Il Futuro? Solidale…

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Simonetta Santamaria

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Grande successo a Napoli per il primo workshop sulla Medicina Narrativa

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COMUNICATI_STAMPA

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Il workshop intendeva fornire a operatori sanitari e pazienti gli strumenti per migliorare la comunicazione tra clinici, pazienti e caregivers, con particolare attenzione a Medicina Narrativa e Medical Humanities

 Napoli, 11 novembre 2017 – Grande interesse e partecipazione ha registrato il workshop dal titolo L’Ematologia, l’Oncologia e la Medicina del Dolore tra umanizzazione delle cure e Precision Medicine, svoltosi ieri nella sede della Croce Rossa Italiana a Napoli. La giornata è stata organizzata da Beniamino Casale, Responsabile IPAS Terapie Molecolari e Immunologiche in Oncologia – A.O. dei Colli e da Carlo Negri, Socio e Amministratore della società di consulenza marketing Napolilab, con il supporto di Nfc e Napolilab; inoltre è stata accreditata dal provider ecm Eubea, che opera da 15 anni nella formazione professionale dei medici – soprattutto in ambito onco-ematologico – e di tutti gli altri operatori sanitari. Scopo del workshop era fornire a operatori sanitari e pazienti le linee guida per arginare la mancanza di “dialogo” tra l’ammalato e chi deve curarlo, migliorando la comunicazione tra tutte le figure coinvolte nel processo di cura. Tutto ciò rimettendo al centro il paziente, che con i suoi racconti può fornire un importante aiuto agli “attori” del sistema salute.

Beniamino Casale
carlonegri
Carlo Negri
diananegri
Diana Negri

La giornata si è aperta con i saluti di Paolo Monorchio, Presidente Croce Rossa Italiana comitato Napoli e provincia; tra i relatori Marcello Gentile, Primario Urologia Casa di Cura Santa Rita di Avellino; Alfonso Papa, direttore U.O.S.D. Terapia antalgica A.O. Dei Colli; Giacomo Cartenì, Direttore U.O.C. Oncologia Medica A.O.R.N. A. Cardarelli; Giorgio Iaconetta, Direttore Cattedra e Clinica Neurochirurgica A.O.U. San Giovanni di Dio e Ruggi D’Aragona. La sessione del mattino è stata a carattere scientifico, mentre nel pomeriggio il focus è stato tutto sulla comunicazione, con particolare attenzione a Medicina Narrativa e Medical Humanities. La prima è una metodologia d’intervento clinico-assistenziale basata su una specifica competenza comunicativa. La narrazione permette infatti di integrare i diversi punti di vista agendo in modo complementare con le direttive dell’Evidence-Based Medicine (EBM). Le Medical Humanities, con il loro approccio multidisciplinare, forniscono alla medicina e ai soggetti coinvolti gli strumenti per comprendere le malattie e la salute in un contesto sociale e culturale più esteso.

Paolo Monorchio
Paolo Monorchio

Medicina Narrativa

“Siamo molto soddisfatti – afferma Beniamino Casale e speriamo di aver dato un forte incentivo alla corrente di pensiero favorevole all’ “umanizzazione” delle terapie e al dialogo tra operatori sanitari, pazienti e caregivers. Purtroppo a causa della cattiva comunicazione i pazienti a volte abbandonano le terapie, con conseguenti danni non solo per la loro salute, ma anche in termini di costi dovuti a ricoveri d’urgenza che potrebbero essere evitati. In casi estremi si arriva anche alla denuncia”.  Gli fa eco Carlo Negri:Abbiamo già numerose richieste di “replica”, il che ci fa capire quanto sia grande il “vuoto formativo” che evidentemente va colmato con  urgenza. Il nostro obiettivo è sanare questi gravi gap di comunicazione che si creano tra chi cerca sostegno, cure ed empatia, e chi può offrire tutto questo alimentando un rapporto di fiducia che può solo innescare circoli virtuosi nel percorso terapeutico”

Ufficio Stampa
Simonetta de Chiara Ruffo – 3343195127 – simonettadechiara@gmail.com

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Prevenire per vivere: fondazione Pro e Arpac Insieme contro il tumore della prostata

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Napoli, 10 novembre 2017-  Al via la terza edizione del progetto “prevenire per vivere”, nato dalla collaborazione tra la Fondazione PRO (Prevenzione e Ricerca in Oncologia), presieduta dal Prof. Vincenzo Mirone e l’Arpac, l’Agenzia Regionale Protezione Ambientale Campania. Il progetto si pone come obiettivo quello di raggiungere gli uomini inseriti nell’organico di Napoli, Caserta, Salerno, Benevento ed Avellino, attraverso una campagna di informazione e di prevenzione urologica. L’Unità Mobile PRO, con a bordo i suoi specialisti, a partire dal 13 novembre e per tutto il mese farà tappa presso le sedi ARPAC per visitare i dipendenti durante l’orario lavorativo. Con questa iniziativa la Fondazione Pro cerca di andare sempre più incontro alle esigenze dei cittadini e dei lavoratori che a volte usano gli orari di lavoro come pretesto per “rimandare” un appuntamento importante con la prevenzione.

La Fondazione Pro è quindi a disposizione di tutte le Aziende, Enti e Istituzioni che raccolgono grandi collettività maschili, e che volessero fare richiesta di una tappa del camper nella propria sede. Basta andare sul sito www.fondazionepro.it o info@fondazionepro.it.

Ufficio stampa
Simonetta de Chiara Ruffo
Comunicazione – Eventi – Marketing
Cell +39 334.3195127
Email: simonettadechiara@gmail.com
 

fondazione Pro
NOTE SULLA FONDAZIONE PER LA PREVENZIONE E RICERCA IN ONCOLOGIA (PRO) E SULLA UNITA’ UROLOGICA MOBILE

La Fondazione per la Prevenzione e Ricerca in Oncologia (PRO) è nata nel Gennaio 2011 da un’idea del Professor Vincenzo Mirone, Ordinario di Urologia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e Presidente di PRO, e dell’Avvocato Antonio Mancino. La scelta nasce dalla consapevolezza che gli uomini dedicano poca attenzione alla propria salute e che esiste, ancora oggi, una scarsa cultura della prevenzione; per cui si registra una maggiore incidenza ed aggressività delle malattie tumorali. Anche per questo motivo la Fondazione ha attivato nel maggio 2013 una Unità Urologica Mobile, che tocca le principali piazze delle città visitando gratis il pubblico maschile per sensibilizzarlo al controllo. Oltre alle piazze, il Camper opera anche presso Enti, Aziende e Istituzioni che facessero domanda per programmare delle tappe presso le loro sedi. Info e contatti: info@fondazionepro.it o www.fondazionepro.it

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Tumore allo stomaco, una sfida da vincere insieme

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Diagnosi precoce, alterazioni genetiche, trattamenti clinici avanzati, team multidisciplinare esperto, centri di eccellenza ed alimentazione sono alcuni dei temi affrontati oggi al 2° Congresso nazionale di carcinoma gastrico

Roma, 13 novembre 2017. Il tumore allo stomaco, conosciuto anche come Tumore di Napoleone, figura all’ottavo posto tra gli uomini e al sesto tra le donne, con 13mila nuovi casi attesi nel 2017 in Italia e con una mortalità, ai 5 anni, del 31,8%. In occasione del mese di sensibilizzazione del tumore gastrico, l’Associazione pazienti “Vivere senza stomaco si può” ha organizzato il 2° Convegno “Tumore allo stomaco, una sfida da vincere insieme” al quale hanno partecipato partecipano clinici, studiosi, rappresentanti delle istituzioni tra cui Ministero della Salute e Regione Lazio e, naturalmente, pazienti e familiari per testimoniare la propria esperienza.

“Il tumore allo stomaco, quando operabile, non offre moltissime possibilità di sopravvivenza. – afferma Claudia Santangelo, Presidente dell’Associazione Pazienti – risulta quindi estremamente importante poter contare su una diagnosi precoce, sulla possibilità di essere presi in carico in Centri di eccellenza da un team multidisciplinare ed esperto e sull’ accesso alle migliori cure disponibili in modo uguale in tutta Italia. Inoltre è fondamentale una corretta alimentazione, sia in termini di prevenzione che di qualità di vita per i pazienti durante e dopo i trattamenti. Da non dimenticare infine l’importanza dell’indagine genetica per quelle famiglie colpite da più tumori gastrici (a partire da due) o che abbiano un componente con meno di 40 anni.”

Richieste non utopiche quelle dei pazienti, come dimostra il caso di Forlì, che detiene il primato della diagnosi precoce del tumore dello stomaco in Occidente. Dal 2000 al 2003 i tumori diagnosticati in fase iniziale andavano dall’8 al 18% di tutti i tumori operati. Già nel 2013 tale percentuale era salita al 36%. “Tutto ciò – dichiara Luca Saragoni, Dirigente Medico U.O. Anatomia Patologica Ospedale G.B.Morgagni – L.Pierantoni – è stato reso possibile grazie al coinvolgimento dei medici di medicina generale, i quali, adeguatamente formati e sensibilizzati, anche in presenza di una sintomatologia blanda e, apparentemente aspecifica, indirizzano i pazienti alla endoscopia digestiva. Inoltre, l’esistenza in ospedale di un team multidisciplinare dedicato ed esperto garantisce ai pazienti un corretto inquadramento diagnostico-terapeutico, anche ai fini di trattamenti endoscopici mini-invasivi ad intento curativo.”

“La maggior parte dei cancri gastrici sono sporadici, – riferisce Stefania Gori, Presidente Nazionale AIOM – ma si stima che l’1-3% siano forme ereditarie, legate a varie alterazioni genetiche. Più recentemente è stata definita una rara forma di cancro gastrico diffuso ereditario, legata a mutazioni germinali del gene CDH1 che aumentano il rischio di sviluppare il carcinoma gastrico diffuso e nelle donne, il carcinoma lobulare della mammella. È possibile ricercare le mutazioni germinali del gene CDH1 attraverso un test genetico su sangue o su tessuto tumorale che viene effettuato dopo un’adeguata consulenza genetica. Identificare le mutazioni è fondamentale, perché permette di mettere in atto misure preventive volte a diminuire il rischio di insorgenza neoplastica: gli individui sani con mutazioni patogenetiche del gene CDH1 sono infatti candidati ad una gastrectomia totale profilattica. Si stima che nei portatori di mutazione CDH1, infatti, il rischio cumulativo di cancro gastrico diffuso, prima degli 80 anni d’età, sia del 70% per gli uomini e del 56% per le donne. Si stima inoltre che, nelle donne con mutazione CDH1, il rischio cumulativo di carcinoma lobulare della mammella prima degli 80 anni sia pari al 42%. È necessaria pertanto la condivisione di una gestione condivisa dei portatori di mutazioni germinali del gene CDH1 per identificare un’altra piccola fetta di tumori “prevenibili” con screening genetico.” Aggiunge Franco Roviello, Presidente GIRCG “A tutt’oggi la firma ereditaria rappresenta una percentuale minima (<1 %) dei pazienti affetti da questa neoplasia, pur trattandosi di un punto molto importante per comprendere i meccanismi che stanno alla base della malattia. La possibilità di ereditare una predisposizione al cancro dello stomaco rimane ancora una questione di nicchia… pochissimo diffusa tra i clinici.”

“Vivere senza stomaco si può” è un’associazione senza scopo di lucro, con sede a Ferrara, unica sul territorio nazionale, nata nel 2013. Si rivolge a chi ha subito una gastrectomia totale o parziale per cancro, ai parenti, familiari e amici delle persone colpite da tumore allo stomaco e cerca di dare risposta agli innumerevoli problemi che vengono quotidianamente evidenziati dal FORUM in essa contenuto, cuore pulsante dell’Associazione.
È federata Favo (federazione dei volontari oncologici) a livello nazionale membro a livello europeo di Ecpc (european cancer patient coalition).
L’intento dell’Associazione è di sensibilizzazione, informazione, divulgazione, prevenzione e sostegno pratico, umano e psicologico sulla patologia del tumore allo stomaco, spesso poco conosciuta dalla maggior parte delle persone. Desideriamo inoltre contribuire a sostenere la ricerca relativa a questo tipo di cancro.

CONTATTI:
Claudia Santangelo
Vivere senza stomaco si può
Phone: 3888812566 – 3393179830
Email: info@viveresenzastomaco.org
www.viveresenzastomaco.org
Facebook: cancro allo stomaco. Vivere senza stomaco si può
Oncoline “Questione di stomaci” Blog

TUMORE DELLO STOMACO
FONTE I NUMERI DEL CANCRO IN ITALIA 2017 AIOM-AIRTUM
Incidenza
Quasi 13.000 nuovi casi di carcinoma gastrico sono attesi nel 2017, attualmente all’ottavo tra gli uomini e al sesto per le donne. Questo ordine di frequenza è per la quasi totalità da attribuire all’incidenza in età avanzata (oltre i 70 anni). Si tratta di una forma tumorale la cui frequenza è in calo da tempo in entrambi i sessi: 1 -3,4 e -3,0% all’anno nell’ultimo periodo esaminato rispettivamente tra uomini e donne. La presenza in Italia di un’area geografica tradizionalmente ad alto rischio (Appennino tosco-romagnolo e marchigiano) e di abitudini dietetiche protettive al Sud condiziona le differenze territoriali osservate. Rispetto a un’incidenza annuale al Nord di 35,9 casi/100.000 abitanti nei maschi e di 11,0 nelle femmine, il Centro presenta un aumento del 9% negli uomini e del 17,7% nelle donne, mentre il Sud fa registrare una riduzione del 31% tra gli uomini e del 28% tra le donne.
Mortalità
Nel 2014 sono state osservate 9.557 morti per questa neoplasia (ISTAT) (delle quali il 60% nei maschi). Con il 6% tra i decessi per tumore sia nei maschi sia nelle femmine il carcinoma gastrico occupa il quinto posto, con una presenza più incisiva nell’età medio-avanzata. Negli ultimi anni la tendenza del fenomeno appare in netta diminuzione (-3,9%/anno nei maschi, -2,7% nelle femmine) analogamente a quanto avviene per l’incidenza. A livello nazionale i tassi più alti si osservano, coerentemente con i dati di incidenza, al Centro-Nord mentre le Regioni meridionali appaiono nettamente più protette (-29% nei maschi, -20% nelle femmine rispetto al Nord).
Sopravvivenza
La sopravvivenza a 5 anni dei pazienti con tumore dello stomaco in Italia è pari al 31,8%. Presenta valori decrescenti all’aumentare dell’età: la sopravvivenza a 5 anni è pari a 39,9% tra i giovani (15-44 anni) e a 21,6% tra gli anziani (75+). Tra le diverse aree geografiche italiane non si osservano sostanziali differenze di sopravvivenza.
Prevalenza
Circa 81.000 persone (59% uomini) vivono in Italia con una diagnosi di carcinoma gastrico, il 2% di tutti i soggetti con tumore. Il 19% di questa coorte si trova a meno di due anni dalla diagnosi, il 36% entro i 5 e il 43% oltre i 10 anni. Si tratta, per lo più, anche per questo tumore di pazienti oltre i 75 anni di età, tra i quali si osservano 630 persone ogni 100.000 residenti (il doppio rispetto ai 60-74enni, quasi 9 volte rispetto ai 45-59enni). Le differenze tra aree geografiche sono, anche in questo caso, sensibili e determinate in primis dalle differenze di incidenza tra il Centro-Nord (137 persone ogni 100.000 nel Nord-Ovest, 162 al Nord-Est, 180 al Centro) e il Sud, con una proporzione di “sole” 70 persone/100.000, conseguenza principalmente di una minore incidenza della malattia.

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La sindrome di Nonna Papera: molestie, accettazioni e giochi di potere

in Il Sociale/Pianeta Donna/Simonetta Santamaria Blog by
La sindrome di Nonna Papera: molestie, accettazioni e giochi di potere

Il caso Weinstein sta scatenando un vespaio. E dividendo l’opinione pubblica in Pro e Contro

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria


Dopo lo scandalo degli esami comprati ecco alla ribalta il produttore che pretende favori sessuali in cambio di ingaggi. Roba vecchia come il cucco che ancora ci fa saltare dalla sedia e gridare all’onta. Un po’ come spacciare la scoperta dell’acqua calda per la novità dell’anno.
Quando ero bambina e cinguettavo di voler fare l’attrice perché riuscivo a imbrogliare i miei alla grande, mio padre diceva che nel cinema c’erano gli “uomini cattivi”; più tardi, in età adolescenziale, quegli stessi si sono trasformati in “uomini che sfruttano il loro potere per portarsi a letto le aspiranti attrici, molte delle quali non lo diventeranno mai, quindi levatelo dalla testa” (l’ultima parte, perentoria, non ammetteva repliche). Erano gli anni ’60 ahimè, un tempo tutt’altro che recente.
Di che ci scandalizziamo? E perché? Per un porco che sa di avere il coltello dalla parte del manico e lo maneggia a suo uso e consumo? Non è il primo, non sarà l’ultimo purtroppo. Harvey Weinstein, uno dei produttori più potenti di Hollywood, ha allungato le mani sul fior fiore delle star della celluloide del calibro di Angelina Jolie, Gwyneth Paltrow, Mira Sorvino, Rosanna Arquette e, più di casa nostra, Asia Argento. C’è chi ha reagito negandosi, chi ha avuto la forza di dire no, di rischiare di perdere tutto (o quel poco di tutto, è sempre questione di misure) e chi invece ha subìto. Quindi, mentre l’eroina di Tomb Raider e la timida Pepper di Iron Man pare siano sfuggite al polpo grasso e laido della Miramax, la Argento non ce l’ha fatta. E ora, in questo mondo falsomoralista e ipocrita, la vittima diventa imputata.
Leggo che negli USA, scoperchiato il vaso di Pandora e sfondato il muro dell’omertà che aveva protetto il personaggio fino a oggi, gran parte delle attrici (il perché poi si siano tenute la posta per così tanti anni mi stuzzica il lato maligno) – ma anche personaggi di spicco come Michelle Obama e Hillary Clinton (che, accidenti, uno che di abuso di potere ne sa ben qualcosa se l’è tenuto nel letto) – hanno fatto corpo unico andando dritte come un caterpillar con i loro anatemi contro Weinstein.
Che poi (aperta parentesi): ma siamo sicuri che si tratti proprio di abuso di potere? Uno come Weinstein, Clinton, Hefner, Berlusconi, Briatore et similia che ci prova con star e starlette, chiamalo fesso… Lui propone, se poi ci stai sono fatti tuoi. Certo, se incombe la minaccia del “non lavorerai più da nessuna parte” allora la cosa si fa seria. E lì vorrei proprio vedere quante di quelle donne che oggi s’indignano per un pompino girerebbero sui tacchi e uscirebbero dalla stanza a testa alta (chiusa parentesi).
Qui da noi ci si scaglia contro la Argento volendo a ogni costo analizzare il perché e il percome, sul quanto sia deprecabile sfruttare il proprio corpo per fare carriera, su come sia biasimevole darla (solo) a scopo di lucro, sul come sia facile sfuggire alle avances e perché no, magari pure a un’aggressione (perché a parole siamo tutti eroi), una come lei che ha due pistole tatuate sull’inguine, una come lei dai trascorsi tutti sesso-droga-rock ’n roll, una come lei che di certo non le manda a dire, una come lei che…
Una come lei.
Ecco come il passato (e un’occhiata superficiale) disegna con inchiostro indelebile ciò che siamo, anche se non lo siamo.
E allora vi dico la mia: ognuno dovrebbe essere libero di pensare e agire come diavolo gli pare e piace quando si tratta del proprio corpo e della propria vita. La Argento non ha fatto male a nessuno se non a se stessa (forse). E che lo confessi solo oggi (come le altre, del resto) non cambia il peso di qualcosa eseguito non proprio per scelta bensì per condizionamento. Non dico costrizione, qui non si parla di stupro. E poco me ne cale se la cosa disturba la morale di chi non la dà o non l’ha data (o dato, s’intende).
Penso a chi non ce l’ha, una scelta, e a chi ce l’ha e la fa perché vuole a ogni costo quel barattolo in cima alla scala (che poi diciamolo, pure a darla così ci vuole coraggio, diamine). E non mi sento di giudicare nessuno. Sarà la saggezza dell’età. O forse è la vecchiaia.

Simonetta Santamaria è scrittrice, giornalista, motociclista, batterista e svariati altri “ista”; ama i gatti, i viaggi avventurosi e Stephen King (ma lui non lo sa).
Il suo sito è www.simonettasantamaria.net
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Lo stupro non ha pelle né colore. O forse sì

in Il Sociale/In Evidenza/Pianeta Donna/Simonetta Santamaria Blog by
Lo stupro non ha pelle né colore. O forse sì

Il quotidiano Libero pubblica stralci del verbale e tutti a gridare al razzista. Ma…

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

Se ne sta parlando tanto ed è bene che se ne parli perché la voce delle donne e di chi sta dalla loro parte non è mai abbastanza incisiva. Stupro. Già la parola mette i brividi, figuriamoci a viverlo. Stupro di gruppo: il peggio del peggio. Se hai anche una sola possibilità di salvarti in una lotta pari (che pari non è mai), quando ti attacca il branco la probabilità di sfuggirgli è a zero.
È quello che è capitato alla turista polacca sulla spiaggia di Rimini e, poco dopo, alla transessuale peruviana nella notte dello scorso 26 agosto.
Di questo orrore ne hanno parlato tutti i giornali, alcuni ne hanno riportato dettagli che sono duri e crudi come pugni nello stomaco. Tra questi il quotidiano Libero, che ha stralciato le dichiarazioni delle vittime dai verbali di denuncia. E tutti a gridare al razzista, fascista, nazista e svariati altri ista, proprio come scrivo di me in calce agli articoli.
Non sono d’accordo.
È l’ottica di chi vede l’azione di Libero sotto la luce razzista a essere distorta. Perché dovrebbe essere razzista uno che riporta fatti, non lancia strali infuocati verso chicchessia, non fa illazioni, non tenta di radunare il KKK. Riporta fatti. Spietati, è vero. Orribili, senza dubbio. Inutili. No.
Perché è ora di spostare questo dannato riflettore sul vero mostro della storia: LO STUPRO.
Lo stupro non ha razza, non ha colore sebbene io un colore glielo attribuisco, ed è il viola. Viola come i lividi dei calci e dei pugni, come le ecchimosi che si formano in una vagina e in un retto violati oltre ogni umana ragione. Viola, appunto. Lo stupro ha il colore viola.
“Che cosa aggiunge a questa storia di orribile cronaca il fatto che l’abbiano trascinata dalla sabbia nell’acqua, e poi ancora nella sabbia, e poi di nuovo girata, e violentata in un altro modo?” si chiede oggi Il Foglio. Aggiunge cruda consapevolezza. Mette a fuoco quello che fino a ieri è stato definito “un fatto spiacevole”, “una ragazzata” e altre definizioni simili: basta leggere il post  del sedicente “mediatore culturale” Abid Jee per comprendere a cosa mi riferisco. Ecco, sono queste chiose superficiali a non rendere giustizia alle vittime. Come ho già scritto, brutto è quando ti becchi un cazzotto, spiacevole è quando il cane ti piscia sul tappeto. Lo stupro è un crimine tra i più efferati.

Lo stupro non ha pelle né colore. O forse sì

Fin troppe volte abbiamo assistito a stupri irrisolti, con vittime senza giustizia e colpevoli bellamente impuniti o accarezzati da una pena che li vede liberi dopo poco. Se fossi io, la vittima, lo griderei ai quattro venti quello che mi hanno fatto affinché nessuno possa più ignorarmi, nessuno possa chiudere gli occhi. Né ora né mai più.
Che oggi sia una banda di extracomunitari francamente non m’importa. Io non vedo il marocchino o il nigeriano ma CRIMINALI. Loro, schifosi delinquenti senza colore.
Non è razzismo, questo. E se lo ritenete tale, continuerete voi a fare le differenze, a scavare fossati. Non sono, non devono essere loro i protagonisti, è quello che hanno fatto il focus della storia, ed è per quello che spero con tutta l’anima che siano puniti.
In maniera spietata, proprio come lo stupro che hanno perpetrato.

Simonetta Santamaria, è scrittrice, giornalista, motociclista, batterista e svariati altri “ista”; ama i gatti, i viaggi avventurosi e Stephen King (ma lui non lo sa).
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Micaela Piccoli: quando la chirurgia è donna

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Micaela Piccoli: quando la chirurgia è donna

È Primario, è conosciuta e stimata in tutto il mondo. È un’eccellenza, eppure i bastoni tra le ruote non le mancano.

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

Classe ’67, è un Primario relativamente giovane secondo lo standard della sanità italiana. Per la precisione, è Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Chirurgia Generale, d’Urgenza e Nuove Tecnologie dell’Ospedale Civile Sant’Agostino Estense (OCSAE) di Baggiovara, Modena. La prima donna in Italia a ricoprire un incarico di tale importanza.
La sua è una delle U. O. di chirurgia più grandi e importanti d’Italia; giusto per citare qualche numero: 44 posti letto, 15 sedute operatorie a settimana di cui il circa il 40% condotto con tecniche mininvasive e robotiche, per un totale di oltre 2000 interventi l’anno. Dirige un’équipe di 15 chirurghi di cui altre due donne, entrambe con un ruolo rilevante, non relegate quindi alla classica chirurgia di superficie che in genere viene destinata (loro malgrado) alle donne: la dottoressa Fouzia Mecheri è responsabile di Chirurgia Mininvasiva Bariatrica, mentre la dottoressa Barbara Mullineris è la responsabile di Endocrinochirurgia nonché istruttrice ATLS (Advanced Trauma Life Support).
Lei è Micaela Piccoli, modenese d’adozione, cresciuta professionalmente sotto la guida del professor Gianluigi Melotti, uno dei pionieri della chirurgia laparoscopica in Italia.
Ha sempre sognato di fare il chirurgo, e ha concentrato ogni sforzo sul raggiungimento del suo obiettivo. Ha studiato in Italia e all’estero dove è conosciuta e stimata, ha ricoperto cariche via via più importanti tirandosi addosso molti consensi ma anche “qualche” malumore. L’abbiamo intervistata per conoscere l’altro lato del successo, come chirurgo e come donna.

– Dottoressa Piccoli, rompiamo gli indugi con la prima domanda d’obbligo: com’è fare il Primario? Cosa vuol dire per una donna ricoprire una carica così importante in un settore storicamente (oggi ancora troppo) maschilista?

MP: Un compito senz’altro non facile, come per un uomo. Oggi il primario non deve solo sapere operare, ma deve essere anche un vero e proprio manager in grado di gestire risorse economiche e soprattutto umane. Una donna può essere un buon manager? Penso proprio di si! La donna è pragmatica, mette al primo posto la visione strategica, va dritta al risultato, grazie alla tenacia e a una buona dose d’intuito. Una donna Primario riesce probabilmente meglio di un uomo a favorire la collaborazione e i rapporti umani mantenendo un minimo di sana competitività. In un certo senso cerchiamo di individuare in tutti le qualità da far emergere, motiviamo, incoraggiamo, rendiamo l’ambiente di lavoro piacevole e stimolante. L’obiettivo è indirizzare e inserire. Che la cosa funzioni lo testimoniano gli ottimi risultati che stiamo ottenendo, il ritorno professionale è alto grazie a un efficace (e sereno) lavoro di squadra.

Micaela Piccoli
Micaela Piccoli

In Italia ci sono soltanto 7 primari donna in Chirurgia Generale di cui 5 sono di U. O. Complesse di Senologia, campo già più tipicamente femminile. La sua è una chirurgia laparoscopica mininvasiva, che comporta migliori risultati in tempi postoperatori di gran lunga ridotti rispetto alla chirurgia “aperta” tradizionale. Micaela Piccoli, tra le varie, è stata il primo chirurgo italiano a eseguire un intervento di tiroidectomia robotica transascellare: in soldoni, è l’asportazione della tiroide attraverso un’incisione sotto l’ascella, in modo da non lasciare cicatrici antiestetiche sul collo; il tutto eseguito con l’ausilio del robot, il fantascientifico Da Vinci, che si manovra attraverso un visore ottico 3D ad alta risoluzione e due joystick; quasi come un videogame, che però comporta un lungo e accurato training. Non solo: grazie all’esperienza sulla tiroide, la sua equipe vanta i primi 15 casi al mondo di resezione robotica transascellare di diverticolo dell’esofago cervicale: sempre in soldoni, si tratta di un’estroflessione della parete dell’esofago a livello cervicale. Un bel palmarès, non c’è che dire, ma non è finita: la Piccoli forma chirurghi italiani e stranieri. È anche Direttore della Scuola Nazionale ACOI (Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani) di chirurgia laparoscopica e mini-invasiva e pertanto ogni anno ospita presso il suo reparto circa 120 chirurghi provenienti non solo da tutta Italia ma anche da tutto il resto del mondo per istruirli alla videolaparochirurgia e alla robotica. Quando non va di persona a istruire sul posto chi non ha le possibilità di spostarsi.

– Formazione sul campo ma anche a distanza: tutoring e proctoring di chirurgia laparoscopica e robotica mininvasiva in tutto il mondo, dalla Cina alla Palestina; addirittura collegamenti in streaming con i paesi più disagiati: lei mi sembra in controtendenza con alcuni dei cosiddetti “maestri” che mi risultano essere abbastanza gelosi del loro sapere e del loro livello di specializzazione, quindi tendenti a non lasciar mai decollare chi gli sta a fianco…

MP: Be’, io non condivido l’interesse a tenere sotto chiave tutto quello che abbiamo imparato, sarebbe solo uno spreco di forze, intelletto e sacrifici. Com’è stato fatto con me, io faccio con i miei allievi e collaboratori, e vederli decollare è solo motivo di grande orgoglio. Anche il collegamento in streaming con ospedali di frontiera, tipo quello di Hebron, tanto per citarne uno di paese disagiato, potrebbe in apparenza non avere un senso e invece ce l’ha: è vero, probabilmente loro non riusciranno mai ad avere un robot ma almeno non si sentiranno messi da parte dal futuro. Partecipare comunque alle evoluzioni scientifiche delle tecniche chirurgiche è come farne parte, ed è di certo meglio di niente.

Ascoltandola, la prossima domanda (per dirla alla Antonio Lubrano) nasce spontanea:

– Ha mai avuto difficoltà a far digerire ai suoi colleghi uomini la sua autorità e a far rispettare le sue decisioni?

MP: No, perché non ho mai mirato all’autorità ma solo all’autorevolezza conquistata passo dopo passo, essendo cresciuta tra e con loro. E poi c’è sempre spazio per il confronto: non perdo mai di vista l’obiettivo principale che è il benessere del paziente, quindi se qualcuno è in grado di dimostrare che la sua idea è più efficace della mia non ho problemi ad adottare la strategia suggerita.

Nota dolente: bastoni tra le ruote. Essere il successore del professor Melotti l’ha trasformata in un personaggio troppo ingombrante, difficile da “gestire”, quindi qualcuno s’è messo di buzzo buono per farla fuori. Ma per chiarezza vi riepilogo un po’ la sua storia: dopo un anno e mezzo in cui ha ricoperto la carica di direttore facente funzione (FF), nel luglio 2016 (unica donna contro 7 uomini) vince il concorso a primario con un ampio divario di punteggio; tuttavia il Direttore Generale della USL di Modena ne sospende la nomina motivandone la causa con l’unificazione dell’azienda ospedaliera con il Policlinico e mettendo finanche in dubbio la persistenza del posto messo a bando, quindi passa la palla al Direttore Generale della nuova Azienda Ospedaliera Universitaria. La diatriba vede la fine solo nel gennaio 2017 quando la Piccoli finalmente ottiene la meritata nomina di Direttore della sua U.O.

– Dottoressa Piccoli, lei come la vede, la situazione della sanità italiana oggi?

MP: Non voglio rilasciare inutili commenti sulla mia “storia” personale, probabilmente simile a molte altre, in varie fasi di carriera. Alla fine, comunque, il merito ha trionfato: questa è l’unica cosa che conta. Per quanto riguarda la situazione della sanità italiana non posso che definirla complicata e preoccupante. Tagli lineari, non sempre fatti solo sul superfluo, minore attenzione all’innovazione tecnologica, rallentamento del cambio generazionale, chi va in pensione non viene sostituito, organici ridotti e chirurghi allo stremo delle forze sottoposti a turni di lavoro allucinanti. Ecco, si pensi a una donna costretta a tali ritmi: che vita familiare potrebbe mai avere?

Problemi. L’unificazione col Policlinico ha fatto sì che l’U. O. di Chirurgia Generale diretta dalla Piccoli stia subendo una riorganizzazione che prevede forti cambiamenti…

– È come se la sua nomina fosse stata accolta da un tifone: come sta gestendo tutto questo?

MP: Le riorganizzazioni a seguito delle unificazioni sono sempre complesse, ma il consenso si ottiene solo se tutto è fatto rispettando e valorizzando le professionalità, analizzando volumi di attività e gli esiti. Purtroppo, a volte, entrano in gioco dinamiche complesse non sempre facilmente comprensibili tra mondo universitario, ospedaliero e altro che rendono il cammino arduo. Io non mi oppongo al cambiamento, mi aspetto solo che sia teso al miglioramento e non all’appiattimento. Questa non è una pretesa ma una reale necessità; del resto andiamo avanti con tutta l’energia e la passione che ci ha spinti a scegliere questo lavoro e questa vita, sperando in tempi migliori.

È vero, la sua scelta professionale ha un prezzo. E anche abbastanza caro per certi versi. Infatti la dottoressa Piccoli ha rinunciato a una quota della famiglia per la carriera. Ha un marito molto paziente che rasenta la santità, un gatto ma niente figli. Più che rinunciato diciamo che ha perso quel treno perché, se l’avesse preso allora, probabilmente sarebbe stata messa da parte e scavalcata. Una scelta obbligata, costretta dall’andazzo che vede sempre la donna in una posizione di sudditanza, dove basta una gravidanza per venire retrocesse al Via. Le chiediamo di parlarci di persona di quest’aspetto meno entusiasmante dell’essere al top.

MP: Per una donna chirurgo, decidere se e quando di avere un figlio è un dramma. Col senno di poi, consiglio a tutte le mie specializzande di fare un figlio subito in modo da essere alla pari quando entreranno nel mondo del lavoro. E comunque è difficile gestirne più di uno, ovviamente se sei intenzionata a seguire un certo tipo di carriera. Nei primi anni dell’ACOI, quando avevo contribuito a realizzare una Commissione delle Donne Chirurgo, ho cercato di capire se le leggi che ci tutelano durante la gravidanza potevano essere modificate: veniamo allontanate dalla sala operatoria pur mantenendo il posto di lavoro ma, per un chirurgo, restare mesi senza operare è un danno enorme. Considerato che oggi le tecniche anestesiologiche sono cambiate, non si usa più gas anestetico ma si fa tutto per via endovenosa, i rischi per una gestante sono di gran lunga ridotti. Per quanto mi riguarda, lo ammetto: se avessi avuto la possibilità di restare in sala operatoria in gravidanza, probabilmente un figlio lo avrei fatto. Ma avendo in mente e nel cuore un certo tipo di carriera, mi sono resa conto che sarebbe stato un elemento frenante. Poi ti accorgi che il tempo è passato più in fretta di quello che pensavi… e alla fine non lo fai più. Mio marito, è vero, è un santo, (sorride). È un ingegnere elettronico, capace più di me di differenziare vita lavorativa e vita personale; io faccio fatica ad essere qualcosa di più di un chirurgo, lui riesce ad essere molto di più di un ingegnere. Mi ha accompagnato durante tutti questi anni sostenendomi e sopportandomi, in tutti i modi possibili. È la mia roccia ferma, la mia casa.

Da donna e profonda ammiratrice di una tale dedizione che solo se sei motivata da grande passione puoi reggere in questo Bel Paese, ringrazio la dottoressa Micaela Piccoli per il tempo che ci ha concesso e le faccio un grande in bocca al lupo. Penso che un bel metalupo a fianco (questa è per gli appassionati de Il Trono di Spade) le farebbe molto comodo.
E chiudo con un’ultima domanda.

– Dottoressa, ma… Chirurgo o Chirurga?

MP: Beh: Direttore o Direttrice? Primario o Primaria? Capo o Capa? Rispondo alla Obama: Yes I can be a surgeon!

Simonetta Santamaria, è scrittrice, giornalista, motociclista, batterista e svariati altri “ista”; ama i gatti, i viaggi avventurosi e Stephen King (ma lui non lo sa).
Il suo sito è www.simonettasantamaria.net
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La sindrome di Nonna Papera: morbide come dee

in Il Sociale/In Evidenza/Pianeta Donna/Simonetta Santamaria Blog by
La sindrome di Nonna Papera: morbide come Dee

Attacco a Vanessa Incontrada e alle sue forme. E la parte sana del web le fa scudo.

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

Nonna Papera 2.0, un occhio al forno e uno al web. E tra le varie spunta come un fungo velenoso l’attacco contro Vanessa Incontrada e le sue forme morbide.
Reduce dai Wind Music Awards, la showgirl è stata presa di mira sui social per aver perso la sua forma fisica, per essersi appesantita dopo il parto e non aver mai recuperato.
Un vero e proprio attacco mediatico.
Tutte là, le serpi, dritte sulla coda e pronte scagliarsi contro il primo che capita. Parte una e giù tutte le altre. E allora forza, seguiamo il capintesta che ha il coraggio di dire cose orribili così ci sentiamo un po’ fighi e onnipotenti anche noi, che in realtà siamo l’esatto contrario. Lo specchio ci rimanda un’immagine che non ci piace, un’immagine debole, sfocata, di nessun impatto, da elettrocardiogramma piatto. Ma non possiamo ammetterlo perché non a tutti piace far parte della Banda dei Perdenti (tanto per citare Sthephen King, uno che da perdente s’è preso una bella rivincita). Se però ci nascondiamo dietro il capofila potremmo riuscire a imbrogliare. Anche noi stessi. Almeno nello spazio di un post.
Sono imbestialita. È incredibile quanto livore è celato dietro questi schermi. Dietro questi social che, come dico sempre, sono molto poco social. O meglio, sono affollati di gente a-social.
Ma, giusto per restare nei panni di Nonna Papera, vi dico una cosa a modo suo.
Sono state fatte imponenti campagne mediatiche contro l’anoressia, contro quell’orribile stereotipo che vuole le donne filiformi, rinsecchite come cardi nel deserto, buone giusto per essere appese nello studio di un antropologo. E voi eravate tutti lì, sempre dietro il primo della fila, a battere le mani, a plaudere al servizio sociale, a sentirvi utili.
Poi è arrivato il boom delle modelle curvy. E allora tutti a dire curvy è bello, curvy è glam, viva le modelle Ashley Graham ed Elisa D’Ospina e il loro corpo burroso, viva Gesù e viva Maria.
Viva, davvero. È grazie a loro che abbiamo cominciato a guardare con meno disgusto i nostri rotolini di ciccia anziché tentare il suicidio prima di ogni doccia.
Vanessa Incontrada incarna tutto questo. Una donna stupenda a mio parere, carica di energia, bellezza, humour. È bella, oggi quanto ieri, perché la bellezza se la porta dentro, non come voi che avete sepolto la vostra per seguire un branco di pecore castrate.
Plaudo a Selvaggia Lucarelli (che di attacchi alla sua persona ne sa bene qualcosa), a Carlo Conti, suo partner sul palco dei Wind Music Awards, a tutti i colleghi e a coloro che si sono schierati dalla sua parte.
Quanto a voi, patetici detrattori, mi fate pena. Siete stupidi, che è peggio di essere cattivi. Costruite difetti intorno agli altri perché tremate di fronte ai vostri. Vi lanciate a corpo morto tra la folla perché vi confondete, perché non avete un’identità, perché presi singolarmente siete zero.
Dopodiché, per disintossicarmi da tutto questo fiele e per la gioia del mio giro vita, vado a scofanarmi di ciliegie. Belle, tonde, estive, zuccherine, sensuali.
Alla salute di Vanessa, e di tutte quelle come lei che tirano sempre avanti a testa alta.
Voi, là sotto, siete solo fanghiglia autunnale.

Simonetta Santamaria, è scrittrice di thriller e horror. Giornalista, motociclista, batterista e svariati altri “ista”; ama i gatti, i viaggi avventurosi e Stephen King (ma lui non lo sa).
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La sindrome di Nonna Papera: a che serve l’orgasmo femminile?

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La sindrome di Nonna Papera

Ennesimo mistero dell’Universo Donna

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

Ci dev’essere sempre qualcuno che si arrovella in cerca di risposte quando ci si trova di fronte a un mistero. Esiste Dio? Esiste la vita dopo la morte? E la Particella Fantasma? Tra questi profondi quesiti esistenziali (e post-esistenziali) c’è la Donna. La sua psiche, il suo corpo, ci vogliono svelare a tutti i costi… Dopo l’ancora oscuro Punto G ecco che ne arriva un altro: a che serve l’orgasmo femminile?
Domanda del secolo.
Mentre quello maschile, tecnicamente, associato all’eiaculazione assolve alla sua funzione riproduttiva, il nostro che scopo ha?
Sfatato il mito che le contrazioni vaginali avrebbero favorito il viaggio degli spermatozoi verso l’ovulo (con o senza spinta, only the best per i futuri umani caudati); superata anche l’ipotesi che un tempo (poi l’evoluzione ha fatto il suo) l’orgasmo stimolasse il rilascio dell’ovulo: della serie tromba oggi tromba domani prima o poi ti becco. Certo, Neanderthal magari si accoppiava come un paleoconiglio ma oggi c’è l’emicrania, lo stress da superlavoro e la pay tv.
La biologa evoluzionista Elisabeth Lloyd ha espresso la sua teoria nel libro The Case of the Female Orgasm (voi eravate rimasti al caso del cane ucciso a mezzanotte e a quello del dr Jekyll e mr Hyde, dite la verità): in soldoni quel fantasmagorico prodigio è un incidente di percorso, una sorta di felice errore evolutivo. “Come i capezzoli dell’uomo”, dice, che non servono certo per l’allattamento.
Intanto, lascerei per un attimo i vari studiosi ad accapigliarsi per evidenziare il mero dato di fatto che l’orgasmo fa bene. Di seguito, cinque buoni motivi per cedere al divertissement:
1) Secondo il dottor David Weeks, psicologo clinico del Royal Hospital di Edimburgo, su 3.500 pazienti, quattro o più orgasmi a settimana asfaltano una palata di rughe meglio del botox: si ringiovanisce di ben sette anni, e senza spendere un euro;
2) L’orgasmo ha delle taumaturgiche doti antidolorifiche (ottimo per l’emicrania di cui sopra e meglio di una spalmata di Voltaren per chi soffre di dolori vari), fa lievitare l’autostima e l’ottimismo: una sana iniezione (è il caso di dire) di joie de vivre;
3) Notizia extra per coloro che non usano il preservativo: secondo uno studio della State University di New York, lo sperma possiede delle proprietà antidepressive; il desiderio di menarci di sotto sarà quindi di gran lunga inferiore se abbiamo rapporti non protetti;
4) L’orgasmo aiuta a combattere l’insonnia, favorendo il rilascio di melatonina. Camomilla, ignatia e valeriana è roba da sfigati: chi tromba addormenta anche te, digli di prestarsi.
5) Dulcis in fundo, notiziona per noi donne over 50: l’orgasmo migliora con l’età. Quindi se pensavate di imbustare la vostra vagina e appenderla al chiodo perché il brizzolato laggiù non rende, sappiate che ben il 75% delle donne ha avuto i suoi migliori (e plurimi) orgasmi dopo i 60 anni. Finché c’è vita c’è sempre speranza.
E, per concludere, anche Nonna Papera ha redatto la sua teoria in merito: in coppia o in solitaria, in collaborazione o in fai-da-te, l’orgasmo è (e resta, al di là di ogni studio o scoperta) l’unico dono paradisiaco rimastoci dopo che Dio buttò i nostri progenitori fuori dall’Eden a calci in culo.
E siccome erano nudi, è la sola cosa che sono riusciti a fregarsi senza farsi scoprire.

Simonetta Santamaria, è scrittrice di thriller e horror. Giornalista, motociclista, batterista e svariati altri “ista”; ama i gatti, i viaggi avventurosi e Stephen King (ma lui non lo sa).
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La sindrome di Nonna Papera: La Champions, il Napoli e il senso sportivo

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La sindrome di Nonna Papera: La Champions, il Napoli e il senso sportivo

Cari merengues, mi levo una pietra dalla scarpa. E vi dico che…

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

Premetto che oggi, 8 marzo, non ho una cippa da festeggiare perché questa cosa della Festa della Donna la trovo una cazzata retorica, un contentino che dai a soreta perché io voglio tutto il pacchetto 365giorni-all-inclusive altrimenti stattene dove stai che stai bene.
Detto ciò, voglio riparlare di un argomento (apparentemente) maschile: la Champions League!
Ieri s’è giocata la partita di ritorno tra Napoli e Real Madrid. Ci abbiamo sperato, noi napoletani inside, dint’o core, che il nostro tridentino (“ino” di statura ma “one” in quanto a bravura) facesse il miracolo, magari accompagnato non dalla Madonna (che non credo sia tifosa) ma dal nostro San Gennaro che in questi giorni sta pure tutto contento che il popolo festeggia la mobilitazione dello scorso anno quando lo ha sottratto alle mani ingorde della Curia… E in effetti un paio di manine sante ce le ha messe pure lui, specie quando ha benedetto al 29’ il palo di Reina (noi donne siamo certe che Reina abbia il palo benedetto…)
Abbiamo giocato un primo tempo strepitoso e anche di più, il nostro Dries Mertens ha fatto un gol strepitoso, insomma siamo riusciti a tenere a bada il Gigante, lo abbiamo messo in difficoltà. Non a caso ha segnato due gol di testa. Su calcio d’angolo. Su palla inattiva. Niente azioni mirabolanti, il famigerato CR7 (che ieri sera pareva più quello che dalle nostre parti si definisce “’nu pesce pigliat’ c’a botta”) e compagni sono rimasti a bocca (quasi) asciutta fino alle due cornate di Sergio Ramos, faccia di peste e 1.83 di altezza, che hanno spiazzato il nostro portiere. Tutto questo al 51’ e al 57’: fino ad allora niente da dire, abbiamo dominato noi.
Diciamocelo, i colpi di testa non sono proprio il nostro forte, né a darli né tantomeno a prenderli.
Il gallo sulla munnezza lo ha fatto Álvaro Morata, entrato come un pirito al 77’…
E caro mio, avrai fatto pure gol ma l’ha fatto al 91’ a una squadra ormai demoralizzata che ormai aveva smesso di lottare quindi il tuo gol vale meno di quel pirito sull’onda del quale sei entrato a partita già praticamente chiusa, peraltro su respinta di Reina quindi manco questa grande azione di cui vantarsi.
Per cui quel tuo gesto, quel dito sulla bocca con cui hai voluto zittire la tifoseria napoletana te lo puoi pure ficcare lì da dove (sempre lui) quel pirito è partito. Sei Odioso e Antisportivo. Perché non mi pare che a casa tua noi ci siamo comportati male, Mertens non ha sbeffeggiato nessuno quando ha segnato…
Per cui, caro il mio Álvaro – Grande Pirito – Morata, antisportività per antisportività, ecco che ti dico: ammesso che tu sia il grande calciatore che credi di essere, come sportivo fai veramente schifo.
E pure come uomo non se granché, va’. Perché se vuoi saperlo hai la faccia di culo. E noi donne, noi donne partenopee, tutte sangue e anima, preferiamo uomini come Pepe Reina. Lui almeno ha il palo benedetto mentre tu hai solo una palla.

Simonetta Santamaria, è scrittrice di thriller e horror. Giornalista, motociclista, batterista e svariati altri “ista”; ama i gatti, i viaggi avventurosi e Stephen King (ma lui non lo sa).
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Andrea Carri: pedala piano ma al piano va forte

in La Musica/Simonetta Santamaria Blog by
Andrea Carri: pedala piano ma al piano va forte

Ha inventato il pianoforte a tre ruote per portare la musica alla gente

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

A vederlo sembra il figlio che tutte le mamme vorrebbero avere, e anche il fidanzato che molte ragazze vorrebbero avere. Bello, col suo borsalino sempre calcato in testa; simpatico, con un sorriso che scioglie anche le anime più fredde. Talentuoso, che sprigiona musica dalle dita, con la stessa energia con cui Darth Sidious spara le sue saette. Sto parlando di Andrea Carri, il giovane pianista emiliano che sta facendo tanta strada suonando… e pedalando. Curioso vero?
Ho avuto il privilegio di ascoltarlo in concerto e oggi nella mia musicoteca ci sono tutti i suoi album. È stato un vero e proprio rapimento dei sensi, ecco perché voglio raccontarvi un po’ della sua storia: il resto ce lo dirà lui.
La sua passione – perché proprio di passione si tratta – per il pianoforte nasce agli albori, in una casa dove gruppi come i Genesis erano il pane quotidiano e Tony Banks deliziava i cuori e intanto gli plasmava la mente con i suoi assolo di Firth of Fifth e The Cinema Show. Ha iniziato a suonare a 6 anni e da allora non ha mai smesso.

– Ingegnere ambientale per lavoro, pianista per vocazione. Hai scelto di non seguire il percorso del Conservatorio ma quello della genialità, senza gabbie, senza cliché. Il Cammino dell’Arte, potremmo dire, o piuttosto consapevolezza che in Italia campare d’arte è pressoché utopistico?
AC: Più o meno entrambe le cose. In primis, cercavo una forma artistica che mi consentisse una totale libertà, lontano dalla logica del guadagno e del dover scrivere e produrre a tutti i costi. Non credo che campare d’arte sia utopistico, ma sicuramente ti costringe a compromessi. Compromessi che a volte ti portano ad odiare quello che stai facendo. Io non volevo che questo accadesse: voglio essere libero di suonare quando ho qualcosa da dire e quando mi comporta piacere, senza doverlo fare “per forza” sempre. Inoltre trovo che il Conservatorio dia una buona preparazione su alcuni ambiti musicali, mentre sia estremamente carente sotto altri aspetti. Io ho scelto il cammino che più mi interessava e stimolava, fatto di una grande esperienza live e tanti anni di gavetta. E devo dire che sono soddisfatto del percorso intrapreso, anche se invidio alcuni colleghi per la loro sicuramente maggiore preparazione tecnica.

La sua musica è di stile neoclassico, sulla scia di Ludovico Einaudi a cui Andrea si è molto ispirato nei primi anni del suo percorso artistico, per poi via via ricercare un suo stile che lui ama definire “autobiografico”: racconta sensazioni, fotografa momenti e li traduce in note. E preferisce pubblicarli in un tempo non troppo lontano dal momento stesso, perché il suo tempo è il presente.

– Come nasce un brano di Andrea Carri? Quali sono le dinamiche che danno vita alle tue creature?
AC: Ogni brano ha una storia a sé stante e parte da sensazioni, immagini, attimi che per un qualunque motivo mi catturano. È veramente complesso spiegare quello che accade… di certo posso dire che trovo molto difficile e forzato comporre quando non ho nulla da esprimere, ed il risultato in quel caso non mi soddisfa mai. Superato il primo ostacolo, quello istantaneo dell’idea nuda e pura, iniziamo mesi di affinamento e cura dell’arrangiamento. Quando inizio ad avere diverse storie nel cassetto, sufficienti per dare vita ad un album, cerco di creare un sound coerente e possibilmente uniforme, con il quale entro in studio di registrazione. Il percorso descritto è piuttosto lungo: mentre per l’idea base a volte mi occorrono anche solo 10 minuti, il completamento della stessa è frutto di diversi mesi. Di certo, quello che esce dal mio pianoforte mi riguarda sempre molto strettamente e racconta un periodo della mia vita.

E ora parliamo del singolare progetto che da circa un anno a questa parte gli sta rinforzando quadricipiti e polpacci, muscoli che con un pianista avrebbero in teoria ben poco a che vedere: Pedala Piano. Insieme con Daniele Leoni e Francesco Mantovani, anche loro pianisti, ha progettato una sorta di triciclo – verde come dovrebbe essere la natura – su cui è montato un pianoforte, e finanziato con il crowfunding attraverso MusicRaiser: oggi con quello girano per l’Emilia (ma non solo) per portare la musica alla gente. E la gente è felice di ascoltare un pianista di strada che gli arriva sotto casa, perché la musica ha anche questo magico potere.
Si muovono almeno in due per volta, i loro concerti si svolgono a tappe: quattro o cinque di una mezz’ora ciascuna e poi via verso una nuova piazza. La formula sta riscuotendo un enorme successo e ora li vogliono dappertutto.

– Nomen omen: Carri. C’erano delle ruote nel tuo destino. Com’è suonare per le strade in sella a una bici a tre ruote? Stare tra il pubblico, a contatto con la gente, è di certo emozionante ma rispetto al palcoscenico e un pianoforte a coda?
AC: È completamente diverso, ma non per questo privo di emozioni. Un palco ed un pianoforte a coda ti permettono di suonare un certo tipo di brani, creare di conseguenza un’atmosfera più intima e riflessiva, fatta anche di respiri e silenzi, in un luogo in cui il pubblico è lì per te. Suonare in mezzo alle strade invece ti porta in un qualcosa di completamente diverso, che sicuramente rappresenta un’ottima palestra. La gente infatti incrocia per caso le tue note e tu devi essere in grado di catturarli: a mio parere i feedback che si ricevono in strada sono di fondamentale importanza! In ogni caso, amo entrambe le situazioni, che mi regalano grandi emozioni!

Ha all’attivo quattro album da solista: Partire, Stanze Segrete, Metamorfosi e Chronos. E il quinto è in arrivo a fine aprile. Si chiamerà Shadows ed è prodotto dalla Memory Recordings di Fabrizio Paterlini. La novità sarà rappresentata dalla compresenza del batterista/percussionista Francesco Camminati. Nuove sonorità quindi…

– Shadows sembra voler disegnare una svolta nel tuo modo di fare musica: esigenza evolutiva, metamorfosi (giusto per citare un tuo album) o semplicemente istinto?
AC: Direi tutte e tre le cose insieme. Shadows nasce quasi per caso, così come l’idea di coinvolgere la batteria. Infatti un locale nel quale mi esibisco regolarmente mi chiese di preparare un duetto per la stagione estiva. Prendendo al balzo le loro esigenze, decisi di sperimentare e, anziché coinvolgere un cantante o un violinista, come si fa di solito dalle mie parti, mi sono buttato sulle percussioni di Francesco, perché a mio parere poteva nascere qualcosa di interessante. Le prime date sono subito andate benissimo, suscitando un buon interesse. Il naturale passo successivo è stato quello di iniziare a scrivere qualcosa insieme. E l’occasione si è presentata al momento giusto, in quanto sentivo che era giunto il momento di cambiare, di evolvermi verso un sound diverso, più ritmico e movimentato, senza però perdere gli elementi che mi hanno sempre contraddistinto. La direzione presa credo sia quella giusta e i concerti di presentazione del disco fatti fino ad oggi sembrano confermare tutto questo.

Aspettiamo Shadows, dunque. E sulle note di Universal Gravitation, uno dei brani dell’album che vi facciamo ascoltare in anteprima, facciamo un grande in bocca al lupo ad Andrea e ai suoi colleghi. Pedalerete pure Piano, ragazzi, ma andate davvero Forte.

Andrea Carri Official

Simonetta Santamaria, scrittrice di thriller e horror. Giornalista, motociclista, batterista e svariati altri “ista”; ama i gatti, i viaggi avventurosi e Stephen King (ma lui non lo sa…)
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La sindrome di Nonna Papera: oje vita, oje vita mia! Napoli vs Real Madrid, che sfida!

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La sindrome di Nonna Papera: oje vita, oje vita mia!

Il Napoli nel cuore, sempre. Anche fuori porta

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

Ieri si è giocata una partita di calcio. Non una qualsiasi ma l’andata degli ottavi di Champions League. Non un’andata qualsiasi, perché giocava il Napoli. Non contro un avversario qualsiasi, perché ha giocato contro il Real Madrid.
Lo so che quei “qualsiasi” che per me sono un’affermazione dell’opposto per alcuni di voi potrebbero sembrare, al contrario, dei veri “qualsiasi” ma vi assicuro che anche solo a nominarlo, il Gigante, fa paura. Campione del Mondo, campione d’Europa, oggi prima in classifica nella Liga. 32 titoli nazionali, 11 vittorie – e primato assoluto – proprio in Champions. 19 Coppe di Spagna, 9 Supercoppe di Spagna, 1 Coppa de la Liga, 2 Coppe UEFA, 3 Supercoppe europee, 3 Coppe Intercontinentali, 2 Coppe del mondo per club e 1 Coppa Iberoamericana…
Il Napoli a confronto è un Davide con la fionda, rappresentata dai suoi 2 scudetti, 5 Coppe Italia, 2 Supercoppe italiane, 1 Coppa UEFA e 1 Coppa delle Alpi.
Ma, excursus storici e palmarès a parte, la fede calcistica per il Napoli è incrollabile, passando per crisi, sconfitte e scivoloni fino alla serie C1. E quindi l’evento di ieri sera andava celebrato in ogni caso perché Davide stava per affrontare con la sua fionda il Gigante che, per ventura o sfortuna che sia, gli era capitato in sorte. In casa sua, per giunta. Io ci sono stata, al Santiago Bernabéu, e vi assicuro che è roba da mozzare il fiato a entrarci da spettatore, figuratevi da protagonista.
E, a proposito della sottoscritta…
La sottoscritta iersera si è trovata nella capitale per motivi di lavoro ma mai avrebbe potuto perdersi la partita: così si è aggirata tra le pizzerie della zona, dove le probabilità di beccare un pizzaiolo napoletano erano più alte della doppietta di Mertens auspicata da molti tifosi, ed è finita da un napoletano doc con doppio schermo e collegamento a Mediaset Premium. Nonché un’interessante storia da raccontare che, come gli ho promesso, mi farò raccontare una prossima volta, “senza partita però, che così stiamo più quieti.”
È stato fantastico, come essere a casa. Eravamo tutti napoletani, lì dentro, per nascita e fede calcistica. Per una sera, quel locale è stato nostro. Tra un trancio di ottima pizza e una jastemma, tra un chitemmuorto e un crocchè di patate, la mia ansia è stata quella di altre 50 persone, la mia gioia pure, l’amarezza per la sconfitta anche.
E, durante l’intervallo, il proprietario fa partire la base, prende il microfono e intona ‘O surdato ‘nnammurato con una voce degna di Caruso. Perché dal lontano ’75 il vero, unico e solo inno del Napoli è e resta lui.

Oje vita, oje vita mia
oje core ‘e chistu core
si’ stata ‘o primmo ammore
e ‘o primmo e ll’urdemo sarraje pe’ mme!

I Righeira si possono fottere, per quanto mi riguarda. Non c’è storia, oje vita, oje vita mia. E tutti lì a cantare a squarciagola, chi con la mano in petto, chi battendole a ritmo… Il calore del popolo napoletano è incredibile, coinvolgente, travolgente. È amore carnale, è passione.

Ce la siamo giocata con orgoglio, al di là del risultato (come recita il sempiterno striscione della Curva B) e ora aspettiamo il Gigante, a casa nostra stavolta. Dove lo faremo sentire meno grande, ne sono sicura. Perché una fionda sarà pur sempre una fionda, ma il nostro cuore azzurro in quanto a grandezza non lo batte nessuno.
Ah, per cronaca (e per i soliti detrattori che vogliono donne e calcio su due pianeti diversi, come per la guida e la meccanica), molte di noi del gentil sesso sanno di pallone quanto voi maschietti: fuorigioco, palle inattive, ruoli e zone; sappiamo pure distinguere il primo palo dal secondo, pensa un po’…
Non ci sottovalutate, signori, le donne possono riservare delle splendide sorprese, e non necessariamente sotto i vestiti.

Simonetta Santamaria, è scrittrice di thriller e horror. Giornalista, irriducibile motociclista, amante dei gatti e delle orchidee.
Il suo sito è www.simonettasantamaria.net


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Siamo meridionali, parola di Mimmo Cavallo

in In Evidenza/La Musica/Simonetta Santamaria Blog by
Mimmo Cavallo

Natura, folklore, povertà: ecco da dove nasce la musica migliore

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

Ricordate la canzone di Zucchero Vedo Nero, “come disse la marchesa camminando sugli specchi”? Un’ironica risposta che nella mia cerchia di amici si usa molto: be’, oggi sono fiera di essere colei che intervisterà il genitore di questa, e mille altre canzoni storiche del panorama italiano e, ancor di più, meridionale. Sto parlando di Mimmo Cavallo, signori. Il mitico autore di Uh, mammà! con la quale partecipò al Festivalbar del 1981 e della stessa Siamo meridionali, brano di esordio nel lontano 1980 che gli valse a prima botta una menzione speciale al premio Tenco.

In effetti da ragazzo ambiva a essere un piccolo Tenco… scriveva roba diversa, triste e dall’interiorità tormentata, perché non aveva mai percepito l’essere meridionale come una deminutio, neppure in quell’universo piemontese dove si era trasferito da bambino.
Ma poi cresci, e ti accorgi delle cose storte. E allora ecco che ti parte l’embolo, ti sale la scimmia sulle spalle e cominci a scrivere canzoni che risalgono alle tue radici, quelle dello splendido Salento e del sud in generale. Il sound acquisisce quel timbro blues, ma anche folk, e rock, e i testi smettono di raccontare tormenti interiori per parlare di tormenti storici, di guerre ingiuste, di usurpatori, di finti alleati, di invasori, di briganti/soldati, di un’unità d’Italia che ha distrutto un regno ricco di storia e cultura, usurpandone fino all’ultima pietra, riducendo il popolo a credere di essere davvero nullatenente, inferiore.

Questo, in sintesi, è ciò che si percepisce dalle sue canzoni; non solo, ma soprattutto. Sentiamo cosa ci dice lui:

– Mimmo, essere un artista del Sud: cosa è significato allora e cosa significa ora. Hai avuto la fortuna di entrare in contatto con molti artisti famosi e di conoscere il tuo mentore e produttore, Antonio Coggio: vivere a Torino ti ha in qualche modo agevolato il cammino o lo è stato più essere meridionale?
MC: Non so quale sia il ruolo di un artista, né tantomeno riesco ad immaginare un artista vincolato a un ruolo. Ognuno di noi produce qualcosa e sarà poi il mercato che editerà quel prodotto grazie a un incontro, al momento storico, al caso, ecc…
io non sapevo di essere meridionale e di essere un artista del sud. Alla fine degli anni 70 il sud con tutte le sue istanze andò “di moda”. Era il suo momento diciamo ed io, con tutte le mie canzoni, lo avevo in un certo senso anticipato, quasi presagito. Le mie canzoni, tra ballate e ironia, parlavano di un Sud invitto anche se sopraffatto dalla politica, dall’economia e dalla storia e dai luoghi comuni.
Incontrai Coggio in RCA a Roma. Un incontro casuale che dette il via al nostro lunghissimo sodalizio. Coggio era affascinato dal quel mio mondo musicale, dai riferimenti geografici e mitici, dal mio vissuto primario tanto ancestrale quanto originale. “Siamo Meridionali” fu il risultato dello scontro tra quel mondo mitico, adolescenziale, formatosi in Salento e la stridente nuova realtà del nord (Torino).

Edoardo Bennato, Rino Gaetano, quell’impronta rock e ironica che strizza l’occhio anche alla Nuova Compagnia di Canto Popolare; miscelare l’italiano col dialetto come a voler sottolineare un’appartenenza di cui andar fieri senza fare del rozzo sudismo o nordismo. Secondo Mimmo Cavallo natura, folklore e povertà sono tutti elementi di una musica superiore. La sofferenza ha storicamente generato il meglio.

MC: Non sono così masochista da ritenere che la sofferenza sia una roba positiva che genera il meglio. Intanto “meglio non soffrire”. È certo però che il blues e successivamente il jazz sono mondi musicali nati dalla sofferenza. Diciamo che la povertà (come la sofferenza) è sicuramente un male ma che può rivelare anche degli aspetti inaspettatamente positivi. La povertà, ad esempio, riesce a conservare (come la cenere, l’ambra) certi usi, costumi, suoni, riti, racconti, miti che possono essere estremamente importanti da un punto di vista antropologico e culturale.

– Molte tue canzoni sono, come tu stesso le hai definite, acido sonico urticante, tu canti per un Sud Invictus… Il Sud potrebbe quindi essere una valida risposta a un’Europa nordcentrica se solo si sradicassero i luoghi comuni che ci affliggono e ci affossano. La musica, la tua musica, credi che potrebbe far breccia nel senso civile e nella memoria storica di chi ci considera solo un fanalino di coda?
MC: Ridare voce al Sud, la verità. Questo e solo questo è tutto il senso, lo sforzo la tensione a cui aspiro. La verità su un Sud che non sa di sé. Dobbiamo tornare ad essere un’onda unica per provocare quel maremoto culturale a cui ambiamo. Purtroppo, ora come ora, siamo ancora rigagnoli, capillari. Le ragioni di questa frammentazione sono tante, complesse ed è difficile combattere contro i luoghi comuni e le falsità specie se queste ultime sono motivate da interessi economici. Il rischio è che il polipo si cucini nella sua stessa acqua. C’è una volontà a non far crescere il Sud. Un Sud sempre sotto scacco, dunque. Tutto questo fa parte di una mentalità politica di un nord nano e cieco che muovendosi per proprio tornaconto non si accorge che è il Sud il volano necessario per far ripartire il paese. Si chiama “controllo sociale attraverso l’economia” ed è nata, questa “filosofia”, nel 1861: “nani su iddi e vonnu a tutti nani

– Hai definito il Sud più tollerante, femmineo. Una bella immagine della nostra terra, che si avvita a perfezione su quella più scomposta e sanguigna della taranta, tipica della tua terra il Salento. Spiegaci la differenza che tu hai sottolineato tra tarantismo e tarantolismo.
MC: In genere la figura materna è tollerante. La figura paterna, invece, rappresenta l’autorevolezza e purtroppo molte volte l’autoritarismo. Tutto ciò ha un’origine storico-culturale. In tempi remoti, intorno al periodo minoico (età del bronzo) statuette di terracotta da grossi fianchi e grandi seni rappresentavano divinità femminili che alludevano chiaramente alla prosperità. Erano tempi in cui non vi erano dei della guerra e le città non avevano conseguentemente fortificazioni e il femmineo dominava. Alla fine della civiltà minoica arrivarono dalle steppe del nord popoli aggressivi, portatori di un dio della guerra. Le cose cambiarono repentinamente. Le città si fortificarono ma rimase, persistendo, in tutto il mediterraneo un elemento di venerazione verso la dea madre (a tal proposito invito a visitare la “menade dormiente” a Taranto) quasi come fossile di una remota inconscia tradizione (la venerazione di un dio femminile).
Il fatto che il fenomeno della taranta si sia poi conservata nel nostro territorio (Salento marginale, povero) è prova che certe poetiche possono, a condizioni particolari, sopravvivere e rinnovarsi. Nel nord del Salento, tra l’altro, il rito apotropaico per disinnescare il veleno del morso è rimasto una coreutica prima di intervento religioso. In questo senso può essere visto come un residuo di riti pagani. Per quanto riguarda poi la differenza tra tarantismo e tarantolismo ricordo che quest’ultimo è il fenomeno del morso del ragno, mentre il tarantismo rappresenta essenzialmente l’elemento simbolico, il mito di Arakne che ci parla di Dioniso riportandoci a quel mondo prima dell’invasione dorica che ha lasciato, in tanta parte del mondo, tracce di sé.

Abbiamo prima citato Zucchero ma Mimmo ha scritto brani per tantissimi artisti da botto come, giusto per citarne alcuni, Fiorella Mannoia, Gianni Morandi, Ornella Vanoni, Loredana Bertè, Syria e l’indimenticabile Mia Martini. Con lei Mimmo ha avuto un sodalizio artistico e un legame quasi spirituale davvero forte, anche dopo la sua scomparsa: è stato ospite all’Anteprima Festival Mia Martini lo scorso 27 dicembre al Teatro Bibiena di Mantova e altre iniziative sono in itinere. “Sentivo la sua sofferenza, quella ricerca di radici che comprendevo”, ci ha spiegato. Una su tutte, ha duettato con lei nella canzone Ninetta, un vero capolavoro di poesia.

– Hai avuto il privilegio di essere protagonista della scena musicale in quanto cantautore in primis, ed esserlo attraverso i tuoi brani cantati da altri: quale versione di Mimmo Cavallo ami di più? Hai ancora la dipendenza da palco che dichiarano di avere molti artisti, come una droga da cui non ci si riesce a disintossicare?
MC: Il cantautore è coincidente con l’autore, almeno nel mio caso. Non ho mai scritto canzoni “per altri artisti” ma le collaborazioni sono nate attraverso un rapporto di amicizia e stima reciproca. Il palco mi manca anche se una certa mia pigrizia mi dispone a stare più dietro le quinte che in prima linea.

E con questo ci congediamo, per il momento, da Mimmo Cavallo ma non dalla sua arte. Perché se è vero che c’è un ritorno alla cosiddetta musica meridionalista, lui è e resterà sempre in testa al corteo, pronto a sventolare la bandiera. Ripulita da stemmi invasori.

Simonetta Santamaria, è scrittrice di thriller e horror. Giornalista, irriducibile motociclista, amante dei gatti e delle orchidee.
Il suo sito è www.simonettasantamaria.net


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La sindrome di Nonna Papera: 2016, annus horribilis

in Pianeta Donna/Simonetta Santamaria Blog by
La sindrome di Nonna Papera

Anno bisesto, beato chi resta. E in effetti…

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

Lo diceva sempre mia nonna. Diffidate dagli anni bisestili almeno perché forieri di malasorte; e a capodanno ci forniva una serie di santi e amuleti scacciasfortuna, un mix tra sacro e profano che avrebbe dovuto proteggerci dagli attacchi della scalogna.
Questo 2016 è stato brutto. Orrendo, a dirla tutta. Per quanto mi riguarda, uno dei peggiori che la memoria ricordi. Per ragioni personali e mondiali.
Annus horribilis, lo hanno definito i media. La musica ha subito un’ecatombe, da David Bowie che ha aperto le danze, passando per Glenn Frey, Colin Vearncombe, Paul Kantner, Maurice White, Keit Emerson, Prince, Leonard Cohen, Pete Burns, e George Michael a chiudere la fila. Cultura e cinema non se la sono passata meglio: Umberto Eco, Dario Fo, Bud Spencer, Anna Marchesini, Carrie Fisher e sua madre Debbie Reynolds.
Stendiamo un velo pietoso sulle vittime delle stragi, degli attentati, e dei comuni mortali a noi vicini, e quelli di cui non sapremo mai niente.
Però.
Però noi siamo ancora qui, ancora in piedi.
Neppure quest’anno maledetto ci ha buttati giù.
Per quanto abbia fatto schifo, io un paio di traguardi li ho segnati. Ho sconfitto il cancro. Per la seconda volta, dopo vent’anni (perché, come Stephen King ci insegna, a volte ritornano), e ancora una volta l’ho battuto sul tempo. Mi è dispiaciuto invece apprendere che il chirurgo che mi ha operata è morto, pure lui. Troppo giovane.
Ho pubblicato un romanzo. Sebbene non con le modalità che avrei voluto, Seguimi nel Buio ha visto la luce e sta viaggiando bene.
La Sindrome di Nonna Papera continua a ottenere consensi così come Io Giornalista: la nostra famiglia si allarga giorno per giorno e di questo non posso essere che grata. Grata a voi, amici lettori, che con i vostri consensi ci fornite la benzina per andare avanti.
Perciò, avanti tutta. Affrontiamo il nuovo anno con ottimismo perché questo che sta morendo non ci ha portati con sé. E mi pare di per sé già un bel traguardo.
È inutile dannarsi per avere quello che non possiamo avere; meglio fare il massimo con ciò che abbiamo.
Buon 2017, quindi. Che anche se finisce con un numero notoriamente sfigato, se siamo sopravvissuti a questo, ci farà un baffo.
Auguri, amici miei. Da parte di Nonna Papera, Io Giornalista e la sottoscritta. Domani è un altro giorno, domani è un altro anno.

Simonetta Santamaria, è scrittrice di thriller e horror. Giornalista, irriducibile motociclista, amante dei gatti e delle orchidee.
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Pape Satàn Aleppe

in La Musica/Simonetta Santamaria Blog by
Pape Satàn Aleppe

Ecco a noi il nuovo CD degli Osanna.

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

E il Sommo Poeta sarebbe fiero di essere l’ispiratore del brano che dà il titolo al nuovo lavoro dei mitici Osanna perché la qualità è davvero alta, anche stavolta.
In distribuzione dal 18 novembre, a solo un anno di distanza da Palepolitana, Lino Vairetti e il suo gruppo ci stupiscono ancora con oltre 80 minuti di ottima musica, nella migliore tradizione di prog rock che ha reso gli Osanna il fiore all’occhiello della musica partenopea e un’icona in quello internazionale.
È un live. Un live registrato in multitracce che comprende il meglio del loro repertorio classico più alcune cover eccellenti rivisitate alla maniera degli Osanna che vanno dalla splendida Michelemmà (un arrangiamento superbo), Fenesta Vascia, Santa Lucia ad Auschwitz di Guccini, Il Mare di Pino Daniele, da Vorrei Incontrarti di Alan Sorrenti all’immortale Non mi Rompete del Banco.
Pape Satàn Aleppe è l’unico inedito: il brano parte con un intro in cui vengono recitati i primi sei versi del Canto VII dell’Inferno per poi aprirsi in tutta la sua potenza verso un sound decisamente rock. Il girone dei dannati come metafora di una Napoli soffocata dai molti lati oscuri di chi la abita e la governa: egoismo, avidità, avarizia… tutto il marcio che genera degrado e malessere.
Molte le citazioni culturali rese in musica: dalla celebre filastrocca popolare “Chiòve e ghièsce ‘o sole, tutt’e vecchie fann’ammore…” alla famosa frase di Benedetto Croce con cui definisce Napoli “un Paradiso abitato da diavoli”. Lo stesso titolo, Pape Satàn Aleppe, è stato ispirato dall’omonimo saggio postumo di Umberto Eco.
Oltre alla formazione originale (Lino Vairetti, Gennaro Barba, Pako Capobianco, Nello D’Anna, Sasà Priore e Irvin Vairetti), hanno partecipato molti artisti del calibro di Jenni Sorrenti, Donella Del Monaco, Mauro Martello, Fiorenza Calogero e Stella Manfredi.
L’ascolto è una magia. Semplicemente.

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Mozzarella Nigga, il nuovo album di Capone & BungtBangt

in La Musica/Simonetta Santamaria Blog by
Mozzarella Nigga

Il nuovo album del musicista che suona la munnezza.

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

Cosa sia la mozzarella lo sanno pure i muri. Ma perché “nigga”? Lo ha spiegato al pubblico Maurizio Capone, leader e fondatore di Capone & BungtBangt, durante lo showcase che si è tenuto lo scorso 4 novembre allo Spazio Nea di Napoli in occasione dell’uscita del suo nuovo album.
La parola “Nigga” è l’italianizzazione del termine dispregiativo Nigger con cui si apostrofavano gli schiavi neri, usato con intento altrettanto dispregiativo verso gli emigrati italiani nell’America degli anni ’50. Mozzarella più Africa quindi: una fusione cara a Capone che ha sempre dichiarato di sentirsi africano più di quanto si senta occidentale.
La stessa fusione si apprezza in ognuno dei 15 brani dell’album che mostra un sound più maturo, ma sempre originale, un mix tra hip hop, drum’n bass, reggae, funk. I testi sono multilingue: italiano, napoletano, inglese, per infrangere anche con le parole ogni barriera di confine.
“Suoniamo con la munnezza” ha detto Capone, “per dimostrare che anche gli ultimi possono avere grandi qualità”; un messaggio sociale e sociologico, la possibilità di trasformare in oro ciò che per molti è solo roba da buttare.
La particolarità di Capone & BungtBangt è l’uso di una strumentazione fatta con materiali riciclati: la scopa elettrica (una scopa con un elastico da sarta che suona come una chitarra elettrica), lo scatolophon (una scatola di polistirolo con un elastico da ufficio che suona come un contrabasso), la buatteria (la caratteristica batteria fatta con bidoni di plastica e metalli), sono solo alcuni degli strumenti usati: il risultato è una sonorità innovativa che fa di Capone & BungtBangt un compositore più unico che raro nel panorama musicale italiano, e non solo.
Molti i contributi artistici eccellenti: Daniele Sepe, Dario Sansone, Claudio Gnut, Nelson, Andrea Tartaglia, Roberto Colella, Alessio Sollo, e buona parte dei fratelli della Costa tra cui lo stesso Capone. I rapper Shaone, Oyoshe, Nigga Thieuf, Mc Mariotto, Matto Mc, ed Elio 100gr, storico chitarrista dei Bisca.
Mozzarella Nigga è prodotto dalla neonata New Reel Records di Diego Spasari, con il preciso intento di contribuire a una discografia di qualità. La distribuzione è affidata alla Audioglobe/Full Heads.

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Francesca Fariello e la sua musica: un fiore di ciliegio nella lava del Vesuvio

in La Musica/Pianeta Donna/Simonetta Santamaria Blog by
Francesca Fariello

Dalla Cina a Napoli, passando per la letteratura: quando la contaminazione non ha confini.

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

Bella, è bella anzi, di più. Ed è brava anzi, di più. Francesca Fariello, cantante, compositrice, autrice: un’artista a tutto tondo che spicca nel panorama musicale italiano come “fiori di ciliegio nella lava del Vesuvio”. Con il suo rock dalle sonorità a tratti prog, riesce a evocare antiche atmosfere o che spaziano dal gotico fino alla cultura cinese. In italiano o in inglese fino ad arrivare – uditeudite – al cinese, le sue composizioni hanno un solido background, niente è lasciato al caso, e accompagna l’ascoltatore a scivolare dentro i suoi concept album con la naturalezza dei grandi.

Sta cavalcando i meritati successi dei suoi due album e, tra una tappa e l’altra, IoGiornalista le ha rubato qualche momento per farle alcune domande. Intervistiamola…

Francesca, i complimenti per la tua bravura e professionalità sono d’obbligo. Detto ciò, la prima  domanda che nasce spontanea è: un’artista “meridionale” come te, una napoletana che decide di non restare ingabbiata nella tradizione ma sfida il mercato cantando pop e rock, in inglese e perfino in cinese, quante difficoltà deve affrontare per ritagliarsi la propria fetta di mercato?

Oltre che ringraziarti, mi complimento con te per aver colto la mia inclinazione all’evasione dalle “gabbie”; la libertà è qualcosa che bisogna guadagnarsi minuto per minuto di questi tempi…ed io sono una ribelle…una silenziosa ribelle…silenziosa finché non salgo su un palco!

Avendo lavorato come vocalist sin da giovanissima, ho sempre separato lo “strumento voce” dal cantautorato che, invece, è stato il mio canale comunicativo sin dai tredici anni. Per molti anni le canzoni che scrivevo sono state “soltanto mie”, al massimo potevano ascoltarle qualche familiare e gli amici. Fino alla tarda adolescenza quello che cantavo in pubblico o per lavoro era ben lontano dalle canzoni che scrivevo e che riempivano la mia stanza. Ero una cantante, una vocalist. Poi quando ho scelto di portare in giro le mie canzoni ho iniziato a sentire emozioni molto più forti. Durante i live incontrare persone con cui creare complicità, dividere la mia storia in musica era molto rischioso, ma molto più forte del sentirmi dire che ero stata brava a cantare una cover. Pensare a una fetta di mercato da ritagliarsi è molto difficile, soprattutto se sei un cantautore e non un imprenditore, figuriamoci di questi tempi: il mercato musicale è in black out. Noto comunque, anche da utente e fruitrice di musica, che la scena indipendente si sta diffondendo notevolmente. I concerti creano opportunità d’incontro tra pubblico e artista, le tue canzoni possono raggiungere persone la cui sensibilità potrebbe rivelarsi affine alla tua e pian piano ci si sceglie, ci si segue.

Accetto comunque i “limiti” dello scegliere la strada della spontaneità; la strada che mi è stata insegnata dai miei familiari e dai miei insegnanti. Ricordo, in particolare, quando in momenti in cui esprimevo il mio disappunto per situazioni “musicali e lavorative” che mi stavano strette, e cercavo di capire quale fosse la strada giusta, se piegarmi, cambiare per entrare nel mercato, mio padre mi rimproverava. Mi diceva: “Tu sei una cantautrice!”, mi parlava della sua adorata Joan Baez, mi diceva che dovevo occuparmi solo di suonare la “mia musica”, di non essere a caccia di successo “… se arriverà che ben venga, ma se il successo è il tuo obiettivo, dal momento in cui non puoi cambiare te stessa, cambia lavoro e diventa un imprenditore!”. Ancora oggi è così: ciò che mi rende felice è suonare, anche quando nessuno mi vede, cantare perché sono felice o perché sto soffrendo, e qualunque sia il sentimento che provo…in musica, suonandolo e cantandolo diventa gioia, mi riempie…poi se c’è un pubblico con cui scambiare emozioni tanto meglio!

L’incontro tra cantante e cantautrice per il pubblico è avvenuto dopo una gavetta che l’ha vista anche corista e vocalist per grossi solisti. La scelta del genere non è casuale. Come lei stessa dichiara, è cresciuta a pane e musica, anglofona perlopiù; dal jazz alla lirica, passando per il rock e il prog, e chi più ne ha più ne metta. Tuttavia, Francesca riesce a contestualizzare nella sua musica anche Napoli, la sua radice più profonda.

La contaminazione quindi: quanto è presente e quanto incide nella tua produzione?

La contaminazione è un processo che si avvia naturalmente già su un piano culturale. Sono nata in un luogo bellissimo: il Vesuvio alle mie spalle e gli occhi rivolti verso il mare. Appartengo a un popolo di mare e non continentale, ho vissuto già la stratificazione dei sincretismi culturali intellegibili nella storia di una citta di mare come Napoli, luogo di grandissimi scambi culturali e commerciali…Ho sempre lo sguardo rivolto verso il mare per guardare “oltre”, per arricchirmi delle diversità di popoli così lontani eppure così vicini. È stato così che fin da bambina, aiutata dall’atmosfera culturale familiare, ho studiato e ascoltato il richiamo di echi di culture più lontane ed è stato così che, con una visione comparatistica, il Vesuvio poteva apparirmi così simile al Monte Fuji; lo Zibaldone leopardiano mi si presentava tra le righe come un nikki, un diario tipico della letteratura giapponese di epoca Heian. La mia mente poteva riempirsi di termini e frasi in inglese, italiano, napoletano, cinese, francese, potevo divertirmi a tradurre qualche 成语 chengyu, espressioni idiomatiche della lingua cinese, trovandone l’esatto corrispettivo solo attraverso il napoletano, come una lingua che funge da “switch-code”… ma la musica… la musica è sempre stata il collante di tutto. La musica è un linguaggio universale, può vestirsi di qualsiasi lingua per i suoi testi…Melodia e armonia possono far viaggiare l’anima nei luoghi più disparati del Cosmo e allo stesso tempo, su un piano introspettivo, si possono raccontare gli angoli più bui dell’interiorità e bagliori che portano l’uomo così vicino al divino. Direi proprio di sì, la contaminazione è assolutamente presente e incisiva nelle mie produzioni, perché è attiva nel mio modus vivendi; per me la musica è contaminazione, è la più magica formula di sincretismo.

I suoi sono concept album, come nella miglior tradizione musicale (e anche la più complessa da elaborare). Il primo, Sakura no Nikki, ispirato all’arte letteraria giapponese di scrivere diari. Perché, tra le varie, Francesca intanto si laurea in cinese all’Orientale di Napoli, cosa che le consentirà di penetrare appieno la dimensione orientale e trasporla in musica. Ma non solo: anche la letteratura ha una grande influenza, tanto da lasciarsi ispirare da Oscar Wilde per un suo brano, dal titolo Dorian Gray, appunto.

Lasciarsi ispirare da un racconto per un brano musicale: in genere è più facile immaginare il contrario…  Come avviene la magia?

Letteratura e Musica: le parole hanno un suono e la musica…la musica ha sempre una storia da raccontare!!! Libri e canzoni sono stati come navicelle spaziali in tutta la mia vita, velivoli super veloci per far volare la mia fantasia. Parole, accordi, melodie…ci sono dei libri che ho letto e riletto decine di volte, personaggi in cui ti ci ritrovi o che possono evocare alla mente persone e storie che hai realmente conosciuto e vissuto. Come per magia, lettere e caratteri iniziano a staccarsi dalle pagine. Determinate storie continuano a vivere nella tua mente anche quando hai finito di leggere un racconto. Mi capita spesso, di sera, tra una pagina e l’altra, di chiudere un libro e di avvicinarmi al piano o alla chitarra…lascio che la suggestione prenda il sopravvento, le mani radunano un accordo e la mia voce inizia ad accennare una melodia. Poi ci sono parole che vengono fuori come un discorso appena interrotto. A un certo punto mi fermo ad annotare versi su un taccuino e ho come l’impressione che quelle parole non indichino più con precisione se stanno parlando di me o della storia che ho appena finito di leggere.

Il suo secondo concept album, ZerO, è un’esplosione di creatività. Alla realizzazione hanno collaborato fior di musicisti tra cui due batteristi d’eccezione: Charlie Morgan (Elton John, Tina Turner)  e Poogie Bell (David Bowie, Erykah Badu, Marcus Miller). Il collante di ZerO è il non-tema. Zero, in quanto metafora dello svuotamento della coscienza dell’artista, e creazione di uno spazio in cui poter esprimere se stessi e sentirsi al contempo protetti. Anche qui ritroviamo dei richiami alla letteratura e ai suoi personaggi: Stoker e LeFanu, Conrad, Shelley, scelta tanto originale da spingere l’attore e regista Alessandro Palladino a trasporre il tutto in un vero e proprio spettacolo teatrale, “I Mostri di ZerO”, un viaggio nella natura umana attraverso musica e testi. E poi c’è un brano che manifesta disappunto verso il dilagare dei talent show, Target.

La formazione di un vero artista è sudore e sangue; troppo spesso la televisione sforna presunti fenomeni senza substrato che affondano dopo il primo bagnetto. Spiegaci il tuo punto di vista.

Per me è una questione di scelte. Siamo in un’epoca del tutto e subito; è un’epoca in cui i social network sono carburanti dell’ego; apparire in tv è diventato sinonimo di riconoscimento della preparazione personale. Il talent è uno spettacolo televisivo, la musica esiste da prima e a prescindere dalla televisione. Vive anche quando premi “off” sul telecomando…basti pensare che l’apice dell’emozione creata dalla musica si raggiuge quando gli occhi si chiudono. Parlando su un piano tecnico e in ambito di acquisizione di competenze professionali, la durata di un programma televisivo è chiaramente insufficiente per formare un individuo, facendolo gareggiare come un cavallo. Il talento è un punto fondamentale nell’artista, ma è un punto di partenza se la musica deve diventare un “lavoro”. Ricordo ancora quando a 15 anni, a lezione dal mio primo maestro di canto desideravo imparare ad usare la voce, estendere il mio registro per raggiungere le note più alte; il mio unico obiettivo era impadronirmi della tecnica per dare più forza alle emozioni che avrei voluto gridare agli altri, tutte le volte che la mia timidezza nel quotidiano non mi permetteva di farlo…Tornavo da scuola e mi esercitavo ore ed ore, dovevo migliorare, imparare le canzoni che provavo più volte a settimana nei garage della provincia con la band. Volevo essere preparata a sufficienza per le serate dal vivo nei locali. Solo dopo molti anni mi sono sentita pronta per registrare un disco. Oggi è diverso, essere famosi è più importante di essere preparati, di essere credibili.


E, sempre nel frattempo, la vita di Francesca continua a cambiare. Lei sostiene che Band è Meglio perché in gruppo si è più forti, e così nuova band composta da Gianluca Capurro alle chitarre, Lorenzo Scaperrotta al basso e Domingo Colasurdo alla batteria…nuova vita, nuovi progetti. Anche in lingua cinese. Ci aspettano dei crossover molto, molto interessanti. All’inizio della nostra chiacchierata l’ho definita una cantautrice originale come “fiori di ciliegio nella lava del Vesuvio”… E anche questo è un suo progetto che vedrà presto la luce grazie alla collaborazione del disegnatore Enzo Troiano: una graphic novel sulla vita della Piccola Sakura. E, sulle note di quest’ultima, delicatissima immagine, noi ci congediamo e auguriamo a Francesca Fariello una lunga e luminosa carriera come merita un’artista con le sue capacità.

In attesa della tua prossima produzione, raccontaci di questa graphic novel…

Collaborare con Enzo Troiano è un’esperienza fantastica! È un’eccellenza nel campo del fumetto, è stato il primo autore/disegnatore italiano a recarsi in Francia nel 2011, a Nizza presso il negozio “BD Fugué” per presentare un albo in lingua italiana (i due volumi di “Harcadya”). La sua sensibilità artistica ha avuto l’effetto di una funzione esponenziale nell’ambito comunicativo e di rappresentazione del mio mondo musicale in fumetto. Ha trasformato il mio storyboard in un’opera personalissima. Mi emozionavo come una bambina quando mi mostrava durante i nostri appuntamenti le sue tavole: quei disegni e quei colori superavano tutte le mie aspettative e sono sicura che è un’opera che emozionerà tante persone! La sua graphic novel viaggerà in synch con la musica durante ogni mio concerto: è una sorta di presentazione del mio mondo. Sarà presto presentata sui social network anche sotto forma di video. L’idea della graphic novel è nata proprio perché amo sperimentare attraverso la fusione dei linguaggi dell’arte; non ho mai considerato le diverse espressioni artistiche ed i processi creativi come meccanismi che operano a compartimenti stagni. Lo scopo di questo incontro artistico è stato quello di fornire alla mia musica un nuovo strumento, stavolta visivo; è un mezzo per raccontare con semplicità i colori del mio mondo. Quest’opera ha anche dato voce a concetti complessi, come ad esempio il processo di songwriting – spiega in che modo ho adoperato la tecnica di scrittura dei nikki in musica in Sakura no Nikki – e rivela il mio modo di sentire le radici vesuviane. Il processo di semplificazione è stato l’obiettivo e il percorso arduo che avevo deciso di intraprendere per presentarmi, anche attraverso la graphic novel, a coloro che ascolteranno la mia musica durante i concerti: direi proprio che Enzo Troiano è riuscito a portare a termine questa missione con grande stile! Sono diventata una sua fan e non vedo l’ora di seguirlo nei suoi prossimi appuntamenti editoriali, a breve pubblicherà per l’Editore Giochi Uniti il suo progetto “Omegha”: il fumetto in concomitanza con Lucca 2016 e per il periodo di Natale, il gioco ad esso collegato.

La chiamano, deve suonare… la lasciamo andare perché siamo contenti, la ritroveremo… con noi, un legame si è creato, e con voi?

Simonetta Santamaria, è scrittrice di thriller e horror. Giornalista, irriducibile motociclista, amante dei gatti e delle orchidee.
Il suo sito è www.simonettasantamaria.net


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SEGUIMI NEL BUIO: stramba genesi di un romanzo

in La Cultura/Pianeta Donna/Simonetta Santamaria Blog by
SEGUIMI NEL BUIO (GeMS)

Il nuovo romanzo di Simonetta Santamaria, Nostra Signora del Thriller

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

Ebbene sì. Svesto i panni di Nonna Papera per un momento per indossare quelli di scrittrice e giornalista e… nuntio vobis gaudium magnum: è uscito SEGUIMI NEL BUIO, il mio nuovo romanzo vincitore del torneo letterario IoScrittore, ed edito dalla GeMS. Un thriller psicologico oscuro e potente che vi trascinerà nel vortice della paura, secondo (bontà sua) l’editore.
Nostra Signora del Thriller: una delle ultime definizioni che mi hanno affibbiato e che mi riempie d’orgoglio. Perché il thriller è tutt’altro che spento, così come molti editori tendono a sostenere. Infatti la genesi di questo romanzo è alquanto bizzarra ed è proprio qui che ve la voglio raccontare.
Dopo Io Vi Vedo il mio editore, sempre GeMS, manifesta l’intenzione di virare su cose più commerciali e “basta thriller”, quindi ci diciamo addio. Chi bazzica questo mestiere sa (e chi non lo bazzica può facilmente intuirlo) quanto può essere complicato riprendere la via senza un editore. Riparti ancora una volta, i progetti che avevi quasi portato a termine perdono all’improvviso ogni significato. Sta di fatto che bisogna ricominciare a cercare.
La realtà è stata uno schiaffo in piena faccia. Molti editori mi hanno risposto la stessa cosa: “basta thriller”. Il genere ha subito un calo, i lettori sono stanchi, le vendite sono critiche…
Però poi vai a vedere nei loro cataloghi e ci trovi autori stranieri che, guarda un po’, sono definiti da quelle insulse “fascette” campione d’incassi pure in Papuasia, bestseller in mezzo mondo, tutte cose che a noi scrittori italiani fanno vorticare i maroni a pala d’elicottero.
Perché noi non siamo inferiori a nessuno di questi geni importati, non certo al punto da preferirli.
Certo, ora ci vogliono tutti cloni. O dobbiamo sfornare storie erotiche tali da far arrapare l’Italia intera oppure crearci il nostro solito commissario/ispettore alle prese con la milionesima indagine. Avete idea di quanti commissari/ispettori abbiamo tra noi? No. Io sì, quando mi hanno chiesto di fare alcuni nome come “compagni di scaffale”. Ho avuto serie difficoltà a fare dei nomi di colleghi italiani. Ma pure in Io Vi Vedo c’era un poliziotto, mi direte. Vero, ma Maurizio Campobasso è il personaggio integerrimo da stravolgere, quello che per sete di verità sceglie di seguire l’istinto di padre piuttosto che quello di capo di una squadra investigativa. È una storia di vita, è una prova che chiede al lettore: tu cosa avresti fatto al posto suo? È ben diverso.
Tornando a Seguimi nel Buio, attraversando il plausibile scoramento dovuto allo stop e alle varie porte chiuse mi sono posta il quesito che molti con un briciolo di umiltà si sarebbero posti: ma fosse colpa mia? Magari il romanzo fa schifo, e gli unici a cui piace siamo io e il mio agente… Così ho deciso di metterlo (e mettermi) alla prova, e l’ho iscritto al torneo IoScrittore. Dove nessuno sa chi sei, e devi passare attraverso la gogna di centinaia di lettori/scrittori che ti valutano, senza nessuna influenza esterna, senza conoscerti. Io ho fatto lo stesso con gli altri, e devo dire di essere felicissima che ben 3 dei testi da me valutati con il massimo dei voti siano risultati vincitori con me. Per maggiore riservatezza non ho partecipato ad alcun forum (anche quello rigorosamente sotto pseudonimo, e diverso da quello scelto per il romanzo) né a gruppi di Facebook dove è facile che ci scappi qualche indizio. Non volevo condizionare né essere condizionata.
Morale della favola: Seguimi nel Buio ha superato brillantemente le selezioni ed eccolo qua. Potrei dire di essere uscita dalla porta della GeMS ed essere rientrata dalla finestra.
Per fortuna la reazione dei lettori è positiva e la cosa mi entusiasma perché c’è stato un enorme lavoro dietro questa storia che parla di autismo, un argomento complicato che ho potuto affrontare solo grazie all’aiuto di uno psicoterapeuta e di molti, molti testi. Ho dovuto immedesimarmi in Valerio e provare a sentire quello che lui sente, perfino restando per lunghi tempi in silenzio a dondolare su me stessa, sguardo fisso e pugni stretti.
Ma a chi lo dico… A voi, lo dico. Perché solo voi lettori potrete capire ed è per voi che sono ancora qui. Per voi, a cui i miei ringraziamenti sono come sempre dedicati. Per gli appassionati del genere che non storcono il naso davanti a una firma italiana anzi, la comprano e se piace la supportano. Se piace.
Seguimi nel Buio è in e.book con l’opzione cartaceo on demand, quindi gli amanti dei libri che si toccano e si annusano potranno ordinare la loro copia cartacea su Amazon, IBS, Google Play, Kobo e iBooks e in tutte le librerie collegate ai circuiti PoD (Print on Demand).
Non ci sarà, sugli scaffali. Forse, se sarete in tanti a leggerlo, forse qualcuno si renderà conto che questa pubblicazione è stata in realtà una provocazione. Che forse noi italiani meritiamo più di un e.book. Se vorrete coglierla, ben venga. Alla brutta continuerete a leggere gli articoli di Nonna Papera, perché questo test non avrà un bis.

Eccovi un sunto di Seguimi nel Buio:

Valerio ha solo tredici anni e un peso enorme sulle giovani spalle. Autistico, così lo hanno definito. Una condanna per lui, e per sua madre, che lo ama con forza e disperazione ma che non riesce a entrare nel suo mondo, a instaurare una comunicazione né con lui, né con chi lo cura, medici aridi e capaci solo di incasellare i pazienti.
Quando nella loro vita arriva la neuropsichiatra infantile Christina Kindermann, qualcosa, lentamente, grazie alla pazienza e alle competenze della dottoressa, sembra cambiare…
Ma c’è qualcuno che è riuscito a raggiungere Valerio nel suo mondo segreto, che è riuscito a comunicare con lui, superando le barriere dell’autismo, grazie a una sorta di rete neurale in cui gli inconsci si relazionano tra loro, e sembrano vivere una vita «normale» senza le limitazioni che incontrano tutti i giorni. Questo qualcuno che ha già fatto molto, molto male e ora vuole usare Valerio per compierne altro.
Christina capisce subito che c’è qualcosa che non va, e deve trovare presto un modo per relazionarsi con il ragazzo, per farsi dire che cosa accade in quella sorta di realtà parallela che il Male ha invaso…

E uno stralcio:

Ma poi un giorno è cambiato tutto. Un giorno mi sono abbassato fino a poggiare la faccia sul pavimento e ho sbirciato all’interno del mio castello. Dritto dentro il portone. Non ci avevo mai guardato dentro, prima. Era buio, però si intravedevano i colori delle carte, fusi con le tenebre. È stato come se una spirale cominciasse a vorticare. E tutto è diventato un Nove che girava, girava… Lento, sinuoso e minaccioso come un serpente, si è generato dal nulla, si è avvicinato alla mia faccia, si è avvitato sulla mia testa e… plop.
Plop. Come se fossi stato un tappo di sughero. Sono stato stappato da me stesso e mi sono ritrovato in un altro luogo. Sempre io, ma spogliato dei panni di cavaliere, senza la mia spada né il mio cavallo. Ero l’io ‘sano’ di tutti i giorni, ancora libero da ogni vincolo di corpo e carne, catapultato in un qualcosa di molto più vero e inquietante del mio castello di carte.
Un mondo nel mondo che voi normali non riuscirete mai a scoprire. Perché non ci arrivate. Il vostro inconscio è fermo a uno stadio larvale, non gli avete permesso di progredire, di uscire fuori dal sacco. Siete così presi dalla vostra piccola, inscatolata realtà che non vi accorgete dell’universo psichico che pulsa attorno a voi.
È la Rete. È Insanet.

Simonetta Santamaria, è scrittrice di thriller e horror. Giornalista, irriducibile motociclista, amante dei gatti e delle orchidee.
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La sindrome di Nonna Papera: evviva i nonni!

in Pianeta Donna/Simonetta Santamaria Blog by
La sindrome di Nonna Papera

2 ottobre, festa dei Nonni: un omaggio alla migliore invenzione dell’umanità

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

I nonni… che bella cosa, i nonni. Quando varcano quella magica soglia, gli ex-genitori (almeno nella stragrande maggioranza dei casi) sfoderano il lato migliore. Superata la fase post-genitoriale, i nonni improvvisamente comprendono, accolgono, ascoltano, dedicano tempo, cercano un varco in un universo ancora più distante dal loro di quanto non fosse quello dei loro figli.
Li vedi, tenerelli, smanettare con gli smartphone, i tablet, le tv in 3D, i decoder supertecnologici, perfino la musica rock e i videogames. La nonna che lascia per un attimo il mattarello e si dedica allo sfoglio dei filarini della nipotina adolescente. Non le interessa supervisionare o puntare il dito redarguendo la creatura sul Male appostato dietro l’angolo di ognuna di quelle foto come avrebbe fatto con sua figlia, lei vuole solo “vedere”. Li osserva, e molte volte si compiace, anche se il soggetto ha un tatuaggio tra i capelli rasati o un anello che gli trapassa il naso. Non è più un suo problema, vedere la nipotina orgogliosa di quel rospo la fa felice, tutto qua. E non è per disinteresse o egoismo: i nonni sanno bene cos’hanno seminato nei loro figli e confidano nelle loro abilità genitoriali. Il testimone è ormai passato, è ora di godersi il meglio.
Un po’ come avere un amante: niente guai, niente problemi, solo il meglio, le lagne sono riservate al coniuge.
Io non ho conosciuto i miei nonni ma ho avuto due nonne fortissime. Mia nonna paterna si chiamava Margherita, è stata una delle prime donne italiane a prendere la patente e a guidare un’auto, così come pilotare una barca: andava a vela da sola, tutti la riconoscevano mentre sfrecciava col suo cutter in legno e le tributavano il massimo rispetto in quanto “fenomeno”. Andava a cavallo e gestiva l’azienda di famiglia facendo i conti a mano, non fidandosi della calcolatrice, e non sbagliava mai. Predisposizione per i numeri a parte, lei è il mio lato forte. Mi diceva sempre “non farti fermare dalle stupide convenzioni che vogliono la donna a casa e non curarti di quello che dice la gente perché l’invidia dà voce a molte bocche.”
Mia nonna materna si chiamava Letizia (sì, proprio come la mia amica che conoscete anche voi). Meraviglioso nome storpiato in Titta da noi nipotini che abbiamo pronunciato il suo nome prima di quello di nostra madre. Lei era adorabile, divertente, chicchettosa. Non veniva mai a tavola se prima non si cambiava d’abito, indossava orecchini e un po’ di cipria. Lei è il mio lato romantico; ricordava sempre con nostalgia i gala in abito lungo, i balli e l’emozione di sentirsi invitata a un giro di valzer. Gli spasimanti, i regali, i baciamano. Un giorno mi disse “Non lasciare che il tempo ti porti via l’occasione di dire a qualcuno ciò che senti perché, una volta passato quel tempo, potresti pentirtene. E non c’è niente di peggio di portarsi dietro il peso di un pentimento.” E credo che lei parlasse con cognizione di causa.
Oggi mi riconosco più in loro due che nei miei stessi genitori, fatta in parte di Margherita e in parte di Letizia. Vuoi per un salto generazionale, vuoi per una difficoltà dei genitori di chi come me è nato negli anni ’60 a relazionarsi con i figli, sento molto forte la loro influenza e mi mancano molto, oggi di certo più di ieri. Oggi che sono più matura, che sono mamma, e forse per questo più vulnerabile.
Perciò amici, tributate un pensiero ai vostri nonni, presenti o assenti che siano, oggi ma non solo oggi. Sono certa che se provate a guardarvi per un momento dentro, scoprirete che siete fatti “di nonni” anche voi.

Simonetta Santamaria, è scrittrice di thriller e horror. Giornalista, irriducibile motociclista, amante dei gatti e delle orchidee.
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La sindrome di Nonna Papera: gesto eclatante o scena rubata?

in Pianeta Donna/Simonetta Santamaria Blog by
La sindrome di Nonna Papera

Una proposta di matrimonio in mondovisione è una medaglia con due facce

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

Ed è proprio il caso di dirlo, visto che la destinataria di tale proposta da mille e un sogno è la tuffatrice cinese He Zi che aveva appena conquistato la medaglia d’argento alle ancora in corso Olimpiadi di Rio de Janeiro: il suo fidanzato Qin Kai, anche lui tuffatore e campione olimpico, si è inginocchiato per darle l’anello praticamente sotto il podio.
L’evento ha generato uno tsunami emotivo anche in noi comuni mortali, spettatori di qualcosa che fa parte dell’immaginario romantico collettivo al pari di Richard Gere col mazzo di fiori sulla scala antincendio a dispetto delle vertigini. Molte donne avrebbero volentieri barattato il proprio compagno per quel cinesino insipido capace però di un tale gesto d’amore.
Ma poi…
Riflettendo a freddo, dopo aver calmato i palpiti e ricacciato indietro i lucciconi di commozione mi sono detta, “però…”
Però, non è che quel gesto eclatante ha finito col rubare la scena a quella che in realtà era la circostanza che andava davvero celebrata e cioè la medaglia d’argento nel trampolino da 3 metri? La He Zi meritava tutta l’attenzione per una prodezza olimpica che comporta anni di duro lavoro, sacrifici, rinunce, sudore e lacrime, e invece con buone probabilità sarà ricordata per quella che ha avuto una proposta di matrimonio alle Olimpiadi. Oggi, se provate a googlarla, compaiono decine di link che riportano tutti al romantico evento e poi si parla della medaglia. Stessa cosa per Qin Kai: la sua pagina Wikipedia esordisce così: “È un tuffatore cinese. Al termine della premiazione della gara di tuffi dal trampolino dai 3 metri femminile delle olimpiadi di Rio de Janeiro, in diretta mondiale, si è inginocchiato di fronte alla compagna di squadra He Zi chiedendole di sposarlo. In carriera ha vinto…” Capito? Il suo nutrito palmares viene poi.
E allora no, mi sono detta. Non è giusto. Con quel gesto eclatante il ragazzo ha oscurato due carriere sportive mettendo in luce solo una proposta di matrimonio. Qin Kai, spero involontariamente, ha spostato i riflettori su di sé in una serata che doveva vedere He Zi come protagonista assoluta. Mi viene da immaginare, con un certo filo di perfidia, a cosa sarebbe accaduto se la povera creatura avesse voluto rifiutare… Una gogna mediatica per aver detto no a sittanto uomo di gran coraggio ed ancor più di cuore… Come fai a dire di no davanti a miliardi di telespettatori? A quel punto meglio la trovata di Elisabetta Cavallari, torinese che sul palco dell’ormai arcinota manifestazione Ruttosoud ha ruttato davanti a 10mila persone “Silvio, mi vuoi sposare?” Male che vada (e non glielo auguriamo) nessuno li avrà presi troppo sul serio.
Nel mio, di immaginario, dove i più credono che non ci sia spazio per nuvolette rosa, guardo sempre quegli aerei con gli striscioni pubblicitari nella speranza di vedere un giorno il mio nome stampato sopra accompagnato da una dolce frase d’amore. Ma quella resterebbe un bel gesto a se stante, il mittente non sarebbe al centro dell’attenzione, non offuscherebbe la mia persona o una mia impresa.
Penso alla presentazione di un mio libro. Ecco, in un micron di realtà che può essere quella di una medaglia olimpica, quello è il mio micron. Riempimi la casa di rose, stendimi una strada di post-it, portami in cima al mondo e chiedimelo. Abbiamo tutta la vita da condividere, se vorremo, ma non rubarmi quell’istante che appartiene di diritto solo a me. Un istante, prima che lo stesso diventi proprietà del mondo.

Simonetta Santamaria, è scrittrice di thriller e horror. Giornalista, irriducibile motociclista, amante dei gatti e delle orchidee.
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La sindrome di Nonna Papera: non lo fò per piacer mio…

in Pianeta Donna/Simonetta Santamaria Blog by
La sindrome di Nonna Papera

Incubatrici umane. O almeno glielo abbiamo fatto credere

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

Non lo fò per piacer mio ma per dare un bimbo a Dio. Con questa geremiade, raccontava mia nonna, le bigotte di inizio Novecento approcciavano al sesso coniugale. Non sia mai orecchio di parroco avesse potuto udire inopportuni gemiti che lo avrebbero erroneamente ricondotto a volgare piacere fisico… Succube di un’insulsa cattocultura, andavano poi a sgranare (rosario alla mano) ogni particolare in confessionale per una ripulita dell’anima e tutto a posto fino alla successiva trombata.
Mi chiedo se gli uomini abbiamo mai creduto a questa leggenda metropolitana, da mettere al pari con i coccodrilli nelle fogne di New York e al Bigfoot.
Se oggetti di forma fallica di facile manovrabilità risalgono a ben prima dell’avvento del casto e puro Gesucristo, vuol dire che A) in realtà le donne si divertivano parecchio con i loro (e non) uomini e poi andavano in chiesa a mondarsi dai peccati della carne tipo lavanderia a gettoni; B) gli uomini non avevano capito una cippa e quindi le donne, sempre state abili nel fai-da-te, compensavano nel tempo libero.
Ci hanno definite “isteriche” e gentilmente offerto doccette e massaggi pelvici curativi… Ah, se erano curativi… In effetti dallo sfinimento dei medici addetti a tali massaggi, e forse da una diffusa sindrome del tunnel carpale, sempre gentilmente inventarono il vibratore. Felici i dottori, più felici noi; i volti delle donne sottoposte a tali cure esprimono bel altro che la sofferenza della malattia.
Per celebrare quello che molte donne considerano una delle invenzioni Top Ten di tutti i tempi, a San Francisco è nato il Good Vibrations Antique Vibrator Museum, che ospita una singolare collezione di vibratori dal tardo 1800 ai giorni nostri. A manovella, a corrente, a pile, dalle forme più strane: alcune ricordano più inquietanti strumenti di tortura che di piacere ma, come direbbe la buonanima di Guido Angeli, provare per credere! Una messa in mostra di ciò che l’ipocrisia ha tentato per decenni di tenere nascosto, e guai a parlare di masturbazione pena il celeste incenerimento istantaneo. Non a caso, il primo vibratore senza fili pare risalga proprio al 1968, in piena rivoluzione sessuale, sebbene all’inizio venisse pubblicizzato come rimedio contro le nevralgie muscolari: un vero e proprio massaggiatore portatile.
Oggi, per par condicio, dopo la magica pillola blu è stato approvato il cosiddetto Viagra rosa a base di flibanserina che dovrebbe potenziare la libido femminile. Ma il farmaco, uditeudite, ha fatto un clamoroso flop. Perché noi donne non andiamo dove ci porta la nostra vagina come la bacchetta del rabdomante (che non a caso è un uomo…). Ci vuole ben altro, e anche meno costoso, impegnativo e dannoso per la salute, per accenderci.
Non fateci sentire solo delle incubatrici umane e discariche dei problemi del mondo. Un fiore inaspettato fa molto più di una pillola, anche se rosa.

Simonetta Santamaria, è scrittrice di thriller e horror. Giornalista, irriducibile motociclista, amante dei gatti e delle orchidee.
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