Il Futuro? Solidale…

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Simonetta Santamaria

Simonetta Santamaria has 36 articles published.

La sindrome di Nonna Papera: 2016, annus horribilis

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La sindrome di Nonna Papera

Anno bisesto, beato chi resta. E in effetti…

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

Lo diceva sempre mia nonna. Diffidate dagli anni bisestili almeno perché forieri di malasorte; e a capodanno ci forniva una serie di santi e amuleti scacciasfortuna, un mix tra sacro e profano che avrebbe dovuto proteggerci dagli attacchi della scalogna.
Questo 2016 è stato brutto. Orrendo, a dirla tutta. Per quanto mi riguarda, uno dei peggiori che la memoria ricordi. Per ragioni personali e mondiali.
Annus horribilis, lo hanno definito i media. La musica ha subito un’ecatombe, da David Bowie che ha aperto le danze, passando per Glenn Frey, Colin Vearncombe, Paul Kantner, Maurice White, Keit Emerson, Prince, Leonard Cohen, Pete Burns, e George Michael a chiudere la fila. Cultura e cinema non se la sono passata meglio: Umberto Eco, Dario Fo, Bud Spencer, Anna Marchesini, Carrie Fisher e sua madre Debbie Reynolds.
Stendiamo un velo pietoso sulle vittime delle stragi, degli attentati, e dei comuni mortali a noi vicini, e quelli di cui non sapremo mai niente.
Però.
Però noi siamo ancora qui, ancora in piedi.
Neppure quest’anno maledetto ci ha buttati giù.
Per quanto abbia fatto schifo, io un paio di traguardi li ho segnati. Ho sconfitto il cancro. Per la seconda volta, dopo vent’anni (perché, come Stephen King ci insegna, a volte ritornano), e ancora una volta l’ho battuto sul tempo. Mi è dispiaciuto invece apprendere che il chirurgo che mi ha operata è morto, pure lui. Troppo giovane.
Ho pubblicato un romanzo. Sebbene non con le modalità che avrei voluto, Seguimi nel Buio ha visto la luce e sta viaggiando bene.
La Sindrome di Nonna Papera continua a ottenere consensi così come Io Giornalista: la nostra famiglia si allarga giorno per giorno e di questo non posso essere che grata. Grata a voi, amici lettori, che con i vostri consensi ci fornite la benzina per andare avanti.
Perciò, avanti tutta. Affrontiamo il nuovo anno con ottimismo perché questo che sta morendo non ci ha portati con sé. E mi pare di per sé già un bel traguardo.
È inutile dannarsi per avere quello che non possiamo avere; meglio fare il massimo con ciò che abbiamo.
Buon 2017, quindi. Che anche se finisce con un numero notoriamente sfigato, se siamo sopravvissuti a questo, ci farà un baffo.
Auguri, amici miei. Da parte di Nonna Papera, Io Giornalista e la sottoscritta. Domani è un altro giorno, domani è un altro anno.

Simonetta Santamaria, è scrittrice di thriller e horror. Giornalista, irriducibile motociclista, amante dei gatti e delle orchidee.
Il suo sito è www.simonettasantamaria.net


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Pape Satàn Aleppe

in La Musica/Simonetta Santamaria Blog by
Pape Satàn Aleppe

Ecco a noi il nuovo CD degli Osanna.

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

E il Sommo Poeta sarebbe fiero di essere l’ispiratore del brano che dà il titolo al nuovo lavoro dei mitici Osanna perché la qualità è davvero alta, anche stavolta.
In distribuzione dal 18 novembre, a solo un anno di distanza da Palepolitana, Lino Vairetti e il suo gruppo ci stupiscono ancora con oltre 80 minuti di ottima musica, nella migliore tradizione di prog rock che ha reso gli Osanna il fiore all’occhiello della musica partenopea e un’icona in quello internazionale.
È un live. Un live registrato in multitracce che comprende il meglio del loro repertorio classico più alcune cover eccellenti rivisitate alla maniera degli Osanna che vanno dalla splendida Michelemmà (un arrangiamento superbo), Fenesta Vascia, Santa Lucia ad Auschwitz di Guccini, Il Mare di Pino Daniele, da Vorrei Incontrarti di Alan Sorrenti all’immortale Non mi Rompete del Banco.
Pape Satàn Aleppe è l’unico inedito: il brano parte con un intro in cui vengono recitati i primi sei versi del Canto VII dell’Inferno per poi aprirsi in tutta la sua potenza verso un sound decisamente rock. Il girone dei dannati come metafora di una Napoli soffocata dai molti lati oscuri di chi la abita e la governa: egoismo, avidità, avarizia… tutto il marcio che genera degrado e malessere.
Molte le citazioni culturali rese in musica: dalla celebre filastrocca popolare “Chiòve e ghièsce ‘o sole, tutt’e vecchie fann’ammore…” alla famosa frase di Benedetto Croce con cui definisce Napoli “un Paradiso abitato da diavoli”. Lo stesso titolo, Pape Satàn Aleppe, è stato ispirato dall’omonimo saggio postumo di Umberto Eco.
Oltre alla formazione originale (Lino Vairetti, Gennaro Barba, Pako Capobianco, Nello D’Anna, Sasà Priore e Irvin Vairetti), hanno partecipato molti artisti del calibro di Jenni Sorrenti, Donella Del Monaco, Mauro Martello, Fiorenza Calogero e Stella Manfredi.
L’ascolto è una magia. Semplicemente.

Simonetta Santamaria, è scrittrice di thriller e horror. Giornalista, irriducibile motociclista, amante dei gatti e delle orchidee.
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Mozzarella Nigga, il nuovo album di Capone & BungtBangt

in La Musica/Simonetta Santamaria Blog by
Mozzarella Nigga

Il nuovo album del musicista che suona la munnezza.

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

Cosa sia la mozzarella lo sanno pure i muri. Ma perché “nigga”? Lo ha spiegato al pubblico Maurizio Capone, leader e fondatore di Capone & BungtBangt, durante lo showcase che si è tenuto lo scorso 4 novembre allo Spazio Nea di Napoli in occasione dell’uscita del suo nuovo album.
La parola “Nigga” è l’italianizzazione del termine dispregiativo Nigger con cui si apostrofavano gli schiavi neri, usato con intento altrettanto dispregiativo verso gli emigrati italiani nell’America degli anni ’50. Mozzarella più Africa quindi: una fusione cara a Capone che ha sempre dichiarato di sentirsi africano più di quanto si senta occidentale.
La stessa fusione si apprezza in ognuno dei 15 brani dell’album che mostra un sound più maturo, ma sempre originale, un mix tra hip hop, drum’n bass, reggae, funk. I testi sono multilingue: italiano, napoletano, inglese, per infrangere anche con le parole ogni barriera di confine.
“Suoniamo con la munnezza” ha detto Capone, “per dimostrare che anche gli ultimi possono avere grandi qualità”; un messaggio sociale e sociologico, la possibilità di trasformare in oro ciò che per molti è solo roba da buttare.
La particolarità di Capone & BungtBangt è l’uso di una strumentazione fatta con materiali riciclati: la scopa elettrica (una scopa con un elastico da sarta che suona come una chitarra elettrica), lo scatolophon (una scatola di polistirolo con un elastico da ufficio che suona come un contrabasso), la buatteria (la caratteristica batteria fatta con bidoni di plastica e metalli), sono solo alcuni degli strumenti usati: il risultato è una sonorità innovativa che fa di Capone & BungtBangt un compositore più unico che raro nel panorama musicale italiano, e non solo.
Molti i contributi artistici eccellenti: Daniele Sepe, Dario Sansone, Claudio Gnut, Nelson, Andrea Tartaglia, Roberto Colella, Alessio Sollo, e buona parte dei fratelli della Costa tra cui lo stesso Capone. I rapper Shaone, Oyoshe, Nigga Thieuf, Mc Mariotto, Matto Mc, ed Elio 100gr, storico chitarrista dei Bisca.
Mozzarella Nigga è prodotto dalla neonata New Reel Records di Diego Spasari, con il preciso intento di contribuire a una discografia di qualità. La distribuzione è affidata alla Audioglobe/Full Heads.

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Francesca Fariello e la sua musica: un fiore di ciliegio nella lava del Vesuvio

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Francesca Fariello

Dalla Cina a Napoli, passando per la letteratura: quando la contaminazione non ha confini.

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

Bella, è bella anzi, di più. Ed è brava anzi, di più. Francesca Fariello, cantante, compositrice, autrice: un’artista a tutto tondo che spicca nel panorama musicale italiano come “fiori di ciliegio nella lava del Vesuvio”. Con il suo rock dalle sonorità a tratti prog, riesce a evocare antiche atmosfere o che spaziano dal gotico fino alla cultura cinese. In italiano o in inglese fino ad arrivare – uditeudite – al cinese, le sue composizioni hanno un solido background, niente è lasciato al caso, e accompagna l’ascoltatore a scivolare dentro i suoi concept album con la naturalezza dei grandi.

Sta cavalcando i meritati successi dei suoi due album e, tra una tappa e l’altra, IoGiornalista le ha rubato qualche momento per farle alcune domande. Intervistiamola…

Francesca, i complimenti per la tua bravura e professionalità sono d’obbligo. Detto ciò, la prima  domanda che nasce spontanea è: un’artista “meridionale” come te, una napoletana che decide di non restare ingabbiata nella tradizione ma sfida il mercato cantando pop e rock, in inglese e perfino in cinese, quante difficoltà deve affrontare per ritagliarsi la propria fetta di mercato?

Oltre che ringraziarti, mi complimento con te per aver colto la mia inclinazione all’evasione dalle “gabbie”; la libertà è qualcosa che bisogna guadagnarsi minuto per minuto di questi tempi…ed io sono una ribelle…una silenziosa ribelle…silenziosa finché non salgo su un palco!

Avendo lavorato come vocalist sin da giovanissima, ho sempre separato lo “strumento voce” dal cantautorato che, invece, è stato il mio canale comunicativo sin dai tredici anni. Per molti anni le canzoni che scrivevo sono state “soltanto mie”, al massimo potevano ascoltarle qualche familiare e gli amici. Fino alla tarda adolescenza quello che cantavo in pubblico o per lavoro era ben lontano dalle canzoni che scrivevo e che riempivano la mia stanza. Ero una cantante, una vocalist. Poi quando ho scelto di portare in giro le mie canzoni ho iniziato a sentire emozioni molto più forti. Durante i live incontrare persone con cui creare complicità, dividere la mia storia in musica era molto rischioso, ma molto più forte del sentirmi dire che ero stata brava a cantare una cover. Pensare a una fetta di mercato da ritagliarsi è molto difficile, soprattutto se sei un cantautore e non un imprenditore, figuriamoci di questi tempi: il mercato musicale è in black out. Noto comunque, anche da utente e fruitrice di musica, che la scena indipendente si sta diffondendo notevolmente. I concerti creano opportunità d’incontro tra pubblico e artista, le tue canzoni possono raggiungere persone la cui sensibilità potrebbe rivelarsi affine alla tua e pian piano ci si sceglie, ci si segue.

Accetto comunque i “limiti” dello scegliere la strada della spontaneità; la strada che mi è stata insegnata dai miei familiari e dai miei insegnanti. Ricordo, in particolare, quando in momenti in cui esprimevo il mio disappunto per situazioni “musicali e lavorative” che mi stavano strette, e cercavo di capire quale fosse la strada giusta, se piegarmi, cambiare per entrare nel mercato, mio padre mi rimproverava. Mi diceva: “Tu sei una cantautrice!”, mi parlava della sua adorata Joan Baez, mi diceva che dovevo occuparmi solo di suonare la “mia musica”, di non essere a caccia di successo “… se arriverà che ben venga, ma se il successo è il tuo obiettivo, dal momento in cui non puoi cambiare te stessa, cambia lavoro e diventa un imprenditore!”. Ancora oggi è così: ciò che mi rende felice è suonare, anche quando nessuno mi vede, cantare perché sono felice o perché sto soffrendo, e qualunque sia il sentimento che provo…in musica, suonandolo e cantandolo diventa gioia, mi riempie…poi se c’è un pubblico con cui scambiare emozioni tanto meglio!

L’incontro tra cantante e cantautrice per il pubblico è avvenuto dopo una gavetta che l’ha vista anche corista e vocalist per grossi solisti. La scelta del genere non è casuale. Come lei stessa dichiara, è cresciuta a pane e musica, anglofona perlopiù; dal jazz alla lirica, passando per il rock e il prog, e chi più ne ha più ne metta. Tuttavia, Francesca riesce a contestualizzare nella sua musica anche Napoli, la sua radice più profonda.

La contaminazione quindi: quanto è presente e quanto incide nella tua produzione?

La contaminazione è un processo che si avvia naturalmente già su un piano culturale. Sono nata in un luogo bellissimo: il Vesuvio alle mie spalle e gli occhi rivolti verso il mare. Appartengo a un popolo di mare e non continentale, ho vissuto già la stratificazione dei sincretismi culturali intellegibili nella storia di una citta di mare come Napoli, luogo di grandissimi scambi culturali e commerciali…Ho sempre lo sguardo rivolto verso il mare per guardare “oltre”, per arricchirmi delle diversità di popoli così lontani eppure così vicini. È stato così che fin da bambina, aiutata dall’atmosfera culturale familiare, ho studiato e ascoltato il richiamo di echi di culture più lontane ed è stato così che, con una visione comparatistica, il Vesuvio poteva apparirmi così simile al Monte Fuji; lo Zibaldone leopardiano mi si presentava tra le righe come un nikki, un diario tipico della letteratura giapponese di epoca Heian. La mia mente poteva riempirsi di termini e frasi in inglese, italiano, napoletano, cinese, francese, potevo divertirmi a tradurre qualche 成语 chengyu, espressioni idiomatiche della lingua cinese, trovandone l’esatto corrispettivo solo attraverso il napoletano, come una lingua che funge da “switch-code”… ma la musica… la musica è sempre stata il collante di tutto. La musica è un linguaggio universale, può vestirsi di qualsiasi lingua per i suoi testi…Melodia e armonia possono far viaggiare l’anima nei luoghi più disparati del Cosmo e allo stesso tempo, su un piano introspettivo, si possono raccontare gli angoli più bui dell’interiorità e bagliori che portano l’uomo così vicino al divino. Direi proprio di sì, la contaminazione è assolutamente presente e incisiva nelle mie produzioni, perché è attiva nel mio modus vivendi; per me la musica è contaminazione, è la più magica formula di sincretismo.

I suoi sono concept album, come nella miglior tradizione musicale (e anche la più complessa da elaborare). Il primo, Sakura no Nikki, ispirato all’arte letteraria giapponese di scrivere diari. Perché, tra le varie, Francesca intanto si laurea in cinese all’Orientale di Napoli, cosa che le consentirà di penetrare appieno la dimensione orientale e trasporla in musica. Ma non solo: anche la letteratura ha una grande influenza, tanto da lasciarsi ispirare da Oscar Wilde per un suo brano, dal titolo Dorian Gray, appunto.

Lasciarsi ispirare da un racconto per un brano musicale: in genere è più facile immaginare il contrario…  Come avviene la magia?

Letteratura e Musica: le parole hanno un suono e la musica…la musica ha sempre una storia da raccontare!!! Libri e canzoni sono stati come navicelle spaziali in tutta la mia vita, velivoli super veloci per far volare la mia fantasia. Parole, accordi, melodie…ci sono dei libri che ho letto e riletto decine di volte, personaggi in cui ti ci ritrovi o che possono evocare alla mente persone e storie che hai realmente conosciuto e vissuto. Come per magia, lettere e caratteri iniziano a staccarsi dalle pagine. Determinate storie continuano a vivere nella tua mente anche quando hai finito di leggere un racconto. Mi capita spesso, di sera, tra una pagina e l’altra, di chiudere un libro e di avvicinarmi al piano o alla chitarra…lascio che la suggestione prenda il sopravvento, le mani radunano un accordo e la mia voce inizia ad accennare una melodia. Poi ci sono parole che vengono fuori come un discorso appena interrotto. A un certo punto mi fermo ad annotare versi su un taccuino e ho come l’impressione che quelle parole non indichino più con precisione se stanno parlando di me o della storia che ho appena finito di leggere.

Il suo secondo concept album, ZerO, è un’esplosione di creatività. Alla realizzazione hanno collaborato fior di musicisti tra cui due batteristi d’eccezione: Charlie Morgan (Elton John, Tina Turner)  e Poogie Bell (David Bowie, Erykah Badu, Marcus Miller). Il collante di ZerO è il non-tema. Zero, in quanto metafora dello svuotamento della coscienza dell’artista, e creazione di uno spazio in cui poter esprimere se stessi e sentirsi al contempo protetti. Anche qui ritroviamo dei richiami alla letteratura e ai suoi personaggi: Stoker e LeFanu, Conrad, Shelley, scelta tanto originale da spingere l’attore e regista Alessandro Palladino a trasporre il tutto in un vero e proprio spettacolo teatrale, “I Mostri di ZerO”, un viaggio nella natura umana attraverso musica e testi. E poi c’è un brano che manifesta disappunto verso il dilagare dei talent show, Target.

La formazione di un vero artista è sudore e sangue; troppo spesso la televisione sforna presunti fenomeni senza substrato che affondano dopo il primo bagnetto. Spiegaci il tuo punto di vista.

Per me è una questione di scelte. Siamo in un’epoca del tutto e subito; è un’epoca in cui i social network sono carburanti dell’ego; apparire in tv è diventato sinonimo di riconoscimento della preparazione personale. Il talent è uno spettacolo televisivo, la musica esiste da prima e a prescindere dalla televisione. Vive anche quando premi “off” sul telecomando…basti pensare che l’apice dell’emozione creata dalla musica si raggiuge quando gli occhi si chiudono. Parlando su un piano tecnico e in ambito di acquisizione di competenze professionali, la durata di un programma televisivo è chiaramente insufficiente per formare un individuo, facendolo gareggiare come un cavallo. Il talento è un punto fondamentale nell’artista, ma è un punto di partenza se la musica deve diventare un “lavoro”. Ricordo ancora quando a 15 anni, a lezione dal mio primo maestro di canto desideravo imparare ad usare la voce, estendere il mio registro per raggiungere le note più alte; il mio unico obiettivo era impadronirmi della tecnica per dare più forza alle emozioni che avrei voluto gridare agli altri, tutte le volte che la mia timidezza nel quotidiano non mi permetteva di farlo…Tornavo da scuola e mi esercitavo ore ed ore, dovevo migliorare, imparare le canzoni che provavo più volte a settimana nei garage della provincia con la band. Volevo essere preparata a sufficienza per le serate dal vivo nei locali. Solo dopo molti anni mi sono sentita pronta per registrare un disco. Oggi è diverso, essere famosi è più importante di essere preparati, di essere credibili.


E, sempre nel frattempo, la vita di Francesca continua a cambiare. Lei sostiene che Band è Meglio perché in gruppo si è più forti, e così nuova band composta da Gianluca Capurro alle chitarre, Lorenzo Scaperrotta al basso e Domingo Colasurdo alla batteria…nuova vita, nuovi progetti. Anche in lingua cinese. Ci aspettano dei crossover molto, molto interessanti. All’inizio della nostra chiacchierata l’ho definita una cantautrice originale come “fiori di ciliegio nella lava del Vesuvio”… E anche questo è un suo progetto che vedrà presto la luce grazie alla collaborazione del disegnatore Enzo Troiano: una graphic novel sulla vita della Piccola Sakura. E, sulle note di quest’ultima, delicatissima immagine, noi ci congediamo e auguriamo a Francesca Fariello una lunga e luminosa carriera come merita un’artista con le sue capacità.

In attesa della tua prossima produzione, raccontaci di questa graphic novel…

Collaborare con Enzo Troiano è un’esperienza fantastica! È un’eccellenza nel campo del fumetto, è stato il primo autore/disegnatore italiano a recarsi in Francia nel 2011, a Nizza presso il negozio “BD Fugué” per presentare un albo in lingua italiana (i due volumi di “Harcadya”). La sua sensibilità artistica ha avuto l’effetto di una funzione esponenziale nell’ambito comunicativo e di rappresentazione del mio mondo musicale in fumetto. Ha trasformato il mio storyboard in un’opera personalissima. Mi emozionavo come una bambina quando mi mostrava durante i nostri appuntamenti le sue tavole: quei disegni e quei colori superavano tutte le mie aspettative e sono sicura che è un’opera che emozionerà tante persone! La sua graphic novel viaggerà in synch con la musica durante ogni mio concerto: è una sorta di presentazione del mio mondo. Sarà presto presentata sui social network anche sotto forma di video. L’idea della graphic novel è nata proprio perché amo sperimentare attraverso la fusione dei linguaggi dell’arte; non ho mai considerato le diverse espressioni artistiche ed i processi creativi come meccanismi che operano a compartimenti stagni. Lo scopo di questo incontro artistico è stato quello di fornire alla mia musica un nuovo strumento, stavolta visivo; è un mezzo per raccontare con semplicità i colori del mio mondo. Quest’opera ha anche dato voce a concetti complessi, come ad esempio il processo di songwriting – spiega in che modo ho adoperato la tecnica di scrittura dei nikki in musica in Sakura no Nikki – e rivela il mio modo di sentire le radici vesuviane. Il processo di semplificazione è stato l’obiettivo e il percorso arduo che avevo deciso di intraprendere per presentarmi, anche attraverso la graphic novel, a coloro che ascolteranno la mia musica durante i concerti: direi proprio che Enzo Troiano è riuscito a portare a termine questa missione con grande stile! Sono diventata una sua fan e non vedo l’ora di seguirlo nei suoi prossimi appuntamenti editoriali, a breve pubblicherà per l’Editore Giochi Uniti il suo progetto “Omegha”: il fumetto in concomitanza con Lucca 2016 e per il periodo di Natale, il gioco ad esso collegato.

La chiamano, deve suonare… la lasciamo andare perché siamo contenti, la ritroveremo… con noi, un legame si è creato, e con voi?

Simonetta Santamaria, è scrittrice di thriller e horror. Giornalista, irriducibile motociclista, amante dei gatti e delle orchidee.
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La sindrome di Nonna Papera: evviva i nonni!

in Pianeta Donna/Simonetta Santamaria Blog by
La sindrome di Nonna Papera

2 ottobre, festa dei Nonni: un omaggio alla migliore invenzione dell’umanità

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

I nonni… che bella cosa, i nonni. Quando varcano quella magica soglia, gli ex-genitori (almeno nella stragrande maggioranza dei casi) sfoderano il lato migliore. Superata la fase post-genitoriale, i nonni improvvisamente comprendono, accolgono, ascoltano, dedicano tempo, cercano un varco in un universo ancora più distante dal loro di quanto non fosse quello dei loro figli.
Li vedi, tenerelli, smanettare con gli smartphone, i tablet, le tv in 3D, i decoder supertecnologici, perfino la musica rock e i videogames. La nonna che lascia per un attimo il mattarello e si dedica allo sfoglio dei filarini della nipotina adolescente. Non le interessa supervisionare o puntare il dito redarguendo la creatura sul Male appostato dietro l’angolo di ognuna di quelle foto come avrebbe fatto con sua figlia, lei vuole solo “vedere”. Li osserva, e molte volte si compiace, anche se il soggetto ha un tatuaggio tra i capelli rasati o un anello che gli trapassa il naso. Non è più un suo problema, vedere la nipotina orgogliosa di quel rospo la fa felice, tutto qua. E non è per disinteresse o egoismo: i nonni sanno bene cos’hanno seminato nei loro figli e confidano nelle loro abilità genitoriali. Il testimone è ormai passato, è ora di godersi il meglio.
Un po’ come avere un amante: niente guai, niente problemi, solo il meglio, le lagne sono riservate al coniuge.
Io non ho conosciuto i miei nonni ma ho avuto due nonne fortissime. Mia nonna paterna si chiamava Margherita, è stata una delle prime donne italiane a prendere la patente e a guidare un’auto, così come pilotare una barca: andava a vela da sola, tutti la riconoscevano mentre sfrecciava col suo cutter in legno e le tributavano il massimo rispetto in quanto “fenomeno”. Andava a cavallo e gestiva l’azienda di famiglia facendo i conti a mano, non fidandosi della calcolatrice, e non sbagliava mai. Predisposizione per i numeri a parte, lei è il mio lato forte. Mi diceva sempre “non farti fermare dalle stupide convenzioni che vogliono la donna a casa e non curarti di quello che dice la gente perché l’invidia dà voce a molte bocche.”
Mia nonna materna si chiamava Letizia (sì, proprio come la mia amica che conoscete anche voi). Meraviglioso nome storpiato in Titta da noi nipotini che abbiamo pronunciato il suo nome prima di quello di nostra madre. Lei era adorabile, divertente, chicchettosa. Non veniva mai a tavola se prima non si cambiava d’abito, indossava orecchini e un po’ di cipria. Lei è il mio lato romantico; ricordava sempre con nostalgia i gala in abito lungo, i balli e l’emozione di sentirsi invitata a un giro di valzer. Gli spasimanti, i regali, i baciamano. Un giorno mi disse “Non lasciare che il tempo ti porti via l’occasione di dire a qualcuno ciò che senti perché, una volta passato quel tempo, potresti pentirtene. E non c’è niente di peggio di portarsi dietro il peso di un pentimento.” E credo che lei parlasse con cognizione di causa.
Oggi mi riconosco più in loro due che nei miei stessi genitori, fatta in parte di Margherita e in parte di Letizia. Vuoi per un salto generazionale, vuoi per una difficoltà dei genitori di chi come me è nato negli anni ’60 a relazionarsi con i figli, sento molto forte la loro influenza e mi mancano molto, oggi di certo più di ieri. Oggi che sono più matura, che sono mamma, e forse per questo più vulnerabile.
Perciò amici, tributate un pensiero ai vostri nonni, presenti o assenti che siano, oggi ma non solo oggi. Sono certa che se provate a guardarvi per un momento dentro, scoprirete che siete fatti “di nonni” anche voi.

Simonetta Santamaria, è scrittrice di thriller e horror. Giornalista, irriducibile motociclista, amante dei gatti e delle orchidee.
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La sindrome di Nonna Papera: gesto eclatante o scena rubata?

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La sindrome di Nonna Papera

Una proposta di matrimonio in mondovisione è una medaglia con due facce

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

Ed è proprio il caso di dirlo, visto che la destinataria di tale proposta da mille e un sogno è la tuffatrice cinese He Zi che aveva appena conquistato la medaglia d’argento alle ancora in corso Olimpiadi di Rio de Janeiro: il suo fidanzato Qin Kai, anche lui tuffatore e campione olimpico, si è inginocchiato per darle l’anello praticamente sotto il podio.
L’evento ha generato uno tsunami emotivo anche in noi comuni mortali, spettatori di qualcosa che fa parte dell’immaginario romantico collettivo al pari di Richard Gere col mazzo di fiori sulla scala antincendio a dispetto delle vertigini. Molte donne avrebbero volentieri barattato il proprio compagno per quel cinesino insipido capace però di un tale gesto d’amore.
Ma poi…
Riflettendo a freddo, dopo aver calmato i palpiti e ricacciato indietro i lucciconi di commozione mi sono detta, “però…”
Però, non è che quel gesto eclatante ha finito col rubare la scena a quella che in realtà era la circostanza che andava davvero celebrata e cioè la medaglia d’argento nel trampolino da 3 metri? La He Zi meritava tutta l’attenzione per una prodezza olimpica che comporta anni di duro lavoro, sacrifici, rinunce, sudore e lacrime, e invece con buone probabilità sarà ricordata per quella che ha avuto una proposta di matrimonio alle Olimpiadi. Oggi, se provate a googlarla, compaiono decine di link che riportano tutti al romantico evento e poi si parla della medaglia. Stessa cosa per Qin Kai: la sua pagina Wikipedia esordisce così: “È un tuffatore cinese. Al termine della premiazione della gara di tuffi dal trampolino dai 3 metri femminile delle olimpiadi di Rio de Janeiro, in diretta mondiale, si è inginocchiato di fronte alla compagna di squadra He Zi chiedendole di sposarlo. In carriera ha vinto…” Capito? Il suo nutrito palmares viene poi.
E allora no, mi sono detta. Non è giusto. Con quel gesto eclatante il ragazzo ha oscurato due carriere sportive mettendo in luce solo una proposta di matrimonio. Qin Kai, spero involontariamente, ha spostato i riflettori su di sé in una serata che doveva vedere He Zi come protagonista assoluta. Mi viene da immaginare, con un certo filo di perfidia, a cosa sarebbe accaduto se la povera creatura avesse voluto rifiutare… Una gogna mediatica per aver detto no a sittanto uomo di gran coraggio ed ancor più di cuore… Come fai a dire di no davanti a miliardi di telespettatori? A quel punto meglio la trovata di Elisabetta Cavallari, torinese che sul palco dell’ormai arcinota manifestazione Ruttosoud ha ruttato davanti a 10mila persone “Silvio, mi vuoi sposare?” Male che vada (e non glielo auguriamo) nessuno li avrà presi troppo sul serio.
Nel mio, di immaginario, dove i più credono che non ci sia spazio per nuvolette rosa, guardo sempre quegli aerei con gli striscioni pubblicitari nella speranza di vedere un giorno il mio nome stampato sopra accompagnato da una dolce frase d’amore. Ma quella resterebbe un bel gesto a se stante, il mittente non sarebbe al centro dell’attenzione, non offuscherebbe la mia persona o una mia impresa.
Penso alla presentazione di un mio libro. Ecco, in un micron di realtà che può essere quella di una medaglia olimpica, quello è il mio micron. Riempimi la casa di rose, stendimi una strada di post-it, portami in cima al mondo e chiedimelo. Abbiamo tutta la vita da condividere, se vorremo, ma non rubarmi quell’istante che appartiene di diritto solo a me. Un istante, prima che lo stesso diventi proprietà del mondo.

Simonetta Santamaria, è scrittrice di thriller e horror. Giornalista, irriducibile motociclista, amante dei gatti e delle orchidee.
Il suo sito è www.simonettasantamaria.net


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La sindrome di Nonna Papera: non lo fò per piacer mio…

in Pianeta Donna/Simonetta Santamaria Blog by
La sindrome di Nonna Papera

Incubatrici umane. O almeno glielo abbiamo fatto credere

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

Non lo fò per piacer mio ma per dare un bimbo a Dio. Con questa geremiade, raccontava mia nonna, le bigotte di inizio Novecento approcciavano al sesso coniugale. Non sia mai orecchio di parroco avesse potuto udire inopportuni gemiti che lo avrebbero erroneamente ricondotto a volgare piacere fisico… Succube di un’insulsa cattocultura, andavano poi a sgranare (rosario alla mano) ogni particolare in confessionale per una ripulita dell’anima e tutto a posto fino alla successiva trombata.
Mi chiedo se gli uomini abbiamo mai creduto a questa leggenda metropolitana, da mettere al pari con i coccodrilli nelle fogne di New York e al Bigfoot.
Se oggetti di forma fallica di facile manovrabilità risalgono a ben prima dell’avvento del casto e puro Gesucristo, vuol dire che A) in realtà le donne si divertivano parecchio con i loro (e non) uomini e poi andavano in chiesa a mondarsi dai peccati della carne tipo lavanderia a gettoni; B) gli uomini non avevano capito una cippa e quindi le donne, sempre state abili nel fai-da-te, compensavano nel tempo libero.
Ci hanno definite “isteriche” e gentilmente offerto doccette e massaggi pelvici curativi… Ah, se erano curativi… In effetti dallo sfinimento dei medici addetti a tali massaggi, e forse da una diffusa sindrome del tunnel carpale, sempre gentilmente inventarono il vibratore. Felici i dottori, più felici noi; i volti delle donne sottoposte a tali cure esprimono bel altro che la sofferenza della malattia.
Per celebrare quello che molte donne considerano una delle invenzioni Top Ten di tutti i tempi, a San Francisco è nato il Good Vibrations Antique Vibrator Museum, che ospita una singolare collezione di vibratori dal tardo 1800 ai giorni nostri. A manovella, a corrente, a pile, dalle forme più strane: alcune ricordano più inquietanti strumenti di tortura che di piacere ma, come direbbe la buonanima di Guido Angeli, provare per credere! Una messa in mostra di ciò che l’ipocrisia ha tentato per decenni di tenere nascosto, e guai a parlare di masturbazione pena il celeste incenerimento istantaneo. Non a caso, il primo vibratore senza fili pare risalga proprio al 1968, in piena rivoluzione sessuale, sebbene all’inizio venisse pubblicizzato come rimedio contro le nevralgie muscolari: un vero e proprio massaggiatore portatile.
Oggi, per par condicio, dopo la magica pillola blu è stato approvato il cosiddetto Viagra rosa a base di flibanserina che dovrebbe potenziare la libido femminile. Ma il farmaco, uditeudite, ha fatto un clamoroso flop. Perché noi donne non andiamo dove ci porta la nostra vagina come la bacchetta del rabdomante (che non a caso è un uomo…). Ci vuole ben altro, e anche meno costoso, impegnativo e dannoso per la salute, per accenderci.
Non fateci sentire solo delle incubatrici umane e discariche dei problemi del mondo. Un fiore inaspettato fa molto più di una pillola, anche se rosa.

Simonetta Santamaria, è scrittrice di thriller e horror. Giornalista, irriducibile motociclista, amante dei gatti e delle orchidee.
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La sindrome di Nonna Papera: l’insospettabile complessità della carta igienica

in Pianeta Donna/Simonetta Santamaria Blog by
La sindrome di Nonna Papera

Istruzioni, teorie e tendenze: sembra facile…

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

Dove c’è un water c’è lei. Siamo abituati a darla per scontata e a non riusciamo neppure concepire una vita senza. Eppure i deretani dei nostri non-tanto-lontani predecessori hanno dovuto fare i conti con fogliame vario, pezzi di vestiti dismessi di qualunque materiale fossero fatti, ciuffi di lana di pecora (se avevi la fortuna di possedere un gregge o di conoscere un pastore), e fogli di carta di giornale.
I pionieri della carta igienica furono (guarda un po’) i cinesi del XIV secolo durante il regno dell’imperatore Ming Zhu Yuanzhang ma la comparsa nel mondo occidentale è solo nel 1850 a opera di un tale lungimirante newyorkese (ari-guarda un po’) di nome Joseph C. Gayetty. I primi pacchetti con singoli strappi di carta sono opera sua. Il suo brevetto fu ripreso da diverse ditte che lanciarono il prodotto sul mercato vantando peculiarità del tipo “senza schegge!” o “delicata come una banconota e robusta come un foglio per appunti”.
Ma l’evoluzione della carta igienica non si è fermata mai. Esistono rotoli con le stampe più impensabili: sudoku, labirinti, barzellette, pubblicità, multicolor o mimetica, dai fiori di camomilla profumati per i più goderecci alla superficie di una grattugia o di un cactus per gli pseudomasochisti; bandiere, romanzi, perfino la faccia del vostro politico preferito (o più odiato, scegliete voi), tracciati elettrocardiografici o elaborati ricami. Banconote, ovviamente (e vi risparmio la ovvia, condivisibile psicointerpretazione dell’eventuale gesto).
E c’è un lungo e articolato dibattito sull’orientamento del rotolo, cari amici. Sopra o Sotto? Gli scienziati hanno studiato il fenomeno, valutato vantaggi e svantaggi, ricavato formule fisiche e stilato il profilo psicologico dei relativi sostenitori.
Se sei tra quelli che dispongono il rotolo con lo strappo Sopra, sei uno a cui piace avere il controllo delle situazioni, sei organizzato e ambizioso, e appartieni a un cospicuo 70% di quelli che la pensano come te. Inoltre lo strappo è più facile da afferrare e la carta non rischia di contaminarsi strofinando contro il muro.
Se invece sei tra quelli che dispongono il rotolo con lo strappo Sotto, sei uno rilassato, affidabile e con l’animo artistico, come il 30% di quelli come te. Dalla tua hai che è più difficile che la carta si srotoli durante un terremoto o che possa riuscirci il gatto di casa.
Basti pensare che su Wikipedia la discussione in merito è di due volte più lunga di quella dedicata alla guerra in Iraq…
Io sono nella tribù dei Sopra. Ma a casa mia hanno una speciale deferenza verso Sua Maestà la Carta Igienica. Infatti nessuno osa sostituire il rotolo finito: si preferisce infilare quello nuovo Sopra il portarotolo, anche se il cestino è solo venti centimetri Sotto.
Ah, come cambia il senso delle parole… proporzionalmente alla tua incazzatura!

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La sindrome di Nonna Papera: il sesso forte e i dolori del parto

in Pianeta Donna/Simonetta Santamaria Blog by
La sindrome di Nonna Papera

Pain Experience Camp, per far provare anche agli uomini la gioia del travaglio

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

La festa della Mamma mi fa tornare sempre in mente il giorno in cui ho messo al mondo i miei due figli. Ricordo ogni particolare, ogni frase, ogni emozione. E ovviamente ne ricordo il travaglio. Lungo, interminabile travaglio: 21 ore col primo, “solo” 8 col secondo. Dicono che i dolori del parto si dimenticano: non è vero niente. Non si dimenticano affatto, solo si accantonano, si mettono da parte consapevole che prima o poi quel cassetto si potrebbe riaprire. Ci vuole coraggio sapendo quello che ti aspetta, fidatevi. La determinazione di una donna che vuole diventare madre non è inferiore a quella di un guerriero, e il coltello tra i denti ci sta tutto.
Ma visto che quei dolori sono gli unici con i quali l’uomo non potrà mai misurarsi, ecco che a Jinan, capitale della provincia cinese di Shandong, si sono inventati il Pain Experience Camp, che sarebbe un titolo perfetto per un film dell’orrore ma è in realtà un laboratorio dove gli uomini possono sperimentare i dolori del travaglio in tutte le sue fasi, dalle prime contrazioni all’espulsione del feto.
Al mammo vengono piazzati degli elettrodi sull’addome in modo da coinvolgere i muscoli giusti in modo che il dolore sia più realistico possibile. Mi sono chiesta come avranno fatto a surrogare l’utero e la vagina… ma forse certe volte è meglio non sapere troppo.
Il tutto è condotto in un lasso di tempo di due ore (e qui mi viene da ghignare “soltanto?”) e i vari stadi suddivisi su una scala da 1 a 10.
Quello che potete trovare in internet sull’esito degli esperimenti è esilarante. Uomini che si contorcono, urlano, piangono e implorano di fermare l’esperimento sotto gli occhi divertiti e un po’ sadici delle rispettive compagne.
Tant’è che l’esperimento è stato poi adottato in vari paesi del mondo. Quello che vedete in copertina è la foto degli spassosi coniugi Holderness che non sono nuovi sul web, infatti hanno un sito, la pagina Facebook, Twitter e anche un canale YouTube: Penn, il marito, ha voluto fare un omaggio alla mogliettina proprio nel giorno della festa della Mamma sottoponendosi alla simulazione del travaglio. Il video fa scompisciare, anche perché la faccia di lei è tutta un programma mentre tiene la mano a lui che, devo riconoscerlo, ha simpatia da vendere.
Io ho visto cose che voi uomini… è il caso di parafrasare.
Perché durante quei momenti in cui (e cito) “sembra di espellere un armadio con le ante aperte” si può vedere di tutto: da una vasta gamma di Madonne (e anche invocarle viene facile) al maestro Yoda che ti dà indicazioni su come gestire la Forza, a strani esseri che ti parlano in Klingon, fino alla Regan posseduta che ti propone una gara di turpiloquio all’ultimo sangue.
Provare per credere.

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La sindrome di Nonna Papera: lettera aperta ai signori centauri

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La sindrome di Nonna Papera

Della serie sopravanzare, sempre

Un Articolo di Simonetta Santamaria
Un articolo di Simonetta Santamaria

Cari signori motociclisti… intesi come guidatori di motociclo e non come emuli di Valentino Rossi perché, come ha scritto qualcuno di grande saggezza su un cartello che ha fatto il giro del web, “definirsi motociclisti guidando uno scooter è come farsi il bidè e sentirsi dei sub”…
Cari signori motociclisti, dicevo, voi che ritenete l’andare sulle due ruote una priorità maschile così come guidare un qualunque mezzo abbia un motore (ma forse anche un cavallo, come motore), e che quindi giudicate indegne le chiappe di una qualsivoglia donzella sul sellino di un qualsivoglia mezzo di locomozione (se non in veste di passeggero) tranne la bicicletta modello Signora in Giallo e solo se la città è dotata di piste ciclabili ben delimitate; voi che alla vista di noi donne alla guida di un due-ruote non perdete l’occasione di tagliarci la strada per superarci e poi piantarvi davanti, fosse anche di un solo centimetro, al semaforo come in una fila; voi che al suddetto semaforo bruciate la partenza – e un paio di millimetri di battistrada – manco ci fosse in ballo la vittoria del mondiale, salvo poi fermarsi un metro dopo dietro la fila di auto che stava là pure prima; voi che – anche quando siete in suddetta macchina – non potete fare a meno di arrivare all’incrocio sparati (il fatto che noi veniamo da destra è solo un dettaglio marginale) per il solo gusto di frenare a un passo dalle nostre caviglie e infine dondolare la testa e sorridere con quell’aria da uomini navigati della serie “ti sssei spaventata, lo ssso”…
Cari signori motocilisti, io non sono mai stata una femminista nel senso imbecille del termine, non ho mai sbandierato slogan in favore dell’autonomia della vagina né prego la sera un qualche dio che vi polverizzi tutti ma questa cosa ve la voglio proprio dire: i luoghi comuni sono per i cretini.
Dire “donna al volante pericolo costante” et similia avrà pure un certo fondamento ma non per questo siamo condannate a finire tutte in un unico fascio. Conosco motocicliste che corrono su pista e vincono premi, fanno raid nel deserto che farebbero impallidire anche il più “eroico” di voi, donne che comandano multinazionali e donne che vanno nello spazio. Proprio come voi. A volte anche meglio di voi. Infatti, secondo un sondaggio del Centro Studi e Documentazione Direct Line, solo l’11% degli Aventi Il Pisello dichiara ancora che la donna in moto li spaventa più della donna al volante.
Quindi fateci un piacere: almeno per strada evitate di voler primeggiare a ogni costo. Siate uomini e quindi cavalieri, comportatevi in maniera civile e intelligente anziché come delle teste-di-cazzo all’arrembaggio. Quel centimetro di strada guadagnato al semaforo o in fila non vi farà sembrare più maschi o più fighi, ma solo dei tristi coglioni avvizziti come prugne secche, immeritevoli di ogni benché minima forma di stima.
E infine, se volessimo appellarci alla famosa Legge del Nano, fossi in voi mi terrei sempre un metro indietro a una donna. Almeno.

Simonetta Santamaria, è scrittrice di thriller e horror. Giornalista, irriducibile motociclista, amante dei gatti e delle orchidee.
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