteristi d’eccezione: Charlie Morgan (Elton John, Tina Turner)  e Poogie Bell (David Bowie, Erykah Badu, Marcus Miller). Il collante di ZerO è il non-tema. Zero, in quanto metafora dello svuotamento della coscienza dell’artista, e creazione di uno spazio in cui poter esprimere se stessi e sentirsi al contempo protetti. Anche qui ritroviamo dei richiami alla letteratura e ai suoi personaggi: Stoker e LeFanu, Conrad, Shelley, scelta tanto originale da spingere l’attore e regista Alessandro Palladino a trasporre il tutto in un vero e proprio spettacolo teatrale, “I Mostri di ZerO”, un viaggio nella natura umana attraverso musica e testi. E poi c’è un brano che manifesta disappunto verso il dilagare dei talent show, Target.

La formazione di un vero artista è sudore e sangue; troppo spesso la televisione sforna presunti fenomeni senza substrato che affondano dopo il primo bagnetto. Spiegaci il tuo punto di vista.

Per me è una questione di scelte. Siamo in un’epoca del tutto e subito; è un’epoca in cui i social network sono carburanti dell’ego; apparire in tv è diventato sinonimo di riconoscimento della preparazione personale. Il talent è uno spettacolo televisivo, la musica esiste da prima e a prescindere dalla televisione. Vive anche quando premi “off” sul telecomando…basti pensare che l’apice dell’emozione creata dalla musica si raggiuge quando gli occhi si chiudono. Parlando su un piano tecnico e in ambito di acquisizione di competenze professionali, la durata di un programma televisivo è chiaramente insufficiente per formare un individuo, facendolo gareggiare come un cavallo. Il talento è un punto fondamentale nell’artista, ma è un punto di partenza se la musica deve diventare un “lavoro”. Ricordo ancora quando a 15 anni, a lezione dal mio primo maestro di canto desideravo imparare ad usare la voce, estendere il mio registro per raggiungere le note più alte; il mio unico obiettivo era impadronirmi della tecnica per dare più forza alle emozioni che avrei voluto gridare agli altri, tutte le volte che la mia timidezza nel quotidiano non mi permetteva di farlo…Tornavo da scuola e mi esercitavo ore ed ore, dovevo migliorare, imparare le canzoni che provavo più volte a settimana nei garage della provincia con la band. Volevo essere preparata a sufficienza per le serate dal vivo nei locali. Solo dopo molti anni mi sono sentita pronta per registrare un disco. Oggi è diverso, essere famosi è più importante di essere preparati, di essere credibili.


E, sempre nel frattempo, la vita di Francesca continua a cambiare. Lei sostiene che Band è Meglio perché in gruppo si è più forti, e così nuova band composta da Gianluca Capurro alle chitarre, Lorenzo Scaperrotta al basso e Domingo Colasurdo alla batteria…nuova vita, nuovi progetti. Anche in lingua cinese. Ci aspettano dei crossover molto, molto interessanti. All’inizio della nostra chiacchierata l’ho definita una cantautrice originale come “fiori di ciliegio nella lava del Vesuvio”… E anche questo è un suo progetto che vedrà presto la luce grazie alla collaborazione del disegnatore Enzo Troiano: una graphic novel sulla vita della Piccola Sakura. E, sulle note di quest’ultima, delicatissima immagine, noi ci congediamo e auguriamo a Francesca Fariello una lunga e luminosa carriera come merita un’artista con le sue capacità.

In attesa della tua prossima produzione, raccontaci di questa graphic novel…

Collaborare con Enzo Troiano è un’esperienza fantastica! È un’eccellenza nel campo del fumetto, è stato il primo autore/disegnatore italiano a recarsi in Francia nel 2011, a Nizza presso il negozio “BD Fugué” per presentare un albo in lingua italiana (i due volumi di “Harcadya”). La sua sensibilità artistica ha avuto l’effetto di una funzione esponenziale nell’ambito comunicativo e di rappresentazione del mio mondo musicale in fumetto. Ha trasformato il mio storyboard in un’opera personalissima. Mi emozionavo come una bambina quando mi mostrava durante i nostri appuntamenti le sue tavole: quei disegni e quei colori superavano tutte le mie aspettative e sono sicura che è un’opera che emozionerà tante persone! La sua graphic novel viaggerà in synch con la musica durante ogni mio concerto: è una sorta di presentazione del mio mondo. Sarà presto presentata sui social network anche sotto forma di video. L’idea della graphic novel è nata proprio perché amo sperimentare attraverso la fusione dei linguaggi dell’arte; non ho mai considerato le diverse espressioni artistiche ed i processi creativi come meccanismi che operano a compartimenti stagni. Lo scopo di questo incontro artistico è stato quello di fornire alla mia musica un nuovo strumento, stavolta visivo; è un mezzo per raccontare con semplicità i colori del mio mondo. Quest’opera ha anche dato voce a concetti complessi, come ad esempio il processo di songwriting – spiega in che modo ho adoperato la tecnica di scrittura dei nikki in musica in Sakura no Nikki – e rivela il mio modo di sentire le radici vesuviane. Il processo di semplificazione è stato l’obiettivo e il percorso arduo che avevo deciso di intraprendere per presentarmi, anche attraverso la graphic novel, a coloro che ascolteranno la mia musica durante i concerti: direi proprio che Enzo Troiano è riuscito a portare a termine questa missione con grande stile! Sono diventata una sua fan e non vedo l’ora di seguirlo nei suoi prossimi appuntamenti editoriali, a breve pubblicherà per l’Editore Giochi Uniti il suo progetto “Omegha”: il fumetto in concomitanza con Lucca 2016 e per il periodo di Natale, il gioco ad esso collegato.

La chiamano, deve suonare… la lasciamo andare perché siamo contenti, la ritroveremo… con noi, un legame si è creato, e con voi?

Simonetta Santamaria, è scrittrice di thriller e horror. Giornalista, irriducibile motociclista, amante dei gatti e delle orchidee.
Il suo sito è www.simonettasantamaria.net


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SEGUIMI NEL BUIO: stramba genesi di un romanzo

in La Cultura/Pianeta Donna/Simonetta Santamaria Blog by
SEGUIMI NEL BUIO (GeMS)

Il nuovo romanzo di Simonetta Santamaria, Nostra Signora del Thriller

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

Ebbene sì. Svesto i panni di Nonna Papera per un momento per indossare quelli di scrittrice e giornalista e… nuntio vobis gaudium magnum: è uscito SEGUIMI NEL BUIO, il mio nuovo romanzo vincitore del torneo letterario IoScrittore, ed edito dalla GeMS. Un thriller psicologico oscuro e potente che vi trascinerà nel vortice della paura, secondo (bontà sua) l’editore.
Nostra Signora del Thriller: una delle ultime definizioni che mi hanno affibbiato e che mi riempie d’orgoglio. Perché il thriller è tutt’altro che spento, così come molti editori tendono a sostenere. Infatti la genesi di questo romanzo è alquanto bizzarra ed è proprio qui che ve la voglio raccontare.
Dopo Io Vi Vedo il mio editore, sempre GeMS, manifesta l’intenzione di virare su cose più commerciali e “basta thriller”, quindi ci diciamo addio. Chi bazzica questo mestiere sa (e chi non lo bazzica può facilmente intuirlo) quanto può essere complicato riprendere la via senza un editore. Riparti ancora una volta, i progetti che avevi quasi portato a termine perdono all’improvviso ogni significato. Sta di fatto che bisogna ricominciare a cercare.
La realtà è stata uno schiaffo in piena faccia. Molti editori mi hanno risposto la stessa cosa: “basta thriller”. Il genere ha subito un calo, i lettori sono stanchi, le vendite sono critiche…
Però poi vai a vedere nei loro cataloghi e ci trovi autori stranieri che, guarda un po’, sono definiti da quelle insulse “fascette” campione d’incassi pure in Papuasia, bestseller in mezzo mondo, tutte cose che a noi scrittori italiani fanno vorticare i maroni a pala d’elicottero.
Perché noi non siamo inferiori a nessuno di questi geni importati, non certo al punto da preferirli.
Certo, ora ci vogliono tutti cloni. O dobbiamo sfornare storie erotiche tali da far arrapare l’Italia intera oppure crearci il nostro solito commissario/ispettore alle prese con la milionesima indagine. Avete idea di quanti commissari/ispettori abbiamo tra noi? No. Io sì, quando mi hanno chiesto di fare alcuni nome come “compagni di scaffale”. Ho avuto serie difficoltà a fare dei nomi di colleghi italiani. Ma pure in Io Vi Vedo c’era un poliziotto, mi direte. Vero, ma Maurizio Campobasso è il personaggio integerrimo da stravolgere, quello che per sete di verità sceglie di seguire l’istinto di padre piuttosto che quello di capo di una squadra investigativa. È una storia di vita, è una prova che chiede al lettore: tu cosa avresti fatto al posto suo? È ben diverso.
Tornando a Seguimi nel Buio, attraversando il plausibile scoramento dovuto allo stop e alle varie porte chiuse mi sono posta il quesito che molti con un briciolo di umiltà si sarebbero posti: ma fosse colpa mia? Magari il romanzo fa schifo, e gli unici a cui piace siamo io e il mio agente… Così ho deciso di metterlo (e mettermi) alla prova, e l’ho iscritto al torneo IoScrittore. Dove nessuno sa chi sei, e devi passare attraverso la gogna di centinaia di lettori/scrittori che ti valutano, senza nessuna influenza esterna, senza conoscerti. Io ho fatto lo stesso con gli altri, e devo dire di essere felicissima che ben 3 dei testi da me valutati con il massimo dei voti siano risultati vincitori con me. Per maggiore riservatezza non ho partecipato ad alcun forum (anche quello rigorosamente sotto pseudonimo, e diverso da quello scelto per il romanzo) né a gruppi di Facebook dove è facile che ci scappi qualche indizio. Non volevo condizionare né essere condizionata.
Morale della favola: Seguimi nel Buio ha superato brillantemente le selezioni ed eccolo qua. Potrei dire di essere uscita dalla porta della GeMS ed essere rientrata dalla finestra.
Per fortuna la reazione dei lettori è positiva e la cosa mi entusiasma perché c’è stato un enorme lavoro dietro questa storia che parla di autismo, un argomento complicato che ho potuto affrontare solo grazie all’aiuto di uno psicoterapeuta e di molti, molti testi. Ho dovuto immedesimarmi in Valerio e provare a sentire quello che lui sente, perfino restando per lunghi tempi in silenzio a dondolare su me stessa, sguardo fisso e pugni stretti.
Ma a chi lo dico… A voi, lo dico. Perché solo voi lettori potrete capire ed è per voi che sono ancora qui. Per voi, a cui i miei ringraziamenti sono come sempre dedicati. Per gli appassionati del genere che non storcono il naso davanti a una firma italiana anzi, la comprano e se piace la supportano. Se piace.
Seguimi nel Buio è in e.book con l’opzione cartaceo on demand, quindi gli amanti dei libri che si toccano e si annusano potranno ordinare la loro copia cartacea su Amazon, IBS, Google Play, Kobo e iBooks e in tutte le librerie collegate ai circuiti PoD (Print on Demand).
Non ci sarà, sugli scaffali. Forse, se sarete in tanti a leggerlo, forse qualcuno si renderà conto che questa pubblicazione è stata in realtà una provocazione. Che forse noi italiani meritiamo più di un e.book. Se vorrete coglierla, ben venga. Alla brutta continuerete a leggere gli articoli di Nonna Papera, perché questo test non avrà un bis.

Eccovi un sunto di Seguimi nel Buio:

Valerio ha solo tredici anni e un peso enorme sulle giovani spalle. Autistico, così lo hanno definito. Una condanna per lui, e per sua madre, che lo ama con forza e disperazione ma che non riesce a entrare nel suo mondo, a instaurare una comunicazione né con lui, né con chi lo cura, medici aridi e capaci solo di incasellare i pazienti.
Quando nella loro vita arriva la neuropsichiatra infantile Christina Kindermann, qualcosa, lentamente, grazie alla pazienza e alle competenze della dottoressa, sembra cambiare…
Ma c’è qualcuno che è riuscito a raggiungere Valerio nel suo mondo segreto, che è riuscito a comunicare con lui, superando le barriere dell’autismo, grazie a una sorta di rete neurale in cui gli inconsci si relazionano tra loro, e sembrano vivere una vita «normale» senza le limitazioni che incontrano tutti i giorni. Questo qualcuno che ha già fatto molto, molto male e ora vuole usare Valerio per compierne altro.
Christina capisce subito che c’è qualcosa che non va, e deve trovare presto un modo per relazionarsi con il ragazzo, per farsi dire che cosa accade in quella sorta di realtà parallela che il Male ha invaso…

E uno stralcio:

Ma poi un giorno è cambiato tutto. Un giorno mi sono abbassato fino a poggiare la faccia sul pavimento e ho sbirciato all’interno del mio castello. Dritto dentro il portone. Non ci avevo mai guardato dentro, prima. Era buio, però si intravedevano i colori delle carte, fusi con le tenebre. È stato come se una spirale cominciasse a vorticare. E tutto è diventato un Nove che girava, girava… Lento, sinuoso e minaccioso come un serpente, si è generato dal nulla, si è avvicinato alla mia faccia, si è avvitato sulla mia testa e… plop.
Plop. Come se fossi stato un tappo di sughero. Sono stato stappato da me stesso e mi sono ritrovato in un altro luogo. Sempre io, ma spogliato dei panni di cavaliere, senza la mia spada né il mio cavallo. Ero l’io ‘sano’ di tutti i giorni, ancora libero da ogni vincolo di corpo e carne, catapultato in un qualcosa di molto più vero e inquietante del mio castello di carte.
Un mondo nel mondo che voi normali non riuscirete mai a scoprire. Perché non ci arrivate. Il vostro inconscio è fermo a uno stadio larvale, non gli avete permesso di progredire, di uscire fuori dal sacco. Siete così presi dalla vostra piccola, inscatolata realtà che non vi accorgete dell’universo psichico che pulsa attorno a voi.
È la Rete. È Insanet.

Simonetta Santamaria, è scrittrice di thriller e horror. Giornalista, irriducibile motociclista, amante dei gatti e delle orchidee.
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La sindrome di Nonna Papera: evviva i nonni!

in Pianeta Donna/Simonetta Santamaria Blog by
La sindrome di Nonna Papera

2 ottobre, festa dei Nonni: un omaggio alla migliore invenzione dell’umanità

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

I nonni… che bella cosa, i nonni. Quando varcano quella magica soglia, gli ex-genitori (almeno nella stragrande maggioranza dei casi) sfoderano il lato migliore. Superata la fase post-genitoriale, i nonni improvvisamente comprendono, accolgono, ascoltano, dedicano tempo, cercano un varco in un universo ancora più distante dal loro di quanto non fosse quello dei loro figli.
Li vedi, tenerelli, smanettare con gli smartphone, i tablet, le tv in 3D, i decoder supertecnologici, perfino la musica rock e i videogames. La nonna che lascia per un attimo il mattarello e si dedica allo sfoglio dei filarini della nipotina adolescente. Non le interessa supervisionare o puntare il dito redarguendo la creatura sul Male appostato dietro l’angolo di ognuna di quelle foto come avrebbe fatto con sua figlia, lei vuole solo “vedere”. Li osserva, e molte volte si compiace, anche se il soggetto ha un tatuaggio tra i capelli rasati o un anello che gli trapassa il naso. Non è più un suo problema, vedere la nipotina orgogliosa di quel rospo la fa felice, tutto qua. E non è per disinteresse o egoismo: i nonni sanno bene cos’hanno seminato nei loro figli e confidano nelle loro abilità genitoriali. Il testimone è ormai passato, è ora di godersi il meglio.
Un po’ come avere un amante: niente guai, niente problemi, solo il meglio, le lagne sono riservate al coniuge.
Io non ho conosciuto i miei nonni ma ho avuto due nonne fortissime. Mia nonna paterna si chiamava Margherita, è stata una delle prime donne italiane a prendere la patente e a guidare un’auto, così come pilotare una barca: andava a vela da sola, tutti la riconoscevano mentre sfrecciava col suo cutter in legno e le tributavano il massimo rispetto in quanto “fenomeno”. Andava a cavallo e gestiva l’azienda di famiglia facendo i conti a mano, non fidandosi della calcolatrice, e non sbagliava mai. Predisposizione per i numeri a parte, lei è il mio lato forte. Mi diceva sempre “non farti fermare dalle stupide convenzioni che vogliono la donna a casa e non curarti di quello che dice la gente perché l’invidia dà voce a molte bocche.”
Mia nonna materna si chiamava Letizia (sì, proprio come la mia amica che conoscete anche voi). Meraviglioso nome storpiato in Titta da noi nipotini che abbiamo pronunciato il suo nome prima di quello di nostra madre. Lei era adorabile, divertente, chicchettosa. Non veniva mai a tavola se prima non si cambiava d’abito, indossava orecchini e un po’ di cipria. Lei è il mio lato romantico; ricordava sempre con nostalgia i gala in abito lungo, i balli e l’emozione di sentirsi invitata a un giro di valzer. Gli spasimanti, i regali, i baciamano. Un giorno mi disse “Non lasciare che il tempo ti porti via l’occasione di dire a qualcuno ciò che senti perché, una volta passato quel tempo, potresti pentirtene. E non c’è niente di peggio di portarsi dietro il peso di un pentimento.” E credo che lei parlasse con cognizione di causa.
Oggi mi riconosco più in loro due che nei miei stessi genitori, fatta in parte di Margherita e in parte di Letizia. Vuoi per un salto generazionale, vuoi per una difficoltà dei genitori di chi come me è nato negli anni ’60 a relazionarsi con i figli, sento molto forte la loro influenza e mi mancano molto, oggi di certo più di ieri. Oggi che sono più matura, che sono mamma, e forse per questo più vulnerabile.
Perciò amici, tributate un pensiero ai vostri nonni, presenti o assenti che siano, oggi ma non solo oggi. Sono certa che se provate a guardarvi per un momento dentro, scoprirete che siete fatti “di nonni” anche voi.

Simonetta Santamaria, è scrittrice di thriller e horror. Giornalista, irriducibile motociclista, amante dei gatti e delle orchidee.
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La sindrome di Nonna Papera: gesto eclatante o scena rubata?

in Pianeta Donna/Simonetta Santamaria Blog by
La sindrome di Nonna Papera

Una proposta di matrimonio in mondovisione è una medaglia con due facce

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

Ed è proprio il caso di dirlo, visto che la destinataria di tale proposta da mille e un sogno è la tuffatrice cinese He Zi che aveva appena conquistato la medaglia d’argento alle ancora in corso Olimpiadi di Rio de Janeiro: il suo fidanzato Qin Kai, anche lui tuffatore e campione olimpico, si è inginocchiato per darle l’anello praticamente sotto il podio.
L’evento ha generato uno tsunami emotivo anche in noi comuni mortali, spettatori di qualcosa che fa parte dell’immaginario romantico collettivo al pari di Richard Gere col mazzo di fiori sulla scala antincendio a dispetto delle vertigini. Molte donne avrebbero volentieri barattato il proprio compagno per quel cinesino insipido capace però di un tale gesto d’amore.
Ma poi…
Riflettendo a freddo, dopo aver calmato i palpiti e ricacciato indietro i lucciconi di commozione mi sono detta, “però…”
Però, non è che quel gesto eclatante ha finito col rubare la scena a quella che in realtà era la circostanza che andava davvero celebrata e cioè la medaglia d’argento nel trampolino da 3 metri? La He Zi meritava tutta l’attenzione per una prodezza olimpica che comporta anni di duro lavoro, sacrifici, rinunce, sudore e lacrime, e invece con buone probabilità sarà ricordata per quella che ha avuto una proposta di matrimonio alle Olimpiadi. Oggi, se provate a googlarla, compaiono decine di link che riportano tutti al romantico evento e poi si parla della medaglia. Stessa cosa per Qin Kai: la sua pagina Wikipedia esordisce così: “È un tuffatore cinese. Al termine della premiazione della gara di tuffi dal trampolino dai 3 metri femminile delle olimpiadi di Rio de Janeiro, in diretta mondiale, si è inginocchiato di fronte alla compagna di squadra He Zi chiedendole di sposarlo. In carriera ha vinto…” Capito? Il suo nutrito palmares viene poi.
E allora no, mi sono detta. Non è giusto. Con quel gesto eclatante il ragazzo ha oscurato due carriere sportive mettendo in luce solo una proposta di matrimonio. Qin Kai, spero involontariamente, ha spostato i riflettori su di sé in una serata che doveva vedere He Zi come protagonista assoluta. Mi viene da immaginare, con un certo filo di perfidia, a cosa sarebbe accaduto se la povera creatura avesse voluto rifiutare… Una gogna mediatica per aver detto no a sittanto uomo di gran coraggio ed ancor più di cuore… Come fai a dire di no davanti a miliardi di telespettatori? A quel punto meglio la trovata di Elisabetta Cavallari, torinese che sul palco dell’ormai arcinota manifestazione Ruttosoud ha ruttato davanti a 10mila persone “Silvio, mi vuoi sposare?” Male che vada (e non glielo auguriamo) nessuno li avrà presi troppo sul serio.
Nel mio, di immaginario, dove i più credono che non ci sia spazio per nuvolette rosa, guardo sempre quegli aerei con gli striscioni pubblicitari nella speranza di vedere un giorno il mio nome stampato sopra accompagnato da una dolce frase d’amore. Ma quella resterebbe un bel gesto a se stante, il mittente non sarebbe al centro dell’attenzione, non offuscherebbe la mia persona o una mia impresa.
Penso alla presentazione di un mio libro. Ecco, in un micron di realtà che può essere quella di una medaglia olimpica, quello è il mio micron. Riempimi la casa di rose, stendimi una strada di post-it, portami in cima al mondo e chiedimelo. Abbiamo tutta la vita da condividere, se vorremo, ma non rubarmi quell’istante che appartiene di diritto solo a me. Un istante, prima che lo stesso diventi proprietà del mondo.

Simonetta Santamaria, è scrittrice di thriller e horror. Giornalista, irriducibile motociclista, amante dei gatti e delle orchidee.
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La sindrome di Nonna Papera: non lo fò per piacer mio…

in Pianeta Donna/Simonetta Santamaria Blog by
La sindrome di Nonna Papera

Incubatrici umane. O almeno glielo abbiamo fatto credere

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

Non lo fò per piacer mio ma per dare un bimbo a Dio. Con questa geremiade, raccontava mia nonna, le bigotte di inizio Novecento approcciavano al sesso coniugale. Non sia mai orecchio di parroco avesse potuto udire inopportuni gemiti che lo avrebbero erroneamente ricondotto a volgare piacere fisico… Succube di un’insulsa cattocultura, andavano poi a sgranare (rosario alla mano) ogni particolare in confessionale per una ripulita dell’anima e tutto a posto fino alla successiva trombata.
Mi chiedo se gli uomini abbiamo mai creduto a questa leggenda metropolitana, da mettere al pari con i coccodrilli nelle fogne di New York e al Bigfoot.
Se oggetti di forma fallica di facile manovrabilità risalgono a ben prima dell’avvento del casto e puro Gesucristo, vuol dire che A) in realtà le donne si divertivano parecchio con i loro (e non) uomini e poi andavano in chiesa a mondarsi dai peccati della carne tipo lavanderia a gettoni; B) gli uomini non avevano capito una cippa e quindi le donne, sempre state abili nel fai-da-te, compensavano nel tempo libero.
Ci hanno definite “isteriche” e gentilmente offerto doccette e massaggi pelvici curativi… Ah, se erano curativi… In effetti dallo sfinimento dei medici addetti a tali massaggi, e forse da una diffusa sindrome del tunnel carpale, sempre gentilmente inventarono il vibratore. Felici i dottori, più felici noi; i volti delle donne sottoposte a tali cure esprimono bel altro che la sofferenza della malattia.
Per celebrare quello che molte donne considerano una delle invenzioni Top Ten di tutti i tempi, a San Francisco è nato il Good Vibrations Antique Vibrator Museum, che ospita una singolare collezione di vibratori dal tardo 1800 ai giorni nostri. A manovella, a corrente, a pile, dalle forme più strane: alcune ricordano più inquietanti strumenti di tortura che di piacere ma, come direbbe la buonanima di Guido Angeli, provare per credere! Una messa in mostra di ciò che l’ipocrisia ha tentato per decenni di tenere nascosto, e guai a parlare di masturbazione pena il celeste incenerimento istantaneo. Non a caso, il primo vibratore senza fili pare risalga proprio al 1968, in piena rivoluzione sessuale, sebbene all’inizio venisse pubblicizzato come rimedio contro le nevralgie muscolari: un vero e proprio massaggiatore portatile.
Oggi, per par condicio, dopo la magica pillola blu è stato approvato il cosiddetto Viagra rosa a base di flibanserina che dovrebbe potenziare la libido femminile. Ma il farmaco, uditeudite, ha fatto un clamoroso flop. Perché noi donne non andiamo dove ci porta la nostra vagina come la bacchetta del rabdomante (che non a caso è un uomo…). Ci vuole ben altro, e anche meno costoso, impegnativo e dannoso per la salute, per accenderci.
Non fateci sentire solo delle incubatrici umane e discariche dei problemi del mondo. Un fiore inaspettato fa molto più di una pillola, anche se rosa.

Simonetta Santamaria, è scrittrice di thriller e horror. Giornalista, irriducibile motociclista, amante dei gatti e delle orchidee.
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