Il Futuro? Solidale…

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Anna Lamonaca

Anna Lamonaca has 22 articles published.

Alessio De Bernardi presenta “Pensieri senza collare”

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Un Articolo di Anna Lamonaca
Un articolo di Anna Lamonaca

L’autore e compositore ci presenta il suo ultimo progetto che unisce pensieri in musica e c’introduce nel suo mondo raccontandosi in una bella intervista:

Alessio, il tuo ultimo progetto s’intitola “Pensieri senza collare” perché questo titolo?
“Un po’ di anni fa in uno dei miei tanti viaggi di lavoro,mi trovai in una serata culturale a Roma, una delle tante cene che nella città eterna, chi lavora nell’ambito dell’arte e della cultura, spesso e’ obbligato a parteciparvi per motivi di lavoro e di relazioni pubbliche. Una mia amica giornalista mi presentò un signore molto gentile ed affabile, oserei dire un signore d’altri tempi, un po’ come lo era il mio caro papà. Mi chiese cosa facessi nella vita e la mia risposta fu netta e secca.”Mi occupo di comunicazione ma da sempre scrivo con penna e note i miei pensieri”.  Musica e parole quindi.  Di quel signore gentile dall’aria popolare e sicuramente fuori luogo, apparentemente da quel contesto salottiero, sapevo solo due cose che si chiamava Vincenzo e che era uno scrittore.  Con la curiosità di un bambino e con i suoi occhi vispi, nonostante la sua età avanzata, mi chiese perché scrivessi. Altrettanto netta e secca fu la mia seconda risposta:  “Perché’ mi fa stare bene e mi fa compagnia suonare il pianoforte e scrivere”. “Già’ suonare e scrivere allora hai anche tu nel cuore la solitudine dell’artista.” Nella mia ventiquattrore porto sempre un taccuino, quello che amo chiamare “l’acchiappa pensieri”, lo estrassi e feci leggere al Sig.Vincenzo qualche mia riga. Mi sorrise e disse: “Hai talento,continua a scrivere”. Qualche ora dopo scoprii che Vincenzo era Vincenzo Cerami scrittore e sceneggiatore dei più riusciti film di Benigni e vincitore dell’Oscar con La vita e’ bella. E’ scomparso qualche anno fa e sono certo che chiacchiererà’ su qualche nuvola con il mio caro papa. La nuvola dei signori d’altri tempi, le creazioni più belle sono quelle dove le mani su una tastiera del pianoforte vanno per i fatti loro e l’ inchiostro partorisce sulla carta pensieri arrivati senza preavviso da qui il titolo “Pensieri Senza collare” che ha la presunzione bonaria di elogiare la sincerità e la spontaneità di chi crea, un po’ come quando si prega, non perché se ne ha bisogno, ma perché fa stare bene.”
A quale dei brani contenuti in questo album ti senti più legato?
“Credo che ogni brano sia il  “fotogramma” di una sensazione e uno stato d’animo che non si ripeteranno mai nello stesso modo e con la stessa intensità.  La bellezza di creare con la musica e le parole e’ proprio questa: fermare in una forma d’arte quello che definisco ”l’adesso”. Credo che la nostra vita sia costituita da tanti nostri ”adesso” che come perline unite dal filo del respiro costituiscono un meraviglioso braccialetto che e’ la Vita. Cito due titoli : Pour Elle e Claire. La prima è una fotografia musicale di come percepisco io l’essenza della femminilità in una donna, come un profumo ed un sapore nascosto che c’e’ a prescindere dall’estetica. Un’essenza che credo un uomo possa assaporare ed identificare solo appoggiando gli occhi della propria sensibilità. Claire e’ inteso invece come chiarore, limpidezza, spontaneità, ovvia conseguenza della bellezza. Claire come la luna direbbe uno dei miei autori preferiti: Debussy”.

A quanto si legge nella tua biografia, sei cresciuto a “Pane arte e musica”. Hai ascoltato fin da piccolo buona musica, hai amato l’arte, quanto conta l’ambiente familiare nella scelta della strada professionale ed artistica che hai seguito?
“L’ambiente familiare e’ tutto. E’ determinante nel bene come nel male. L’essere umano fin dalla suo primo respiro ancora sporco di placenta ha l’anima “argillosa” e sono le mani della famiglia a determinarne le prime forme. Io ho avuto la fortuna di avere un papà ed una mamma che senza obblighi, ma con molta intelligenza, mi hanno fatto incontrare l’arte senza impormi nulla, ma semplicemente nutrendomi oltre che con il loro amore anche con la musica, quadri e libri che fin da piccolo ascoltavo ed ammiravo. Nel mio gattonare c’era la musica di un pianoforte o i quadri di mia madre, Maria Luisa Alesina, che oltre ad aver insegnato storia dell’arte per una vita intera è una delle maggiori esponenti del movimento pittorico del Chiarismo Italiano. Mio padre Walter fin poco prima degli anni settanta ha fatto il musicista e l’autore, nel periodo d’oro della musica leggera Italiana, tra gli anni cinquanta e sessanta, successivamente anche da imprenditore,non ha mai lasciato la musica.  La musica ti fa dimenticare per qualche attimo i problemi di tutti i giorni. Quando leggi un libro ti accorgi che quel particolare stato d’animo l’ha provato qualcuno prima di te allora ti senti meno incompreso e meno solo. Devo tutto ai miei cari genitori, tutto anche il loro amore immutato e sempre presente quando li ho fatti “disperare”.
La fantasia, il sogno hanno sicuramente influenzato la tua vita, è importante farsi trasportare dal sogno oppure bisogna restare ancorato a ritmi prestabiliti dalla realtà? “Anima e carne, spirito e materia. Questo sarebbe il connubio perfetto. Lo stato d’equilibrio più opportuno, ma non sempre e’ così. Siamo dei meravigliosi “peccatori” con l’ambizione di perfezionarci. Sant’Agostino docet. Credo sia importante continuare la ricerca dentro noi stessi con onestà intellettuale e tanto coraggio. La coscienza può essere un’ottima complice ed una leva preziosa per la propria crescita spirituale, ma occorre non aver timore della paura per fare questo viaggio indispensabile ed evolutivo. Occorre trasformare le lacrime del rimorso sincero in nutrimento per il germoglio del futuro. Ho sempre contestato chi tende a non far coesistere la dimensione del sogno e della fantasia con la concretezza e l’essere pragmatici. Creare ed emozionarsi e’ un atto pragmatico e coraggioso, senza la fantasia, delle lastre di pietra e marmo non sarebbero mai diventate cattedrali. L’opera nasce prima di tutto da una “Visione” interna. La fantasia e’ un concetto essenziale, essa abitua alla ”bellezza”. Se guardo il mondo d’oggi e gli eventi che lo caratterizzano non posso che constatare quanta poca fantasia e quanta poca bellezza ci sia tra coloro che quotidianamente uccidono tutto ciò che sa di bellezza e sogno.”

Come molti compositori e poeti anche tu preferisci comporre di notte, quando tutto sembra tacere e qualsiasi cosa prende la forma più naturale, vuoi raccontarci la genesi dei tuoi scritti e brani? “La notte è il momento in cui il chiasso del mondo si attenua ed il silenzio diventa il suo respiro. La notte è meravigliosamente attraente per chi crea e allo stesso tempo può essere beffarda e canaglia come quando senza preavviso ti vengono a trovare ricordi e nostalgie. E’ il silenzio il mezzo che mi porta a prediligere la notte per creare perché non ci sono più schermature e scudi che ti proteggono dalla verità essa è la più bella forma d’amore seppur richieda coraggio e fatica anche se a volte faccia apparentemente male, ma le “doglie dell’anima” sono necessarie per donare opere sincere e che arrivino al cuore di chi le condivide. Le piccole e grandi imprese non le concepisco senza un tessuto di fatica e sacrificio. La fatica è bellissima se l’abbini al concetto di “concepimento”.

Cosa è la musica per te e la poesia? “Sono prima di tutto due doni che non ho scelto io, ma che ho trovato dentro di me così dovrebbe essere per l’amore, così voglio pensare sia con Dio, prima di tutto la bellezza la dobbiamo trovare dentro di noi. E’ il primo passo per poterla riconoscere negli altri successivamente. A volte mi chiedo che fine avrei fatto senza scrivere e comporre musica e proprio per questo non smetterò mai di ringraziare i miei genitori che mi hanno fatto accorgere di possedere questi due doni. Questo per me e’ il senso dell’amore: far riconoscere a chi amiamo le sue bellezze e ricordarglielo ogniqualvolta potrebbe dimenticarsene. La musica e la poesia sono anche il mezzo per esprimere un qualcosa che prima di essere concetto e poi arte è emozione. La musica e la poesia sono il “medium” per mettere alla luce e nel concreto un pensiero.”

Quando hai capito che la musica e le parole erano diventate vitali nella tua esistenza?

“Credo che la comunicazione sia determinante per la qualità della vita degli esseri umani;  nel bene come nel male.  Io ho studiato musica e comunicazione nel momento in cui mi sono reso conto che una comunicazione sbagliata crea “conflitti e dolori” altrettanto evitabili e indolori se ci fosse un modo di comunicare sano e qualitativamente opportuno. Tanti sono i danni che una sbagliata comunicazione può determinare. La parola e la musica mi permettevano e mi permettono tuttora di tirare le mie “cannonate di fantasia”.  Arrivare senza ledere. Emozionare lasciando un buon ricordo. L’unico modo per crescere è trarre esperienza nei momenti in cui  s’inciampa, ancor più’ di quando si è incensiti per i propri trionfi.”

Sei anche poeta, quando hai scoperto quest’altra passione? “Quando ho capito che la poesia è una meravigliosa terapia per esorcizzare i propri stati d’animo.”

Se dovessi descrivere te stesso con tre aggettivi quali useresti? “Spontaneo, Buono, Caparbio”.

Hai viaggiato molto, ami scrivere, componi musica, sei una persona con le ali ai piedi, ma sembri essere anche ben ancorato alla terra, chi è Alessio De Bernardi ora? “Un uomo di quarantaquattro anni che ama la vita prima di tutto che cerca di trovare sempre e comunque la bellezza della propria quotidianità e che non dimentica mai l’amore ricevuto che ha le sue ambizioni e cerca di vestirle di creatività e fedeltà. Che cerca e spera di non dimenticarsi dell’essenziale e di ciò che conta veramente. Un uomo che ha l’obbligo di non dimenticarsi mai dei propri trionfi, ma sopratutto delle proprie sconfitte. Un uomo che ha sempre qualcosa di nuovo da conoscere e che vuole continuare il suo “viaggio” prima di tutto dentro se stesso.”

Fai della comunicazione un punto forte su cui si basa la tua carriera, sei sempre in mezzo alla gente, ma quanta introspezione c’è in tutto quello che fai? “Ci sono due libri che sono un pò la mia guida e rappresentano le due calamite che quando “devio” come tutti nella velocità della vita di oggi mi riportano alla dimensione più congeniale dove quasi come un automatismo sento la necessità d’isolarmi ogni tanto e ritrovare me stesso ed il mio silenzio. E’ un’esigenza quasi fisiologica per me entrare in una logica più’ introspettiva. E’ il mio modo per epurarmi dal “fracasso” della vita, fracasso che non disdegno e che e’ utile anch’esso perché siamo dei meravigliosi animali sociali, ma il troppo storpia, come si suol dire in un verso come nell’altro. Siamo animali sociali noi uomini ed e’ giusto il relazionarsi,  confrontarsi, conoscere, ma crescendo ho imparato anche la qualità della compagnia e della condivisione costruttiva vorrei che i giorni fossero più lunghi per fare tante altre cose e mi accorgo che non sempre si ha il tempo però,mai dire mai.”

Vanti collaborazioni con grandi come i Gipsy King e nomi importanti della letteratura e della musica, sei stato ufficio stampa per ben 13 anni a Sanremo curando molti artisti e collabori con una grande etichetta discografica come la Warner, raccontaci qualche tua esperienza particolarmente degna di ricordo…

“Tante sono le persone ed i professionisti che nel mio lavoro nella comunicazione e anche in ambito artistico ho incontrato. Una “ricchezza” che mi ha fatto crescere sia come uomo che come professionista. Ho cercato di essere una  “spugna” ed assorbire da tutti qualcosa di utile e prezioso per la mia esistenza. Un confronto reciproco con artisti di fama ed anche con le nuove leve della musica e della scrittura. Sarei un folle se dicessi che so tutto. Una nuova presenza ed un nuovo incontro è sempre dietro l’angolo e ha qualcosa da trasmetterti ed insegnarti. Viaggiare e conoscere in un certo senso equivalgono ad amare. Come leggere e nutrirsi dell’arte altrui. Un viaggio e la conoscenza porta sempre a dei ricordi e ad esperienze che diventano ancora adesso i fondamenti per crescere come uomo e come professionista. Ricorderò sempre con affetto l’incontro con Maria Pia Fanfani in occasione della presentazione di un libro dove in quel frangente ricoprivo il ruolo di ufficio stampa mi ha accolto e voluto bene come un nipote, mi ha aperto la porta di casa sua a Roma e regalato la sua ospitalità con l’affetto e la stima che raramente si da ad una persona appena conosciuta. Ricorderò sempre i suoi racconti, mai pettegolezzi, ma esperienze di vita. Gli anziani che mi raccontano la vita sono il più bel libro di storia che si possa avere. Un’altra esperienza che mai potrò dimenticare è il mio primo disco inciso tanti anni fa lo ricorderò  sempre come una cartolina della mia vita dolce e tenera con la mia mamma e mio padre con gli occhi felici e orgogliosi di me.”

Hai progetti per il futuro? Vuoi raccontarceli? “Il mio progetto più’ grande sarà quello d’inventarmi sempre un sogno e cercare di raggiungerlo…”


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Cafiero presto il primo lavoro cantautorale del musicista

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Il musicista, cantautore e produttore di origine salentina, prossimamente presenterà il suo primo disco

Un Articolo di Anna Lamonaca
Un articolo di Anna Lamonaca

L’eccellente musicista, sta ultimando il suo album d’esordio.
L’artista, eletto nel 2015 “miglior chitarrista dell’anno” in occasione del concorso #nuovoMEI e noto per le prestigiose collaborazioni artistiche con Gianluca Grignani, Nek, Eros Ramazzotti, Tiromancino, ecc., ha dato vita ad un notevole progetto cantautorale.
L’esperienza assimilata nel corso degli anni, non solo in Italia ma anche in Europa e in America, ha rafforzato la personalità ed ha ampliato la creatività di Cafiero, artista in continua evoluzione.
Il disco, in uscita nei prossimi mesi, attesta la spiccata sensibilità del cantautore unita al talento, capace di comporre canzoni incisive e di spaziare tra i più diversi generi musicali.


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A Lacco Ameno ad Ischia prende il via Lacco Ameno in fiore

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Il comune del Fungo si accende di musica, spettacolo e si colora di arte e fiori

Un Articolo di Anna Lamonaca
Un articolo di Anna Lamonaca

Per il secondo anno consecutivo la Pro Loco di Lacco Ameno organizza “Lacco Ameno in fiore”, un’ iniziativa volta a coinvolgere i cittadini del comune del Fungo all’appello di abbellire i balconi ed il proprio ambiente con composizioni floreali, la manifestazione nasce con l’obiettivo di sensibilizzarli a creare l’angolo fiorito più bello e rendere così il corso Angelo Rizzoli “un giardino a cielo aperto”. Un concorso cittadino gratuito volto ad abbellire con i fiori il contesto architettonico del paese alla vista dei tanti turisti presenti. “Lo sai che la tua casa è vista da milioni di persone? Aiutaci a rendere Lacco Ameno più bella, la tua casa è importante” questo è il messaggio che è stato diffuso per invogliare i cittadini a rendere i balconi più belli proprio perché i fiori ingentiliscono i luoghi.” –Ha dichiarato Catrin Cigliano- Stiamo provando a coinvolgere la popolazione nell’abbellimento degli angoli delle loro case in realtà abbiamo esteso l’invito anche alle scuole. Lacco in Fiore è fondamentalmente un concorso cittadino che è partito dal mese di aprile. Domenica 14 maggio una giuria ha valutato i balconi più belli, essa era composta da un fiorista con qualifica europea, un imprenditore, un membro della Pro Loco, un architetto, un giornalista e come presidente di giuria il sovraintendente ai Beni Culturali Imer. I giurati hanno stilato una graduatoria dei primi 10 balconi classificati i quali riceveranno un premio nelle giornate conclusive della festa inoltre abbiamo organizzato degli intrattenimenti lungo il corso che resterà chiuso in quei giorni a partire dalle 10.00 di mattina e su tutto il lato mare di Lacco Ameno, Via Roma e Corso Angelo Rizzoli, in piazza, artigiani esporranno i loro manufatti mostrando qualcosa di tipico, i nostri prodotti isolani.” Gli eventi non sono finiti, Lacco ameno si colorerà di musica, arte, artigianato, spettacolo, teatro e poesia oltre che di fiori. Il calendario delle manifestazioni e degli eventi è riportato come da programma:
Il 19-20-21 maggio Centro storico di Lacco Ameno dalle 10:00
Mercatini e laboratori creativi curati da CreativIschia, laboratori per tutte le età di patchwork, uncinetto, scuola di nodi ed acquerelli. (per il laboratorio obbligatoria la prenotazione al tel. 081-18904168 ed ha un costo dai 2 ai 5 euro)
19-20- 21 maggio Via Roma e Corso Angelo Rizzoli dalle 10:00 Espressioni artistiche in vetrina, estemporanea curata da Ylenia Pilato, artisti isolani si cimentano in disegno di scorci, luoghi realizzati con tanti colori in tempo reale.
19 maggio Corso Angelo Rizzoli 36, alle ore 21.00 Una sera con Alda Merini
Mi piace il verbo sentire… Le sue poesie declamate da Milena Monti e Giuseppe Castiglione.
19 maggio Piazza Pontile ore 21:30 le Nuove Incognite
Show live concert delle Nuove Incognite con musiche internazionali ed italiana.
20 maggio Corso Angelo Rizzoli dalle 21:00 Freetimes Trio Band
“La musica è una rivelazione più profonda di ogni saggezza in filosofia “ Ludwig Van Beethoven
20- 21 maggio Piazza Santa Restituta (punto d’incontro: fontana)
20 maggio ore 10:30 la scoperta di leggende, luoghi e personaggi tipici di Lacco Ameno con la nostra guida turistica Ilaria, evento gratuito durata un’ora circa-
21 maggio ore 17:30 la scoperta dei colori, dei profumi, della flora tipica isolana con la nostra guida ambientale Marianna, evento gratuito durata 90 minuti circa.
21 maggio piazza pontile ore 17:30
Doc trio, il mare, il fungo, un buon drink e la location perfetta. La musica? Funky e Bossa a seguire premiazione dei primi 10 classificati al concorso Lacco Ameno in fiore.
21 maggio nel Cortile della chiesa di Santa Maria delle Grazie alle ore 18:00 e in replica alle 19:00 La voce del cortile (regia di Michele Schiano) un viaggio suggestivo di vite realmente esistite raccontate proprio lì nel cortile dei ricordi grazie al teatro interattivo. Una storia d’amore ambientata ai tempi di Mussolini, un lieto fine accompagnato da un aperitivo con fiori di zucca fritti e presentazione del nuovo vino Biancolella delle cantine Tomasone.
21 maggio ore 21.00 Purple Project Serata conclusiva a tutta musica con i Purple Project e ringraziamenti a tutti coloro che hanno reso possibile la manifestazione.


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L’Enjoy.com espone le foto di Claudio Iacono e si colora di musica ed immagini

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In mostra ad Ischia da Sabato 6 al 14 maggio

Un Articolo di Anna Lamonaca
Un articolo di Anna Lamonaca

Chi si appassiona alla fotografia, alla poesia o ad altre forme d’arte deve in primis essere una persona sensibile che sa andare al di là di quello che è materiale o di ciò che per lui può rappresentare un soggetto, uno scorcio, un paesaggio. Claudio Iacono fin da ragazzo ha voluto guardarsi intorno, osservare e notare i particolari del mondo circostante, pensare al messaggio che essi nascondevano, a quanto potessero far riflettere o ispirare sentimenti, emozioni di nostalgia, tenerezza, serenità, gioia e attraverso uno scatto fatto con la sua macchina fotografica imprimerle nella memoria. Claudio ha sempre amato le buone macchine fotografiche ed ha avuto la pazienza di cogliere attimi unici ed irripetibili che per essere fissati hanno bisogno di tempo. Ischitano doc, classe 1979. Si avvicina alla fotografia fin da piccolo utilizzando reflex analogiche con cui inizia a coltivare questa passione. Nel 2001 scopre la fotografia digitale acquistando una nuova macchina con la quale inizia a sperimentare in campo artistico tecniche e scatti, ritraendo “particolari”, tagli, scorci di paesaggi, oggetti ed individui ritratti nel mutare del tempo e delle stagioni, privilegiando sempre la ricerca accurata del dettaglio. Fotografo freelance ha esposto in diverse collettive e nel 2011 è approdato casualmente alla fotografia dentale, settore molto particolare nel quale indirizza il suo impegno e viene e diventa relatore in corsi di formazione e conferenze in ambito odontoiatrico. Le sue immagini nascono da una profonda passione per la fotografia utilizzata come strumento per esprimere emozioni. Ha partecipato a vari concorsi fotografici ricevendo riconoscimenti e premi e collabora come fotografo con diverse testate giornalistiche. I suoi scatti sono in mostra nel pub Enjoy.com situato sul porto di Forio a Via Marina da sabato 6 maggio a domenica 14 maggio per chiunque voglia vederli ed ammirarli. Il pub grazie all’intuizione del direttore Artistico Pierpaolo Aiello il sabato si veste d’arte e di settimana in settimana si possono ammirare opere esposte per 7 giorni, siano esse quadri, ritratti, caricature, fotografie di artisti locali e non che desiderano farsi conoscere e trasmettere intuizioni ed ispirazioni attraverso le loro creazioni, divenendo l’unico locale ad Ischia a realizzare un progetto non comune per un pub, quello d’affiancare l’ascolto di buona musica live alla visione d’immagini o quadri per i frequentatori abituali ed i turisti di passaggio che entrando possono ammirarli e allo stesso tempo fermarsi ad un tavolo per degustare le specialità offerte dal bravo Giacinto Mattera e dallo staff composto da Maurizio, Luna, Olaf, Simone, Daniela, Pia, bere un drink ed ascoltare musica o ballare. Tutti i Martedì c’è la musica live ed il mercoledì s’esibisce il Doc Trio, il giovedì il duo acustico formato da Pierpaolo Aiello e Sonia Saidi, il Sabato l’Enjoy si veste d’arte ed in più si può ascoltare Radio Enjoy, vi è la possibilità di richiedere i brani che si preferiscono, ascoltarli mixati dal Dj Resident Pakinho e la domenica vi è l’aperitivo dalle 18.30 alle 20.30 con Dj Mario Maltese. Invitiamo chi volesse esporre le proprie opere a contattarci su facebook”- ha dichiarato Pierpaolo Aiello- Questa settimana sono in mostra le foto del bravo fotografo Claudio Iacono, invitiamo tutti a visitare l’Enjoy.com!”


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Premio Mia Martini XXIII edizione

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Candidature entro il 30 marzo

Un Articolo di Anna Lamonaca
Un articolo di Anna Lamonaca

Il prossimo trenta marzo scade il termine per presentare la candidatura alla XXIII edizione del Premio Mia Martini, ideato dal regista Nino Romeo, istituito nel nome e nel ricordo della celebre artista. L’evento, impreziosito dal patrocinio dell’UNICEF, ha visto nel corso degli anni la partecipazione di grandi nomi della musica leggera Italiana ed internazionale ed è stato il trampolino di lancio di tanti giovani promesse.
La stella di Mia Martini si accende per illuminare la strada di nuovi talenti che sognano un futuro nell’olimpo della musica.
Per presentare la candidatura basta inviare via e-mail, entro il 30 marzo 2017, contenente una demo o video con un brano a proprio piacimento allegando una foto e un breve curriculum al seguente indirizzo: info@premiomiamartini.it.
I prescelti, per la semifinale del Premio, si uniranno alle giovani promesse ammesse durante le varie audizioni svolte in Italia e nel mondo.
Tre le categorie di partecipazione: Nuove Proposte (14/45 anni), Una Voce per Mimì (04/13 anni), Etnosong (riservato alla musica etnica). Per ulteriori informazioni: www.premiomiamartini.it.
I partecipanti, oltre a proporre la propria musica, vivranno esperienze formative con grandi artisti del panorama musicale Italiano. Alla scorsa edizione hanno preso parte: Roberto Vecchioni, Gaetano Curreri degli Stadio, Amedeo Minghi, Chiara Dello Iacono, il tenore Statunitense Ghaleb.
TV, radio e mezzi di informazione seguiranno l’evento con trasmissioni che racconteranno i sogni di tanti giovani talenti.


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Luca Napolitano: cantare è donare me stesso

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Il cantante Luca Napolitano, recente ospite di Sanremo, si racconta

Un Articolo di Anna Lamonaca
Un articolo di Anna Lamonaca

Luca Napolitano è solare, sorridente, si definisce autore e cantautore di sè stesso, conoscitore di ogni minimo angolo della sua vita, maturo, critico e realista in tutto ciò che lo circonda, ma soprattutto più consapevole di ciò che racconta; reduce dall’esperienza Sanremo ci descrive le sue emozioni e ci parla di sè stesso…

Luca, sei stato recentemente ospite a Casa Sanremo, hai respirato aria festivaliera, vuoi raccontarci questa bella esperienza?
“L’ esperienza sanremese è sempre un’opportunità ed una vetrina importante in ogni suo aspetto e sfumatura. Lo è stata anche per me, esibendomi in uno showcase a Casa Sanremo ed anche in altri eventi organizzati nella stessa città, facendo non solo ascoltare il mio ultimo lavoro “Ci Whatsappiamo” ma anche un tributo che ho voluto fare a Luigi Tenco a 50 anni dalla scomparsa e poi è stata anche l’ occasione per incontrare altri colleghi artisti, amici produttori, addetti ai lavori con i quali condividere nuove idee molto positive anche dal punto di vista lavorativo.”

Tra le tante canzoni che hai presentato nello showcase anche il tuo nuovo singolo “Ci Whatsappiamo”, un brano che ha sapore di modernità e racconta di come sono cambiati i rapporti con l’avvento dei social e delle app nella società odierna. Come mai hai scelto proprio questa tematica?
“Ci Whatsappiamo” affronta le tematiche dei social, ma non solo, diciamo che ne dà una lettura profonda. Snocciola quelli che sono i punti salienti delle realtà virtuali, i suoi incastri psicologici, la sua visione superficiale delle cose e delle persone ed allo stesso tempo evidenzia la sua potenzialità se usata bene. Ho scelto questa tematica dopo un’ attenta osservazione della realtà e, come ho già detto più volte, essendo un social attivo, sia nella vita privata che in quella artistica, ne ho voluto scrivere e raccontarne un significato con i pericoli ma anche con le opportunità che essi offrono .”

Dal tuo ingresso ad “Amici” è passato molto tempo, quanto ha influito sulla tua carriera il format della De Filippi?
“Il talent “Amici” è stata una vetrina/palestra importante, mi ha dato l’ opportunità di farmi conoscere al grande pubblico segnando il mio percorso artistico che poi è continuato in questi 8 anni nei quale mi sono messo alla prova imparando a crescere, ad ascoltarmi, a riconoscermi, scoprendo tanti lati e di me importanti. Ho coltivato il dono della scrittura, diventando autore di tutti i miei brani.”

A quale dei tuoi album o singolo ti senti più legato?
“Con il primo album ho un legame inscindibile. Esso rappresenta la mia prima vera realizzazione. Sono molto legato al primo singolo “Forse Forse” ed anche a Maria De Filippi la quale lo ha considerato giusto per me. Il primo EP mi ha consacrato nel firmamento della musica italiana ed è il disco che ha creato un legame forte tra me e il mio pubblico.”

Fai parte della Nazionale Cantanti che è conosciuta per scopi umanitari e benefici ed è qualcosa di cui noi italiani andiamo fieri, lo sport e la beneficenza sono sicuramente un binomio vincente ci credi?
“Sì, ci credo tantissimo da sempre . Noi artisti abbiamo il dovere di aderire alle iniziative sportive o sociali per aiutare il prossimo e stargli vicino con la nostra arte non solo per farli divertire o innamorare ma anche per farli sperare. Diciamo che lo sport in questo caso è una opportunità.”

Sei testimonial nel sociale, quanto è importante per un cantante usare la sua fama a scopi benefici?
“Come dicevo, abbiamo il dovere di ridare agli altri ciò che noi riceviamo ogni giorno, con la nostra arte, mettendo la musica e la nostra vita anche al servizio del prossimo e di chi ha bisogno di noi.”

Sei stato anche protagonista del film “A sud di New York” di Elena Bonelli, non si può proprio dire che ti annoi, con quale spirito hai vissuto anche questa esperienza?
“Con lo spirito positivo, è stata un’ esperienza duplice sia perché ho cantato e ho reso la musica protagonista di un film e sia perché mi sono cimentato nell’arte cinematografica che fin ad allora non avevo mai fatto. Quindi posso dire positiva ed entusiasmante.”
Cosa significa cantare per te?
“Significa donare me stesso, tutto ciò che sono, tutto ciò che ho. Significa passione , lotta e perfezione. Non saprei pensarci diversamente da questo.”

C’è qualcosa che vorresti consigliare ad un giovane che vuole intraprendere la tua stessa carriera?
“Innanzitutto restare se stessi indipendentemente dal resto, non fermarsi davanti ai tanti no e non entusiasmarsi ai primi si. Restare in equilibrio, camminare o anche correre con i piedi ben saldi a terra e non perdere mai il contatto con la realtà, renderla vera ogni giorno di più.”

Hai progetti per il futuro, vuoi raccontarceli?
“In questo momento sono impegnato con la realizzazione del nuovo album. Nel nuovo progetto troverete tante sfumature e lati inediti della mia persona. Un uomo che vuole più fuoco nella sua vita. Il resto poi lo scoprirete solo seguendomi.”


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Marco Peluso racconta “Macerie”: un libro per Amatrice

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Un’iniziativa nata da un gruppo di scrittori mossi da un intento benefico

Un Articolo di Anna Lamonaca
Un articolo di Anna Lamonaca

Macerie è un’antologia di racconti edita da Le Flauners edizioni il cui ricavato andrà in favore alle vittime del terremoto che ha colpito nell’agosto 2016 le città di Amatrice, Arquata e Pescara del Tronto, Accumoli e Montereale. Il progetto nato da un’idea degli scrittori Marco Peluso, Maddalena Costa e Claudio Santoro può vantare la prefazione di Antonella Cilento ed è stato presentato a Napoli presso il Portico340, un pittoresco bar letterario del centro storico. In occasione di questo evento Io Giornalista ha intervistato Marco Peluso che ci ha introdotto nel “mondo” di “Macerie”:

Il libro è un antologia di racconti nata con un intento benefico, vogliamo parlare di questo progetto? “Macerie è un’idea nata da un autore che per motivi personali ha deciso in seguito di lasciare il progetto. Fu lui a chiedermi, se volessi partecipare a una raccolta di racconti per raccogliere fondi a favore delle vittime di Amatrice, terremoto a suo tempo primo fra i diversi sismi che hanno colpito il centro Italia. Inizialmente fui riluttante a tale iniziativa. Avevo due romanzi da finire e poco interesse per una cosa che mi sembrava alla “Barbara D’Urso”. Ma dopo due giorni ci pensai su, ragionando su come al di là della raccolta fondi, una tale iniziativa fosse in grado di dare alle persone un’altra visione di un terremoto: il terremoto quotidiano. Quello che affrontiamo ogni giorno e spesso rade al suolo le nostre certezze. Così dissi di sì e subito contattai Maddalena Costa e Claudio Santoro; autori e con me coordinatori di Macerie. “

18 storie, 13 autori, è stato difficile fare una selezione dei testi? Chi ti ha aiutato? “Non è stato per niente facile selezionare gli autori, nonostante i miei contatti e quelli degli altri coordinatori. Meno di un anno fa mi occupai di un’altra antologia da me ideata e realizzata con altri scrittori. Proprio per questo ho scelto gli autori di Macerie, assieme agli altri coordinatori, con maggiore maturità e così gli altri coordinatori che hanno proposto altri nomi.”

Qual è il fil rouge che lega questi racconti? “Il filo che lega i racconti è senza dubbio l’imprevedibilità della vita e la fragilità umana. Un terremoto giunge spesso senza preavviso e distrugge tutto, proprio come accade nella vita di tutti i giorni. Crediamo che delle cose, una posizione sociale o degli affetti possano darci la vita, ma in un attimo tutto crolla e ci troviamo soli, doloranti, feriti, stremati a strisciare fra polverose macerie. In fondo ciò che unisce i racconti si può definire in un unico termine: la natura umana. La vita, tremendamente imprevedibile, e come in un attimo possa sfuggirci di mano.”

I personaggi presentati hanno vissuto “un crollo” interiore, una sorta di parallelismo con i “crolli” prodotti dal terremoto, ma come ci si risolleva da tutto questo? “Attenzione, noi autori e i nostri personaggi, non abbiamo la pretesa di insegnare niente. Non siamo dei guru né i nostri personaggi sono degli eroi, anche se purtroppo la letteratura attuale (più che nel passato) è piena di autori che si credono maestri di vita. Spero, infatti, che siano le fragilità dei personaggi di Macerie, e non gli autori, a donare qualcosa ai lettori. Perché qui non incontrerete eroi, ma persone fragili come noi tutti e forse proprio entrare in empatia con loro, vedendo così noi stessi, ci permetterà di capire non quale sia la giusta via da seguire, ma la via sbagliata da non seguire.”

Dal libro appare chiaro il messaggio esistenziale che l’insicurezza, la precarietà facciano parte della nostra società moderna… E’ così? “La nostra società è precaria in tutto, persino in ciò che dovrebbe essere la chiave della vita, ossia il diritto alla sopravvivenza. Dal punto di vista economico, viviamo in un paese fallimentare in cui cerchiamo di mantenere ancora uno stile di vita da “Primo mondo”, senza renderci conto di far parte del “Secondo mondo” ormai. Le paghe non sono proporzionate al costo della vita. Si vive faticando ad arrivare a fine mese, mentre la nuova borghesia si arricchisce, i poveri diventano sempre più poveri. Vogliamo parlare del lato umano e culturale? Esistono persone che possono ritenersi fortunate guadagnando 900 euro al mese facendo lavori umilianti, e nella stessa nazione altre persone possono pagare una retta annua di 10.000 euro per una scuola di scrittura quale la Holden. Questo dislivello era chiaro da prima, ma ciò che ora è forse più chiaro è quanto anche l’ambito culturale della nostra nazione sia qualcosa destinato solamente a una classe di pochi privilegiati, rendendo così precari non solamente i sogni di migliaia di persone, quanto i canali informativi, culturali, artistici e mediatici dello stesso paese. Viene da chiedersi: “Chi domani insegnerà ai nostri figli e cosa?”.

Nei racconti non si narra solo il male, ma anche le possibili ricostruzioni; in essi infatti sembra emergere il bagliore della speranza, è vero? “Questa è una cosa che lascio decidere ai lettori. Non vorrei sembrare troppo filosofico, ma la speranza in fondo è sempre presente nella natura umana, anche quando si crede di non averne più. La speranza è ciò che ci impedisce di ucciderci; a volte è un bene, a volte la si vive come il peggiore dei mali, perché diffonde in noi le metastasi dell’illusione. Eppure è sempre viva e pulsante in noi, anche quando stiamo al tappeto, piangendo, urlando e soffrendo per un destino avverso”.

La prefazione è stata redatta dalla scrittrice Antonella Cilento, come nasce la vostra collaborazione? “È da ottobre che studio sotto la guida di Antonella presso i suoi laboratori Lalineascritta e devo dire che è nata subito una forte empatia tra noi. È una donna eccezionale e mi ha sorpreso quando, chiedendole se volesse realizzare la prefazione per Macerie, mi rispose subito di sì.”

Quali sono le prossime date di presentazione del libro e dove si può acquistare? “ Il 24 marzo presso il centro polifunzionale L’Oasi a San Giovanni a Teduccio (Napoli). Centro realizzato dall’Associazione “Figli in Famiglia”, di cui mia zia Carmela Manco è presidente, e che opera da circa 23 anni sul territorio per la tutela dei minori e delle famiglie. Tutti gli autori sono impegnati a realizzare diverse presentazioni in tutta Italia. Potrete consultare il calendario sulla pagina Facebook di Macerie, e per chi volesse, il libro è disponibile presso il sito della Le Flaneurs edizioni, o su Amazon.”

Perché leggere Macerie? Ebbene si, vi sto invitando ad autopromuovervi… “Come direbbe Maddalena Costa “Marco, tu non sei bravo a venderti”. Ed è vero! Non lo sono. Ma se dovessi darvi un motivo per leggere Macerie, senza dirvi che bravissimi autori si sono impegnati e che esistono, a mio dire, racconti che sarebbero degni di grandi case editrici, allora vi direi che Macerie contiene racconti con un’anima. Posso dirvi che Macerie è un’antologia che è costata lacrime agli stessi autori ed è un libro degno di essere letto.”

La Cilento nella sua prefazione afferma che “Stiamo diventando tutti macerie”, sei d’accordo con questa sua definizione? “Credo che Antonella sappia il fatto suo e sono pienamente d’accordo con lei. La nostra società è governata da capre e seguita da caproni, chi non vuole piegarsi viene affamato ed esiliato in ogni modo. Siamo tutti pietrificati su noi stessi. Viviamo per un piacere effimero e quando crediamo di star costruendo qualcosa, lo stiamo facendo su macerie instabili. La nostra vita è fatta di un lavoro odiato, di affetti odiati, di cose che accumuliamo. Siamo simili a telespettatori inchiodati a una sedia che fissando una scena d’azione urlando “Ah, ma se ci fossi io lì”, senza accorgersi che si trovano lì e non stanno facendo niente che la loro vita sta svanendo in una routine fatta di frustrazioni, rancori, invidie, e dolore. Antonella ha menzionato Cortázar, in “Casa occupata”, degli “invasori” occupano una casa, recludendo i due abitanti in una sola stanza. Loro vanno via. Lasciano la casa tanto amata, rassegnandosi al destino crudele. Cortázar è stato un maestro di realtà. Più realistico (nella sua fantasia) di autori quali Carver o Bukowski, eppure mi piacerebbe che qualcuno avesse lottato per quella casa. Farlo significherebbe non essere “macerie”.

Marco, parliamo di te, scrivi romanzi, racconti storie crude e reali, hai uno stile molto particolare e crudo, quando nasce la tua passione per la scrittura? “Io scrivo da sempre, da quando ero bambino; dapprima poesie d’amore, poi racconti sulla scia di Bukowski e poi via con i romanzi, sto vivendo tanti cambiamenti negli ultimi anni. Il mio primo libro fu 20.000 leghe sotto ai mari. Avevo solo 10 anni quando lo lessi e da allora mi innamorai della lettura. Lessi tanti classici trovai la mia voce leggendo Shakespeare (a mio dire l’autore più completo di tutti), divorando tutte le sue opere. Fu però “Opinioni di un Clown” a dare il via alla mia vera passione. Quello che a oggi è il mio libro preferito. Da allora non mi sono mai fermato.”

Cosa rappresenta scrivere per te? “Cosa rappresenta per te respirare?”

Sei molto attivo in campo culturale, vuoi anticiparci qualche tuo progetto futuro? “Progetti futuri?  “Al momento ho “a terra” due romanzi: “Nuda” e “Lei” che rivedo di continuo. Sono dei mattoni di 520 pagine e 400 pagine che invierò solamente a grandi case editrici quando sarà il momento. Intanto sto finendo il mio ultimo romanzo, “La finestra chiusa” un libro forse più doloroso di tutti. Ho intenzione di scrivere una raccolta di racconti su Napoli, chiamata “Vicoli”.


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Fabrizio Moro in “Vinile” per il decennale di “Pensa”

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In gara al festival di Sanremo, festeggia con un vinile i 10 anni dall’uscita di “Pensa”

Un Articolo di Anna Lamonaca
Un articolo di Anna Lamonaca

Pensa è ad oggi l’album più venduto di Fabrizio Moro, quello più amato, dedicato alle vittime della mafia, vincitore del Festival di Sanremo 2007, del Premio Mia Martini della Critica e del Premio Radio & Stampa. Il brano venne supportato da un videoclip diretto da Marco Risi con la partecipazione di Rita Borsellino e molti degli attori del film Mery per sempre che lo stesso Risi aveva diretto nel 1989. Con la versione video di Pensa si aggiudica il Premio Roma Videoclip 2007. Sempre nel 2007 e per questo album a Fabrizio Moro viene assegnato, per il valore Musical-Letterario, il Premio Lunezia. Fabrizio nel 2007 partecipa anche al Festivalbar e apre le date del tour di Vasco Rossi.


Per celebrare i anni dall’uscita dell’album di Fabrizio Moro (2007/2017), già disco di platino sia come album che come singolo omonimo, per la prima volta viene stampata (con all’interno anche la riedizione del CD) un’edizione speciale in vinile a 180 grammi, rimasterizzato ad hoc per questo supporto sempre più rivalutato dagli amanti della musica. L’uscita LP+CD e quella solo CD è stata il 3 febbraio. Grande esclusiva per la versione LP+CD in preorder dal 27 gennaio sul sito www.musicfirst.it: le prime 200 copie sono autografate di pugno dall’Artista.


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Applausi per Luca Napolitano a Casa Sanremo 2017

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Grande successo per lo showcase tenuto a Casa Sanremo

Un Articolo di Anna Lamonaca
Un articolo di Anna Lamonaca

Ha riscosso successo lo showcase che Luca Napolitano ha tenuto a Casa Sanremo, l’hospitality del Festival sita al Palafiori, nella serata di martedì 7 febbraio. Il cantante ha coinvolto il pubblico nella sua intima e singolare perfomance esibendosi, accompagnato dalla sua chitarra, in un medley di due brani: il suo ultimo singolo “Ci Whatsappiamo” e il primo successo “Forse forse”, per poi concludere con una personale e commovente interpretazione del brano “Vedrai vedrai” di Luigi Tenco, omaggio al grande artista scomparso a Sanremo nel 1967.

Alla fine dell’esibizione, Luca ha ringraziato i presenti, l’organizzazione di Casa Sanremo, ha inviato il suo personale in bocca al lupo a Carlo Conti e Maria De Filippi, ha salutato i fan, concedendosi alle domande della stampa.
Il cantante si tratterrà nella città ligure per seguire da vicino il Festival della canzone italiana e prendere parte a varie trasmissioni televisive e radiofoniche.


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Gianni Marino presenta Salutami Mario e si racconta

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Attore, regista di corti, cabarettista, originario di San Giorgio a Cremano: lo intervistiamo

Un Articolo di Anna Lamonaca
Un articolo di Anna Lamonaca

Tra i suoi sketch più conosciuti, nati dalla sua genialità troviamo personaggi come “Gennaro Macleod l’Highlander napoletano”, “Ken il fidanzato di Barbie”, il “Toy Boy gigolò” accompagnatore di donne di una certa età, e lo strepitoso “Calciatore ambito”.
In occasione della presentazione di un suo nuovo cortometraggio-commedia sentimentale “Salutami Mario” lo abbiamo intervistato per voi…

Gianni Marino è un personaggio particolare, fuori dagli schemi prestabiliti, non si definisce né regista, né comico, ma una persona che respira arte che senza  ne morirebbe, nel vero senso della parola, si definisce un artista umilmente parlando, ma non c’è una definizione, non vuole essere etichettato, non è né comico, né regista, nel senso che un progetto è suo se l’ha nel cuore e se l’ha voluto lui”.

Parliamo di Salutami Mario:  “Amo il mondo cinematografico, faccio il comico, ma sogno il cinema, quando posso produco cortometraggi. Salutami Mario è il mio nuovo lavoro, una commedia sentimentale sotto forma di cortometraggio in cui io sono attore, regista e sceneggiatore, ho tratto ispirazione per questa commedia dal rapporto di coppia, nei tempi moderni è difficile fidarsi dell’altro. La trama è semplice, si tratta di una storia d’amore e di gelosia tra Luca, giovane imprenditore e Laura una professoressa che andrà a lavorare fuori Napoli. Un amore fatto di difficoltà di coppia generate dalla lontananza  e ci sarà un colpo di scena finale. Nel cast a recitare con me, Martina Amato ed Andrea Aiuto. Sono molto fiero di questo mio corto che presenterò a molti festival.”

Uno dei tuoi corti molto premiato è Irregularity:

“Irregularity” con la regia di Kader Alassane un regista che ha vinto il Leone d’ oro al festival di Venezia un po’ di anni fa; interprete femminile Maria Rosaria Virgili, la tematica trattata è lo sfruttamento sul lavoro”.

Sei sempre interprete dei tuoi corti?

“I corti sono quasi tutti scritti ed interpretati da me; con essi ho partecipato a vari concorsi ed ho vinto un paio di premi, tra cui nel 2013 il Drago d’oro”.

Per quanto riguarda i tuoi personaggi presentati in Tv. Quando hai scoperto di avere una certa vena comica?

“E’stato tutto un crescendo, fin da piccolo ero molto timido e poi grazie ad un’esperienza televisiva alla Rai, un amico del palazzo m’invitò,  iniziai a fare un po’ di teatro. Ho sempre avuto una passione per la comicità, scrivevo, scrivevo, ma non provavo mai nulla, non sapevo nemmeno se funzionasse, mi trovai a fare un provino al “Tam- Il tempio del Cabaret” e poi studiando, provando, iniziai a proporre al pubblico alcuni personaggi che sono nati da una maturazione ed uno studio approfondito. Spesso gli amici mi chiamano e mi chiedono:”Portati a mio cugino è un tipo simpatico”, ma per fare comicità vera non serve solo la simpatia, senza studio, non si può fare niente.”

Da dove trai ispirazione per i tuoi sketch?

Più che trarre ispirazione, solitamente propongo molti personaggi al pubblico, però poi bisogna capire qual è quello che più mi si addice ed è nelle mie corde; negli anni su Sky portai Ken il fidanzato di Barbie e fu un successo, poi proposi Macleod l’Highlander napoletano perché io sono fan sfegatato del film, ho inventato poi il personaggio del “Toy Boy” cioè il gigolò per anziane perché credo che sia una realtà cruda e vera nel mondo d’oggi, è una moda che spopola soprattutto tra signore ricche di una certa età, ci ironizzo in maniera surreale ed infine il calciatore ambito”.locandina-gianni-marino-logo-nuovo-made-in-sud-1-buonissima-778x1024 (300 x 395)

Gianni ti rifai a stereotipi del nostro mondo presi di mira non solo per farci ridere, ma quasi sempre per farci riflettere su tematiche molto importanti in chiave comica e ironica. A quale dei tuoi personaggi ti senti più legato?

“Highlander è il primo personaggio che ho realizzato e che propongo tutt’ora nei miei spettacoli live, credo che sia il pezzo più forte e più bello dello spettacolo, è sempre surreale e popolare allo stesso tempo”.

Qual è il tuo rapporto con il pubblico?

“Nei miei live il rapporto con gli spettatori è sempre alquanto giocoso e nonostante a volte sia eccessivamente confidenziale, le persone capiscono che è per scherzo, un rapporto tranquillo, ma focoso allo stesso tempo”.

Made in sud?

E’ per me una grande famiglia formata da brave persone che lavorano da anni insieme e con affiatamento”.

I comici in realtà sono tristi, nascondono una tristezza di fondo è vero?

Io non sono Dr Jekyll e Mr Hyde, sono una macchina quando lavoro, nel mio privato  sono un po’ riservato, ma non sono una persona triste”.


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Andrea Benelli, la musica è la mia vita…

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Un articolo di Anna Lamonaca
Un articolo di Anna Lamonaca

Io Giornalista Tv intervista il pianista e compositore Andrea Benelli che dopo una carriera ricca di soddisfazioni e un’esperienza alla Scala di Milano ha realizzato il suo primo ambizioso progetto musicale l’Album intitolato “Tiamoforte”…

 Andrea Benelli è emozionale, diretto, semplice e complicato allo stesso modo; si definisce come uno che pensa molto, a volte troppo; è istintivo, a volte troppo, dolce e romantico, forte ed energico allo stesso modo; preciso e ordinato, a volte troppo; meticoloso e sempre alla ricerca della perfezione, introduce se stesso e il suo mondo musicale in una profonda intervista:

A quanti anni ti sei avvicinato alla musica? “I miei genitori hanno sempre ascoltato musica; mia madre in particolare prediligeva la musica lirica. Entrambi cantavano. Sin da piccolo ho avuto modo di ascoltare le più grandi opere ed esecuzioni. I primi passi li ho fatti all’età di 4 anni; i nonni mi avevano regalato una pianola e suonavo ad orecchio. All’ età di sei anni iniziai a studiare con il maestro Francesco Manenti che mi prese sotto la sua ala protettrice e mi diede le basi tecniche/musicali al pianoforte e poi all’organo fino all’età di 14 anni. Un grande compositore al quale devo tantissimo. Mi piacerebbe fosse qui per avere un suo parere. Anche se credo fermamente che da lassù in qualche modo mi abbia aiutato a muovere le mani in questi brani”.

Quando hai compreso che essa era diventata parte fondamentale della tua vita? “Il rapporto con la musica è stato sempre molto particolare. È come se fosse stata sempre lei a ricordarmi di essere importante per me. Nei momenti di sfiducia, quando ho dovuto scegliere tra il calcio e la musica, quando volevo abbandonarla per fare tutt’altro lavoro, alla fine mi ha richiamato sempre a lei. Ho capito solo da qualche anno che la musica per me è tutto, è il mio mezzo di comunicazione per gli altri, è il mio donarmi agli altri”.

Dopo un lungo percorso di studi, hai iniziato la collaborazione col Teatro della Scala in cui hai lavorato con i più grandi direttori c’è qualche ricordo in particolare che vuoi raccontarci?  “Ho tantissimi bei ricordi degli 8 anni trascorsi al Teatro alla Scala. Le tournée in tutto il mondo, le esecuzioni di Petruska di Stravinskij in Teatro, la dolcezza e l’espressività che riusciva ad incarnare con le sue mani il maestro Georges Prêtre, venuto a mancare da poco. Vi racconto un aneddoto che oggi ricordo con il sorriso, ma allora, vi posso assicurare, è stato imbarazzante, perché son stato ripreso dal Maestro Riccardo Chailly durante una prova. Ero così incantato, concentrato, curioso nel sentire il suono dell’orchestra, l’esecuzione dei miei colleghi che sempre ad altissimo livello esprimevano la musica, la figura di questo direttore che indirizzava il suo volere con le mani, con il corpo che ho perso completamente la mia entrata al pianoforte. Il Maestro si ferma, mi guarda, io lo stavo guardando, e mi dice: “non c’è il pianoforte?” Io volevo sprofondare!!! Da lì ho imparato a gestire l’attenzione nell’ascolto della bellezza del suono che i miei colleghi insieme al direttore creavano con l’attenzione a quello che avrei dovuto suonare io per una fusione tutti insieme”.

Hai collaborato fino al 2013 con l’Orchestra, la Filarmonica e i Cameristi del Teatro alla Scala in qualità di organista, pianista e clavicembalista, tra tutti questi strumenti quale preferisci? “Da piccolo sono sempre stato incantato dall’organo. È stato uno dei giorni più belli della mia infanzia, quando il mio primo maestro durante la lezione al pianoforte, mi ha portato nell’altra stanza dove c’era l’organo, mi ha fatto sedere e ha cominciato a darmi le prime lezioni tecniche organistiche. Il clavicembalo invece non è mai stato il mio prediletto, anche se ha contribuito notevolmente alla mia crescita musicale. Ho preso il diploma sperimentale e ho eseguito brani oltre che al clavicembalo anche al fortepiano e al clavicordo eseguendo con i Cameristi del Teatro alla Scala molti concerti in Italia e tournée all’estero. E per ultimo c’è il pianoforte. Lo strumento che ho utilizzato di più per tutti questi 30 anni di musica. Ho accompagnato strumentisti, cantanti, con la musica da camera, sinfonica e lirica. Ho fatto esibizioni con musica pop, musica da film e tanto altro. É lo strumento che più adoro, lo ammetto, è il mio preferito. Con lui ho la possibilità di trasmettere in maniera diretta l’espressività che mi appartiene”.

Quando hai deciso d’intraprendere il nuovo percorso musicale come pianista solista? Come mai questa decisione? “Sin da piccolo ho sempre avuto la predisposizione a voler essere protagonista, fa parte del mio carattere. Gli spettacoli a scuola, nello sport, nell’animazione, negli eventi che organizzavo all’oratorio. Con la musica è successa la stessa cosa. Avevo l’esigenza di far qualcosa di mio ed è successo circa 4 anni fa”.

“Tiamoforte”, Musica, energia per la vita, è il coronamento di un intenso lavoro artistico durato due anni. Vuoi parlarcene? “Tiamoforte è la mia più grande soddisfazione. È stato l’esame più difficile che abbia mai dovuto affrontare: ha messo a dura prova la mia tenacia, la mia forza, le ansie e le angosce. Con questo lavoro ho risposto a tutte le volte che la musica mi chiamava. E devo ringraziare Giovanna Caravaggio mio mentore e mia guida, una grande amica divenuta anche il mio produttore e la mia famiglia per avermi sostenuto.”

Perché questo titolo? “Il titolo è venuto una sera durante la riunione con Giovanna Caravaggio e il mio ufficio stampa Mauro Caldera. Volevamo trovare un titolo con la parola pianoforte e io volevo che venisse aggiunta la parola amore, perché nell’album racconto spesso questo valore importante nella vita di ognuno di noi. Tra un giocare con le parole e un altro ho trovato “Tiamoforte” ed è piaciuto tantissimo.”

L’album contiene 13 tracce strumentali che esplorano le infinite emozioni che ad oggi hanno accompagnato la tua vita perché questa scelta? “Perché la mia vita mi ha trasmesso tanto, perché ho vissuto a 360 gradi tutte le emozioni positive e negative che mi ha dato.”

Come nascono i tuoi brani? “Alcuni nascono dalla mia immaginazione: mi catapulto in un posto e immagino; altri nascono pensando alle mie esperienze e scrivo quello che ho provato; in altri compongo una melodia dolce perché in quel momento sono triste e ho bisogno di coccolarmi; in altri l’esatto opposto e scrivo brani drammatici; altri ancora nascono semplicemente dopo ore al pianoforte ad improvvisare.”

In questo campo hai ricevuto grandi soddisfazioni, ma c’è stato qualche momento in cui hai perso fiducia? “Se non succede non saremmo esseri umani. Credo sia normale avere momenti in cui si perda la fiducia in quello che si fa, in quello che si vorrebbe fare. La vita ti da grandi soddisfazioni, ma forse ti da più porte sbattute in faccia.”

Cos’è la musica per te? “Per me la musica è tutto, lo posso dire con grande sincerità; è l’unica cosa che conta in questo momento. Per lei amo e ho amato, soffro, faccio sacrifici, sono dolce e premuroso, ho studiato molto, moltissimo e studierò sempre, le devo molto, le devo tutto, tutta la mia vita. “

Parlaci dei prossimi progetti per il futuro: “Il progetto è di portare live questo album. Girare l’Italia, l’Europa, il Mondo con Tiamoforte. Non poco ambizioso, ma non sarebbe un mio progetto se non fosse così!!! (Risata). Sono ottimista e so che riuscirò nell’intento perché nel mio staff, oltre a Giovanna Caravaggio di cui ho già parlato prima, c’è Mauro Caldera il mio ufficio stampa una persona fantastica, competente e disponibile e Filippo Broglia (il mio promoter radio/tv) per 15 anni direttore a Radio Italia, una persona che sa il fatto suo, tutto d’un pezzo sa cosa dire e cosa fare, nel momento giusto e nel modo giusto.  Non può che essere una vittoria. Viva la musica!”

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Mario Pirovano la mia vita con Dario e Franca

in Anna Lamonaca Blog/La Cultura by
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Incontrare Dario Fo, come cambiare la propria vita a 33 anni…

Un articolo di Anna Lamonaca
Un articolo di Anna Lamonaca

E’ una sera del 1983 in Inghilterra, Mario Pirovano, semplice operaio di 33 anni, va a teatro ed in scena  c’è “Mistero Buffo”, uno spettacolo che gli cambierà la vita. A seguire un incontro, quello col premio Nobel Dario Fo e sua moglie Franca Rame che Mario non scorderà mai. Il giovane Pirovano per la prima volta prova l’emozione del teatro, i brividi che l’attore con la sua affabulazione provoca nel pubblico dal palcoscenico, il boato delle risate, gli applausi a scena aperta, ma è solo dopo, nel camerino, che avviene la magia, la proposta di collaborare ed entrare a far parte attiva e stabile della compagnia. E’ un’amicizia che nasce e che porterà  Mario a lasciare il proprio lavoro, a dedicarsi a tempo pieno al teatro come allievo diretto, traduttore e testimone di Dario Fo in Italia e nel mondo. L’attore si racconta al nostro giornale in una straordinaria e profonda intervista …

Si può dire sicuramente che gli incontri cambiano la vita, leggendo la sua biografia, lei si era trasferito infatti a Londra per fare tutt’altro lavoro. L’incontro con Dario Fo e Franca Rame ha davvero cambiato il suo destino? “L’incontro con Dario ha cambiato totalmente la mia vita. Lavoravo in Inghilterra in un’agenzia di viaggi, ed andai a teatro a vedere “Mistero Buffo”, quest’opera mi sconvolse letteralmente, avevo 33 anni, non conoscevo nulla del teatro, ne rimasi incantato. La mia esperienza personale  e questo meraviglioso incontro, sono la dimostrazione che la vita può cambiare in qualsiasi momento, a patto però che tu sia pronto e disponibile al cambiamento. Quando sei chiuso, costruito nella tua quotidianità, allora non hai vie di scampo ed è per questo che suggerisco spesso ai ragazzi, durante i miei corsi, di lasciare sempre una piccola porticina aperta sui sogni, non bisogna mai essere completamente sepolti dalla quotidianità.”

Il teatro è stato sempre una delle sue passioni? “No, assolutamente, ero convinto che il teatro fosse una delle cose più noiose della vita, non ero mai stato ad assistere ad uno spettacolo. Quel giorno andai a vedere Dario, era solo una curiosità perché avevo sentito parlare di lui e di Franca. Sono nato a Milano ed ho iniziato a lavorare molto piccolo, a 14 anni avevo già il libretto di lavoro, ma dei Fo se ne parlava già, sapevo che avevano lottato per i diritti dei lavoratori, per cui essendo figlio di contadini ed operaio io stesso, non ero tanto interessato allo spettacolo, ma alla loro politica. L’occasione era importante per dimostrare loro la solidarietà e la stima di noi connazionali, con altri amici italiani decisi di andarlo a salutare ed omaggiare”.

Cosa ha provato quindi guardando Mistero Buffo? “Guardando lo spettacolo ho iniziato a ridere dall’inizio alla fine. Dopo la rappresentazione siamo andati a salutarli nel camerino, Franca ci chiese di ritornare nei giorni successivi. Il giorno dopo ero già lì ed è stato così per tutto il mese in cui sono stati a Londra per seminari, workshop e spettacoli. Io conoscevo l’inglese ed ho fatto da traduttore per loro quando necessario. Nel loro piccolo gruppo di 4 persone non c’era nessuno che parlasse inglese, ricordiamo che erano i primi momenti in cui il teatro italiano usciva all’estero, così mi misi subito a disposizione. Da quel momento nacque un amore che poi è durato tutta la vita.”

Ha subito iniziato la collaborazione? “Quando partirono, Franca mi chiese se volessi andare con loro a lavorare in Italia. Sembrava una boutade, una cosa da simpatia, invece per la successiva  tournèe Franca mi ritelefonò e mi propose di entrare stabilmente nella loro compagnia”.

Si può dire che è stato un vero e proprio tuffo nel vuoto? “Premetto che avevo un lavoro bellissimo, guadagnavo bene, gli amici non mi mancavano, vivevo nel centro di Londra, in una casa di tre piani, non avevo bisogno di nulla. E’ stato un tuffo nel vuoto perché avevo già 33 anni, ma fui talmente incuriosito da loro e dal teatro che il salto fu immediato.”

Il suo Mentore  ha spesso affermato, “…è vietato calpestare i sogni…”, quanto oggi, a suo avviso, sono rimaste vere queste parole?

“Io mi ricordo benissimo che da ragazzo sognavo ad occhi aperti, molte volte mi capitava nel periodo della giovinezza di rimanere imbambolato a guardare il cielo. Sono stato sempre un sognatore, i sogni non vanno mai calpestati,  bisogna conservare quell’angolino, quello spazio dentro di noi, una porticina aperta sul sogno”.

Mi dia una sua personale definizione dell’essere “attore” … “Per me essere attore equivale ad avere la possibilità di poter incontrare centinaia di persone ogni volta, di essere sempre nuovo pur mantenendo me stesso, provando una gioia infinita ogni volta che salgo sul palcoscenico. Far divertire la gente, sentire il boato delle risate, gli applausi a scena aperta è una gioia immensa, avere la possibilità di poter raccontare queste storie antiche, alcune addirittura antichissime,  riuscendo ad entrare nel cervello delle persone, è una felicità enorme.”

Vi è piaciuto? Continua nella prossima puntata…


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Continua il viaggio nel centro del Mistero Buffo con Mario Pirovano…

in Anna Lamonaca Blog/La Cultura by
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Un articolo di Anna Lamonaca
Un articolo di Anna Lamonaca

Continua la nostra Intervista con Mario Pirovano… Dario Fo è li che ci guarda…

Presto andrà in scena con Mistero Buffo perché proprio quest’opera? “Sono circa 20 anni che porto Mistero Buffo in tutto il mondo, è stata la prima opera a cui ho assistito, me ne sono innamorato ed adesso ancor più. Dario ci ha lasciato, ma secondo me è ancora da qualche parte a farmi ridere, certo Dario è morto, il suo corpo fisico se ne è andato e molti teatri vogliono dedicargli un tributo, ma io sono già anni che porto in giro questo spettacolo”.
E’ stato lo stesso Fo a raccogliere per anni documenti di teatro popolare di varie regioni italiane ed a ricostruirli in uno spettacolo omogeneo, in cui le capacità mimiche dell’attore sono il mezzo principale dell’espressione teatrale. Quanto studio c’è dietro a Mistero Buffo? “Dario ha fatto uno studio su Mistero Buffo che è durato quarant’anni, non un giorno, non ha smesso mai. Oggi si potrebbero fare quasi 20 ore di Mistero Buffo è un meccanismo di comicità perfetta. Alcune storie sono medievali, altre risalgono al III secolo dopo Cristo, sono dei meccanismi dentro la nostra cultura e basta arrivarci con parole, concetti e frasi che escono dalla nostra memoria primordiale, i meccanismi comici sono gli stessi è cambiato un po’ il linguaggio che ha cercato di addolcire rendendolo un po’ più attuale, pur mantenendone intatta la struttura comica riunita alla gestualità.”
Mario, lei reinterpreta i testi di Fo con assoluta fedeltà, riuscendo però a far emergere la sua personale carica espressiva, come s’immerge in un testo? “Quando recito un testo la gente sente che lo spettacolo è mio, è vero è di Dario, ma è anche mio, il dramma di questi spettacoli è che se tu cerchi troppo di essere simile all’originale sbagli, vieni subito criticato, per cui bisogna avere una personale carica espressiva. Questo testo è talmente potente che i suoi meccanismi di scrittura non si possono sciogliere”.
Perché, quindi, in un epoca come la nostra in cui tutto sembra sfiorarci senza lasciare il segno, l’opera di Fo, riesce ancora ad essere tanto presente? “Si, certamente, il teatro di Dario è per tutti, è attualissimo, si è diffusa la falsa convinzione che sia un teatro troppo impegnato e difficile, ma è semplicemente un grande storytelling. Ho conosciuto persone che si occupano di teatro, organizzatori culturali che mi hanno detto che è complicato, ma non lo è, è moderno e comprensibile, guardi me, io non ero mai stato a teatro e non lo amavo ed invece… io sono l’esempio più lampante di quanto esso sia facile e chiaro.”
Cosa è necessario per fare “Teatro”, un Teatro o “Teatro” è “Ovunque”? “Dunque, gli spettacoli teatrali di Dario, soprattutto “Mistero Buffo”, si possono rappresentare ovunque. In una chiesa sconsacrata o consacrata che sia, in un aia, una pubblica piazza ovviamente con le opportune condizioni, c’è sempre bisogno di una pedana, di un palco. Il teatro di Fo può davvero essere recitato ovunque.”
Dario Fo come i giullari medievali, uomini che giravano di corte in corte diffondendo un tipo di cultura semplice, “homini ludens” uomini giuocanti che sorridevano della vita, lei si ritiene un “homo ludens”? “Io mi ritengo una persona giocante e felice, sono di mia natura una persona a cui piace sorridere, scherzare, sono sempre disponibile ad ascoltare e sentire”.
Cosa consiglia ad un giovane che vuole avvicinarsi al teatro? “Ad un giovane che vuole avvicinarsi al teatro consiglio sempre di entrare a far parte di una compagnia teatrale al più presto possibile, fare qualsiasi ruolo, l’importante è che si respiri il teatro dall’interno che si abbia a che fare direttamente con l’esperienza. Pensi che io per iniziare a recitare ci ho messo 9 anni.”
Si emoziona ancora quando recita?  “L’emozione è un elemento necessario per l’attore, essere troppo freddi e professionali non serve, il pubblico è attento anche se non è mai stato a teatro, sente subito cosa accade sul palcoscenico dal primo momento in cui l’attore entra. E’ un fatto incredibile. L’emozione è una giusta dose, serve ed è importante, non bisogna farsi prendere da essa, ma dosarla.”
E’ difficile spiegare Mario Pirovano con una definizione, lei è attore, interprete, traduttore, in quale di queste anime si rispecchia di più? “Traduco da tempo i testi di Dario tra cui uno spettacolo che non era mai stato tradotto, che molti non volevano trasporre perché affermavano che non avrebbe funzionato teatralmente. Hanno preso una cantonata micidiale perché ha avuto una grandissima fama essendo incentrato sulla vita di San Francesco, “Lu santu jullare Francesco” e l’abbiamo portato in tutto il mondo.”
Nel suo percorso artistico alterna piazze italiane a prestigiosi teatri all’estero, passando con facilità dai dialetti padani, all’italiano, allo spagnolo, all’inglese. Sono oltre 20 anni che porta il teatro di Dario Fo in Italia ed in Europa. Che differenza c’è tra i vari pubblici con cui viene in contatto? “Il pubblico è sempre diverso, per esempio i britannici sono molto difficili da conquistare, ma quando li rendi partecipi sono un pubblico eccezionale. Bisogna sollecitare le parti comiche ed umoristiche del loro essere, non si concedono tanto facilmente, quando sei sul palco sei sempre in tensione e recitare nella loro lingua non è semplice, sono molto attenti alla lingua, ci tengono. Sono riuscito a fare la traduzione di “Francesco” in un modo così straordinario che addirittura una casa editrice inglese ha voluto pubblicarne il testo”.
Quali sono i suoi prossimi progetti, vuole parlarcene? “Continuo a girare con “Mistero Buffo” mentre con i prossimi spettacoli sarò a Lecco e Chiavenna in Nord Italia, poi sono stato invitato al Carnevale di Fano sempre con “Mistero Buffo”, a Cesenatico che è la seconda casa di Dario Fo e Franca Rame dove vivevano fin da quando avevano trent’anni, poi in tournèe in Asia, a Singapore, in Malesia. Vorrei poi organizzare una mostra di quadri di Dario, ho tante cose da fare. Vuole sapere qual è unico cruccio così chiudiamo? E’non riuscire a venire al sud…Ma la vita è lunga…”


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Barbara Eramo, una storia da raccontare… Intervista e video…

in Anna Lamonaca Blog/La Musica/Pianeta Donna by
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Un articolo di Anna Lamonaca
Un articolo di Anna Lamonaca

Barbara Eramo, cantante, artista, raccontiamola…

Abbiamo incontrato l’ammaliante cantante in occasione del prossimo evento che la vedrà ospite  di Cafè Loti  presso l’Auditorium Parco della musica di Roma il 18 gennaio…

Viso luminoso, occhi trasparenti, una storia da raccontare, la musica è la sua vita, il linguaggio preferito che lei usa per interagire col mondo o per prenderne le distanze, quando serve. Tutto questo è Barbara Eramo, cantante tarantina dalla carriera ricca di soddisfazioni, successi e nuovi progetti work in progress, la talentuosa interprete ed autrice si racconta al nostro giornale in una interessante intervista:

Partiamo dalle origini e facciamo un excursus nella tua carriera, quando hai capito che nella tua vita avresti fatto la cantante?  “Diciamo che è stata una conseguenza naturale dovuta al fatto che ho cominciato ad esibirmi in pubblico a 15 anni e non ho mai piu smesso. A 19  anni mi sono trasferita a Roma (sono pugliese della provincia di Taranto Ginosa Marina) per iscrivermi all’università, ma era chiaro per me ed in fondo anche per i miei genitori che si trattava di un alibi: andavo a Roma per concretizzare questa passione e quindi ad un certo punto , guardandomi indietro ho potuto constatare che si, avevo fatto una scelta di vita.”

Negli anni ’90 con Passavanti  vinci il premio della critica nella sezione giovani del Festival di Sanremo, in seguito esce l’album “Oro e Ruggine” vuoi parlarci di queste esperienze?

“Farne un sunto è difficile, ma ha sicuramente creato un evento consistente nella mia vita professionale. E’ indubbio che la mia vita musicale e forse non solo, si divide in “prima” e “dopo” Sanremo. Penso di non aver mai vissuto per così tanti giorni di seguito un’emozione così forte, misto di felicità e terrore. Bellissimo ricordo ed anche un po’ doloroso non posso negarlo, ma di un dolore ormai quieto in qualche modo risolto, compensato dalle tante esperienze bellissime e palchi vissuti in seguito che hanno stemperato la delusione di quel sogno rimasto sospeso.”


Hai collaborato con Bacalov nel brano “L’amore promesso” colonna sonora del film “Milonga”; sei interprete ed autrice di colonne sonore per il cinema e la televisione ed hai cantato anche in quella del film “Tale of Tales” di Garrone, certo si può dire che sei sicuramente un’artista eclettica oltre ad interpretare sei autrice e collabori con musicisti, quali di questi ruoli preferisci?  “Indubbiamente il mio strumento è la voce  quindi amo farne uso in qualunque veste musicale, per comporre mi accompagno con diversi strumenti – piano, chitarra, ukulele o sovrapposizioni vocali, ma a volte sono sufficienti anche solo una passeggiata nella natura ed il vento, dipende dal momento e dall’ispirazione comunque mi  piace comporre o poter collaborare alla scrittura non solo essere interprete.”

Nel 2008 è uscito il tuo album solista “In Trasparenza” perché questo titolo? “ Ho scelto questo titolo perché mi mostravo  intimamente scegliendo di cantare quei brani, quelle melodie e quei testi. Non ho prestato ascolto, dal punto di vista delle intenzioni discografiche , alle hit radiofoniche o discorsi di questo tipo…seguivo ciò che mi piaceva davvero, come è sempre stato del resto e come desidero che sia sempre.”

Nel 2010 è uscito il tuo Cd “Oriental Night Fever” realizzato insieme al musicista produttore francese Hector Zazou e a Stefano Saletti. Raccontaci di questo progetto …

“Hector Zazou è stato uno dei musicisti più importanti al quale devo infinitamente per la mia formazione musicale. L’ho conosciuto quasi per caso a Parigi, grazie alla mediazione di un amico. Volevo ascoltasse la mia musica perché amavo il modo in cui lavorava sul suono il suo disco “Les chansons des mers Froid” mi ha letteralmente folgorato ed ospita artisti come Bjork, Laurie Anderson, ha lavorato con David Sylvian, Ruky Sakamoto per me era una specie di leggenda vivente. Dopo tre anni mi ha proposto di fare questo disco insieme ed immagina la mia felicità. Purtroppo durante la lavorazione è venuto a mancare e forse solo dopo mi sono resa ancor più conto dell’immensa fortuna che ho avuto ad aver lavorato con lui. Lo penso spesso e credo che anche grazie a lui ho preso il coraggio in seguito di realizzare il mio disco “Emily”.

Uno dei tuoi più recenti progetti è “Emily”, un concept album di tue composizioni su  poesie di Emily Dickinson come nasce  e perché hai scelto proprio questa poetessa?

La fascinazione è stata leggerla e cantarla immediatamente, è di una musicalità sconvolgente. Una scrittura non immediata la sua, ma se aggiri il filtro della ragione ti arriva dritta in pancia. Questo mi ha colpito: il senso mistico della natura intrisa al tempo stesso di umanità e viceversa, questa esplosione di vita ed inoltre la sua assoluta contemporaneità, il suo linguaggio immaginifico ma mai melenso. E’ stato ancora più sconvolgente quando poi, leggendo la sua biografia, ho scoperto che viveva come una reclusa dentro casa. Sembrava famelica di vita, ma la viveva solo dentro di sé. Ho in comune con lei questo modo intimo, privato, di vivere in disparte le passioni; anche un certo senso di inadeguatezza al mondo e l’idea di costruirsene uno “tutto per sé” grazie all’immaginazione tuttavia non potrei mai rinunciare all’esplorazione del reale, per lo meno per come sinora mi conosco”.

Hai collaborato con tanti artisti, ma è difficile schierarsi da solista nel panorama musicale italiano? “Si , sempre più. I talent certo non aiutano, è la famigerata fabbrica delle illusioni. Molti giovani, anche dotati, spesso sono costretti a rivolgersi a questi programmi per cercare una propria collocazione nel mondo della musica, ma questi format vanno a discapito dell’arte e della sua funzione fondamentale che dovrebbe essere quella di elevare l’anima dall’ordinario. Siamo diventati tutti dei prodotti da scaffale per questo mi sono rivolta ad un circuito diverso, indipendente. E’ faticoso, ma mi permette di scegliere quello che voglio cantare e questo è impagabile e non c’è fama che tenga.”

Mescoli molte sonorità e stili come mai questa mescolanza? “Per mantenere vivo l’amore per questo lavoro. La mia indole musicale mi porta ad avere un approccio essenzialmente emotivo, curioso ed esplorativo – ed aggiungo poco ortodosso. Il mio modo di immergermi nella musica è totalmente esperienziale, non accademico. E’ così che ho formato la mia personalità musicale. Sono passata attraverso varie passioni dall’adolescenza ad oggi, grazie ad artisti che mi hanno illuminato: per questa ragione non amo chiudermi stilisticamente perché ho sperimentato molto spesso la bellezza della folgorazione che nulla toglie alle precedenti, anzi! Ogni volta scopro possibilità espressive diverse che aggiungono ed espandono l’ispirazione. Di fondo c’è una sorta d’inquietudine, un non accontentarsi o adagiarsi troppo… Mantenere vivo l’amore per la musica appunto.”


 Quali sono i tuoi progetti per il futuro?Parliamo dei prossimi appuntamenti …

“Sto raccogliendo le idee per il prossimo disco, è tutto ancora embrionale, ma comincio ad intravedere la luce. Proseguo l’attività concertistica – il 18 gennaio sarò ospite del Cafè Loti all’Auditorium parco della Musica di Roma, il 9 febbraio sarò con la mia band in concerto a “Na Cosetta” a Roma zona Pigneto, a marzo saremo a Padova e Lago di Garda ed a giugno all’Istituto Italiano di Cultura di Parigi ospite del pianista jazz Nico Morelli –  inoltre voglio continuare a portare la mia musica all’estero perché trovo molti stimoli umani e creativi grazie ai viaggi. Unire queste due passioni, musica e viaggi, mi fa dire grazie alla vita ogni volta.”

Barbara Eramo...


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“Ajere e Dimane” è l’album di esordio di Maria Boccia

in Anna Lamonaca Blog/La Musica/Pianeta Donna by
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Un articolo di Anna Lamonaca
Un articolo di Anna Lamonaca

“Ajere e Dimane” è l’album di esordio della bella e brava cantante Maria Boccia che è stato presentato recentemente a San Giorgio a Cremano, sul palco con l’autrice, anche Mauro Spenillo e il rapper napoletano Tueff. In occasione del lancio del disco l’abbiamo intervistata per voi:

Maria da poco è stato presentato al pubblico “Ajere e Dimane”, il tuo nuovo album per la Zeus Record, come nasce questo progetto? “L’album nasce dall’amore che ho da sempre per la musica e da un team di persone straordinarie che hanno voluto crederci”.

“Ajere e dimane” porta anche la firma del grande Sal Da Vinci, il disco vanta inoltre la collaborazione con altri nomi importanti della musica partenopea come Mauro Spenillo, Bruno Lanza, il duo Mr Hide, Leonardo Barbareschi e Tueff, ma è la tua voce a rendere speciale questo lavoro, quando nascono questi connubi artistici? “Credo che oltre alla voce sia fondamentale il rapporto umano; i sentimenti, qualsiasi essi siano e in qualunque ambito si manifestino, sono il motore, la base su cui costruire tutto. Solo allora si crea la magia, il connubio perfetto”.

Maria, tu sei la tipica bellezza napoletana: occhi scuri, capelli lunghi, un corpo ed un viso molto espressivi, ti ha aiutato nel lavoro di cantante avere anche un bell’aspetto? “Non lo so, però credo che avere un bell’aspetto non guasti.”

Certo, la tua musicalità è particolare, ma ci sono tanti cantanti, solo pochi però emergono a livello nazionale, il cammino è difficile, ma per te sembra già arrivato il successo. Come gestisci il tuo rapporto col pubblico? “Conduco una vita semplicissima e con il pubblico mi relaziono in modo diretto e spontaneo senza costruzioni. Parlare di successo mi pare eccessivo: il cammino è ancora lungo difficile, e ci sono dei momenti in cui vorresti mollare ma poi l’amore e la passione vincono su tutto.”

L’album contiene 5 brani inediti quali sono? “I titoli dei 5 inediti sono: Ajere e Dimane (che è anche il titolo dell’album), Mai, Addore ‘e cafè, ‘E Canzone e infine Je sto cu’ ttè.”

Sei nata a San Giorgio a Cremano, paese che ha dato i natali a Massimo Troisi, quanto della tua terra porti in giro nelle tournée?  “Tanto, ecco perché per i testi uso sia l’italiano che il napoletano, perché le mie radici non si perdano di vista. Sono orgogliosa di essere cittadina di San Giorgio a Cremano, una città che amo tanto, ed è proprio per questo che ho voluto presentare il mio lavoro discografico a villa Bruno dove c’è uno spazio permanente dedicato al grande Massimo Troisi.”

Il tuo è un album poliritmico in cui italiano e napoletano si fondono in un sound che richiama il miglior pop: dal classico al rap, senza mai accantonare la sua radice più profonda, tutta partenopea. Come mai questa fusione di generi? “Mi sono voluta mettere alla prova, in modo particolare con il la cover del brano “E mò e mò” che è stato rivisitato in versione rap. Mi piace dare un’impronta originale alle mie canzoni.”

Quanto è importante nella tua vita la musica? “È stata sempre importante, sin da bambina. Cantavo appena sveglia, sotto la doccia, per strada… Cantare mi fa sentire bene, e mi piacerebbe se facesse star bene anche chi mi ascolta.”

Quando hai deciso che avresti fatto la cantante e quali sono i tuoi punti di riferimento? “In realtà non l’ho mai deciso, tutto è avvenuto in modo spontaneo, la musica l’ho ritrovata sempre nel mio percorso di vita.”

A quale dei pezzi contenuti nell’ album ti senti più legata e perché? “Sono legata a tutte le canzoni dell’ album perché in ognuna è racchiusa un’emozione diversa. Rappresentano l’amore in varie sfaccettature, da quello per la musica a l’amore di una coppia, a quello per la propria città.”

“Mai” è un brano particolare, qual è la sua tematica? “Mai è un pezzo molto forte, è quell’amore che pensi sia per tutta la vita e invece si trasforma in abitudine. Si realizza così l’amara consapevolezza che quel futuro che avresti voluto non è mai arrivato.”

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? “Innanzitutto il futuro è basato sulla promozione di “Ajere e Dimane” che mi assorbe come una spugna, ma sto già pensando al prossimo album. Le idee cominciano a venir fuori perché la musica non sta mai ferma.”

E noi staremo fermi ad aspettarla passivamente? Assolutamente NO, saremo la sua ombra, restate sintonizzati!


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EffPlume una vita tra Burlesque e trasformismo…

in Anna Lamonaca Blog/La Cultura/Pianeta Donna by
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Un articolo di Anna Lamonaca
Un articolo di Anna Lamonaca

Jessica Frascarelli in arte è “EffPlume”… è  fotomodella freelance, alternative Pinup, Performer ed insegnante di Burlesque…

Si definisce “portatrice sana di curve ed ironia”, affascinante, sensuale, sorridente, c’introduce nel mondo del Burlesque con un’intervista al nostro giornale in cui ci descrive la sua vita tra Pinup ,Burlesque e fotografia:

Chi è EffPlume? “Mi piace definire Effplume come l’alter-ego di Jessica. Non è la Jessica reale che arrossisce per qualsiasi cosa, ma quella parte di lei che amerà sempre giocare con la fantasia e con i travestimenti. Effplume esiste solo sul palcoscenico ed è una diva un po’ burlona, sensuale e vagamente sbadata. Le cadono sempre i vestiti di dosso! Ops!”

Quando ti sei appassionata al vintage?  “Amo fin da piccola i vecchi film e le fotografie in bianco e nero di un tempo e studio da sempre le dive di tutto il ‘900 che erano così incredibilmente sensuali e allo stesso tempo rilassate, spontanee, donne veraci e passionali anche se coperte di diamanti, come Marylin Monroe.”

E al trasformismo? “Il trasformismo è qualcosa che ho scoperto con il teatro, adoro interpretare i personaggi più lontani dalla mia personalità perché richiedono uno sforzo maggiore e mi procurano una certa soddisfazione! Anche la costumistica è un mio tormento viscerale. Studio e realizzo i miei costumi con attenzione in base all’epoca e al loro significato intrinseco. Ogni indumento ha un particolare utilizzo e nel Burlesque la cosa più affascinante è puntare l’attenzione ai dettagli e alle parti del corpo che in genere nascondiamo o non utilizziamo nelle loro molteplici sfaccettature.”

Come ti sei avvicinata al teatro? “Anche questa è una passione che mi porta indietro di molti anni con la memoria, quando alle elementari interpretai Cenerentola in un piccolo musical organizzato dalla scuola. Se dovessi ancora oggi descrivervi l’emozione più forte mai provata, quella è il brivido che sale lungo la schiena quando ti trovi sotto le luci del teatro, interpreti il tuo pezzo e puoi sentire la presenza fisica e tangibile dello spettatore a pochi passi da te.”

E al Burlesque? “Approdo nel magico mondo del Burlesque nella maniera più naturale, frequentando un corso per beginners. Avevo già all’attivo studi e ricerche sull’argomento quindi partivo abbastanza preparata, ma il Burlesque, come ogni forma d’arte, non si studia passivamente, lo si deve adattare alla propria pelle, alla propria persona. La pratica è davvero fondamentale per crescere artisticamente e soprattutto nella consapevolezza della femminilità individuale.”

Cos’è per te la femminilità? “La femminilità è l’insieme di gesti, pensieri, gusti e passioni di cui è dotata per natura ogni “Donna”, in un’unica parola è la sua personalità individuale, socialmente accettata solo in privato, la femminilità è una prerogativa di cui secondo me non dovremmo mai rinunciare per vergogna. La parola chiave legata alla femminilità è Eleganza, se queste due parole vanno a braccetto non c’è pudore che possa frenare una donna nell’essere se stessa in qualsiasi occasione.”

Sappiamo che insegni alle donne come padroneggiare le arti della seduzione nella vita di tutti i giorni con un corso di Teasing, vuoi raccontarci quest’esperienza? “Se esibirsi è un’emozione grandiosa, coinvolgere in quest’arte anche altre donne è superlativo. Condividere con loro quello che ho imparato in questi anni e vederlo assorbito nei loro movimenti è motivo di grande orgoglio. Nel mio corso ci sono donne completamente diverse tra loro per stile, età e forma fisica, ma ognuna di loro ha trovato un modo appropriato e unico di esprimersi attraverso il Burlesque. Mi piace descrivere le lezioni come un percorso durante il quale ognuna farà conoscenza con il proprio alter-ego, basta allungargli la mano e abbracciarlo. Ciascuna scopre che tipo di donna le piace essere, una diva classica oppure un personaggio alternativo: il burlesque è proprio per tutte.”

tiziano-costaLe donne moderne a tuo avviso sanno sedurre? “La seduzione è una capacità intrinseca, chi crede di non averla é solo per eccessivo pudore, semplicemente non lascia libera quella parte di sé. Al contrario, c’è chi abusa di questa capacità ed esagera. Credo che la seduzione sia come un funambolo, una forza che viaggia sul filo del rasoio; va usata con parsimonia e gestita con intelligenza altrimenti diventa controproducente.”

Tu come seduci? “Mi piace utilizzare il sorriso come strumento di seduzione, l’ironia ed un pizzico di timidezza completano il mio personaggio ideale, la pin-up. Il sorriso ci rende più belle istantaneamente, è il miglior Make-up e non costa nulla, ed è per questo che non rinuncio mai al rossetto rosso: mette in risalto il sorriso e lo amplifica. Inoltre, qualsiasi gesto se accompagnato da un sorriso risulterà molto più gradevole.”

Pensi che farai la performer per sempre? “Lo spero, anzi sono convinta che crescendo negli anni acquisirò una forma di sensualità più matura e sempre più consapevole. Le performer da cui traggo maggiore ispirazione sono quelle più agée, mi immagino nel mio massimo splendore tra i 30 e i 40 anni.”

Parlaci dei tuoi progetti futuri… “Al momento mi sto concentrando sui corsi, vorrei aprire diverse classi nelle città più importanti partendo dalla mia terra d’origine, l’Umbria.  Quello che desidero è diffondere la mentalità che sta sotto la scintillante esteriorità del burlesque, è diventata la mia filosofia di vita e vorrei poterla condividere correttamente. Burlesque non significa solo calcare un palcoscenico ed esibirsi davanti agli altri, ma soprattutto impregnarsi di glamour e viverlo con disinvoltura nella vita di tutti i giorni.”

Il tuo sogno nel cassetto? “C’è un sogno, non così remoto, che è quello di realizzare una mia linea di lingerie, costumi e accessori per lo spettacolo. Sono alle prese con la ricerca di stilisti e artigiani nel settore della moda; lo stile e la personalità dei miei collaboratori sono fondamentali per creare qualcosa di unico, ci vuole spirito di iniziativa, infinita creatività e un certo gusto per il vintage, ma rivisitato in chiave moderna.”

Vi è piaciuta questa intervista? Restate sintonizzati sulle nostre colonne, continueremo a seguire EffPlume… Ah, volete bearvi gli occhi? Godetevi la Gallery…

I Credits ai Fotografi per le foto, nella Gallery che pubblichiamo domani…


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Rita Lynch star del Burlesque internazionale si racconta…

in Anna Lamonaca Blog/L'Arte/Pianeta Donna by
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Un articolo di Anna Lamonaca
Un articolo di Anna Lamonaca

Intervistiamo Rita Lynch… La seduzione nel Burlesque, è davvero qualcosa di misterioso…

Rita Lynch, è modella, Burlesque, performer e cantante, è bella, è seducente, ha uno sguardo che ammalia, sofisticata, nel suo aspetto di pin-up anni ’50, l’abbiamo intervistata per voi in occasione dello spettacolo “Swingtime” che si è svolto recentemente a Stoccarda al Friedrichsbau Varieté. Pelle diafana, capelli corvino, labbra rosso vermiglio, racconta i segreti del suo lavoro fatto di palchi e pailette, ma emerge anche la sua personalità e le mille sfaccettature del suo carattere in un misto di eleganza, dolcezza e seduzione:

Rita, raccontaci di “Swingtime” lo spettacolo che ha debuttato a Stoccarda: “Lo spettacolo ha debuttato ufficialmente il 4 novembre al Friedrichsbau Varieté. Come si evince dal titolo, lo swing è il perno di tutto lo show, anche se rivisitato in chiave moderna: la live music si mescola ai pezzi electroswing delle esibizioni dei singoli artisti. È uno spettacolo molto ricco: siamo in totale 14 artisti per due ore di show che spazia dalla magia alla giocoleria, dal Burlesque a all’acrobatica, ed è tutto incastrato alla perfezione. Io sono un po’ la costante dello show: il mio personaggio intrattiene il pubblico dall’inizio alla fine cantando, ballando e interagendo con la band.  Venite a vedere il nostro localaccio swing, non ve ne pentirete!”

Cosa si prova a partire dalla provincia italiana, precisamente da Fondi e ad arrivare poi sui grandi palcoscenici internazionali? “La provincia molto spesso, purtroppo, non offre granché. Il mio paese, anche se non proprio piccolissimo, non faceva eccezione: non c’era un teatro, il cinema era uno e aveva solo una sala (è così ancora oggi), in centro c’era una sala videogiochi, ma non era il mio genere. Quindi le alternative erano due: andare dalle suore oppure seguire i corsi extra scolastici. Dopo aver capito che la prima opzione non faceva decisamente per me, ho optato per la seconda. Ho iniziato a seguire dei corsi di teatro a scuola, alle medie e ho continuato poi al liceo.  La verità? L’America, il Giappone, la Germania, non sono tanto diverse da quei palchi rivestiti di moquette che mi facevano tremare le gambe quando avevo 14 anni. Le gambe mi tremano ancora oggi prima di entrare in scena, in qualunque parte del mondo e qualunque cosa io debba fare. Si chiama emozione e la si prova quando si ama ciò che si fa”.

Il Burlesque è ormai considerata una vera e propria arte, vuoi raccontarci qualche episodio degli esordi e cosa rappresenta oggi per te? “Credo di aver sentito per la prima volta la parola “Burlesque” una 15ina di anni fa. Avevo visto una fotografia meravigliosa di una ragazza bellissima in una coppa di champagne su una rivista, lei si chiamava Dita Von Teese e al suo nome era associata la parola Burlesque. Io vengo dal paese di cui sopra: badate bene, sono felice di essere cresciuta lì per vari motivi, ma mi restava difficile documentarmi sul Burlesque in biblioteca. Non avevo ancora il computer, sembra strano, ma la mia famiglia ci ha messo un po’ ad accettare la tecnologia così andai a casa di un’amica e con un meraviglioso modem 56k riuscii a scoprire cosa fosse il Burlesque. Più dell’atto in sé, ero affascinata dalle atmosfere, dai costumi: mi sembrava un film.  Oggi sono cambiate diverse cose, come è giusto che sia. Tutto si evolve e anche il Burlesque è diverso da quella coppa di champagne che vidi sulla quella rivista, o quantomeno ha nuove sfumature. Ecco, a me piacciono le sfumature ma, per quanto mi riguarda, sono rimasta fedele alla prima idea che mi feci: per me è come essere in un film. Un corto, una storia da raccontare in pochi minuti che non deve per forza sedurre, può divertire, può far ridere, shockare e perché no, anche far piangere. In fondo si è su un palco e quando sei su un palco non puoi far altro che recitare.”

Chi è Rita Lynch? Come nasce il tuo personaggio? “Ho iniziato facendo la modella, ma anche se con 15 kg in meno di ora, ero ancora troppo “in carne” per gli standard del settore. Ho quindi sfruttato il mio fisico e il mio viso un po’ vintage per ciò che rientrava più nelle mie corde: il pin-up modelling. Dalle pin-up al Burlesque il passo fu breve: ormai 6 anni fa sostenni un provino per questo nuovo format di Sky1 “Lady Burlesque”.  Rita Lynch come performer è nata lì, ma ciò che sono come artista lo devo a questi ultimi 6 anni, lo devo all’Accademia di recitazione, alla mia insegnante di canto, ai miei maestri di danza e alle persone che mi hanno spinto a migliorarmi, soprattutto a quelle che mi dicevano che non avevo la stoffa. Decisamente, preferisco le paillettes.”

La seduzione è qualcosa di misterioso, quando hai capito che del Burlesque potevi farne un lavoro? “Dici benissimo, la seduzione è qualcosa di estremamente misterioso, ma semplicemente perché ognuno di noi è diverso e la mente umana recepisce segnali non sempre allo stesso modo, fortunatamente.  Io credo che ormai, al giorno d’oggi, il Burlesque, più che una questione di seduzione sia una forma di espressione vera e propria. Marina Abramovic sta seduta in silenzio davanti a degli estranei per 12 ore, perché per il Burlesque dovrebbe essere diverso? Per me è recitare: recito danzando, recito usando solo il mio corpo senza parole. Sfatiamo il mito che “Burlesque è togliersi calze e guanti”, vi prego, non se ne può più.”


Che rapporto hai con la seduzione e la bellezza? “Io sono un’ex “bruttina”. I miei amici più cari spesso, scherzando, mi dicono che dovrei fare dei post motivazionali con le mie foto del prima e del dopo. In realtà non ho fatto altro che imparare a conoscermi. Penso che da questo derivi anche il rapporto che si ha con gli altri e, di conseguenza, anche la questione “seduzione”: quando stai bene con te stesso, gli altri se ne accorgono e ne vengono affascinati. Non bisogna fare nulla, basta un sorriso”.

Spesso si sente parlare di violenza sulle donne, usare il proprio corpo per accendere gli animi, può essere frainteso e sembrare un’incitazione alla violenza, ad un rapporto aggressivo e prevaricatorio con l’altro sesso? Com’è la condizione della donna nel mondo dello spettacolo e soprattutto nel tuo ambiente? “Credo che in questo discorso la faccia da padrone il pregiudizio, purtroppo, nutrito da molti, troppi show fatti male e senza criterio alcuno. Una rondine non fa primavera? Una guêpière non fa Burlesque.  Mi sono molte volte trovata a scontrarmi anche in prima persona con l’associazione d’idee “Burlesque=promiscuità” e mi ha fatto tanto ridere perché in tv esistono programmi come “Temptation Island”, programmi in cui la Donna è ancora considerata quasi un soprammobile.  Nel Burlesque, quello che esalta la personalità e non solo la femminilità, quello che non è solo “guarda quanto sono sexy mentre mi sfilo una calza”, non troverete donne soprammobile, ma meravigliose artiste che lavorano sodo per costruirsi una credibilità.”

Rita Lynch Photo Gallery
Rita Lynch Photo Gallery

Hai un’icona di stile, qualcuno a cui t’ispiri? “La mia principale ispirazione è il cinema. Ho sempre amato le grandi dive del passato, una su tutte Marlene Dietrich: mi affascina molto la sua forte personalità. Una donna dalla vita turbolenta che non ha mai perso il suo stile e la sua classe.”

Cosa non deve mai mancare nella tua borsetta? “Le mie borsette non sono quasi mai “ette”: sono una di quelle persone che si porta dietro tutto il necessario “nell’evenienza che”. Ma una cosa immancabile è la mia pochette beauty: rossetto, mascara, specchietto e colonia.”

Come prepari i tuoi spettacoli? “Io scrivo. Tutto. Come si fa a teatro. Dallo storyboard alla coreografia, al costume, al settaggio luci compreso di minutaggio. Sembra maniacale, ma è un lavoro come un altro e va fatto con serietà”.

Dita Von Theese, regina del Burlesque internazionale ha affermato in una sua recente intervista: “E’ ridicolo pensare che la sensualità o il successo di una donna dipendano dall’età”, pensi che rifletta la sua età che avanza, o concordi con la grande performer? “La sensualità, il successo, sono cose che si conquistano giorno dopo giorno. C’è chi ci arriva prima e chi invece ha bisogno di più tempo, tutto dipende dal singolo individuo.”

Sei molto giovane, come ti vedi quindi fra 20 -30 anni? Continuerai il tuo lavoro sul palco? “Sono principalmente un’attrice: ho studiato e continuo a studiare per stare su un palco. Naturalmente il futuro non si può conoscere, quindi posso solo augurarmi di compiere le scelte giuste”.

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Quali sono, perciò, i tuoi progetti per il futuro? “Il mio futuro è molto prossimo: a febbraio tornerò in Giappone con “Belladonna”, una commedia musicale all’italiana ideata da me e Gigi D’Errico. Dopo il debutto a Nagoya dello scorso Febbraio, questa volta saremo ad Osaka pronti a soddisfare la voglia di italianità del pubblico giapponese. Per tutto il resto, spero di aver stimolato la vostra voglia di seguire le mie avventure.”

 


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Valentina Stella: Amo Napoli… E’ la mia terra

in Anna Lamonaca Blog/La Musica/Pianeta Donna by
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Un articolo di Anna Lamonaca
Un articolo di Anna Lamonaca

In questi giorni Valentina Stella una delle più belle voci nel panorama musicale della canzone napoletana ha compiuto gli anni, in occasione di questa ricorrenza abbiamo deciso di riproporvi una sua intervista:

Valentina si racconta ed emerge forte l’immagine di una donna di grande umanità e carattere formatasi in una grande famiglia di artisti, figlia d’arte, definita da Domenico Rea “Testimonianza del peso delle angherie che subì per secoli la gente dei bassi”.

 

Sei figlia d’arte, quanto è stato importante nella tua vita la musica?

La musica è stata un qualcosa di povero e zingaresco, i primi ricordi che ho da bambina sono legati a mio padre Ernesto Iorio noto come il principe della “Posteggia”, cantare per i tavoli era un qualcosa determinato dal bisogno e dalla necessità economica.

Sedicesima di 20 figli cominci a cantare fin da bambina, quanto ha inciso su di te la tua famiglia?
L’ho vissuta come un’esperienza di vita perchè mi ha dato la capacità di trasformare tutte le cose anche le più dolorose in belle, non è facile vivere in una famiglia numerosa, quando sono nata, mio fratello più grande aveva già 40 anni, tra di noi c’erano anni di differenza, lui era per me come un padre.

In casa tutti avevano la passione per il canto?
La passione per la musica era grande, oggi non tutti se ne occupano, la mia è una famiglia di pizzaioli, ho solo una sorella che fa teatro, Alessandra Iorio, la passione per il canto è insita nel popolo napoletano, siamo vulcanici figli del Vesuvio.

Quando hai deciso che nella tua vita avresti fatto la cantante e quali erano i tuoi punti di riferimento?
E’ venuto tutto da sè, da piccola un punto di riferimento era mio padre, una voce da usignolo tipo Carlo Buti, come cantanti femminili amavo Ria Rosa, Mirna Doris e Angela Luce anche se i giornalisti agli inizi mi paragonavano a Donnarumma e Mignonette che non avevo mai ascoltato fino a quando mio padre mi regalò i dischi.

Sei stata scoperta da Pier Francesco Pingitore, raccontaci dei tuoi inizi. Pingitore registrava “Cocco”, io ero a Piazza Dante per lavoro al Leon D’Oro, mentre cantavo dall’altra parte del ristorante c’erano Tullio De Piscopo e il regista che mi sentirono, quando mi chiamarono io ero un po’ diffidente, invece grazie a loro sono diventata ospite fissa al Bagaglino e Show Girl al salone Margherita.


Con “Novecento Napoletano”sei passata dai teatri Napoletani ed italiani a quelli Americani, Argentini e Giapponesi, è facile confrontarsi con ascoltatori diversi?
E’ un pubblico che non ti aspetti, di colti che amano la musica napoletana, qui a Napoli spesso ci si distacca dalla melodia tradizionale snaturando l’originalità del nostro linguaggio avvicinandosi al pop americano.

Sei una rappresentante del popolo napoletano nel mondo, quanto di Napoli c’è in te e quale messaggio vuoi trasmettere agli ascoltatori?
Il nostro panorama è colorato di tradizioni uniche, spesso lo sciupiamo. Amo la mia città, è la mia terra. Voglio portare per il mondo una tradizione di cose antiche che partano da Salvatore di Giacomo e arrivano a Viviani, sono dentro di noi da secoli.

Sono tanti i pezzi che hanno fatto grande la tua carriera a quale di essi ti senti più legata?
“Mente e cuore” degli esordi e “Comme faccio senza e te?” la nuova canzone nata dalla collaborazione con Gigi Finizio con cui ho voluto fortemente cantare.

Il tuo rapporto con il successo?
Il mio lavoro, è un neo, approfondisco, studio, non sono molto attaccata al personaggio, sono una persona riservata, dopo una interpretazione divento Immacolata Iorio. Valentina Stella senza Immacolata non sarebbe ciò che è, la mia forza nasce da lei, l’importante è non credere mai di essere arrivati, cercare di prendere sempre consiglio dagli altri, quelli che hanno più esperienza di te.

Quale è il tuo ultimo pensiero prima di andare a dormire?
Tra le preghiere c’è sempre una per mio padre, odio-amore abbiamo sofferto e mi è stato vicino, nei miei pensieri riguardo alla mia vita, con un occhio al passato che mi ha fatto quella che sono.

Vi è piaciuta questa intervista? Restate sintonizzati sulle nostre colonne continueremo a seguire Valentina…


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Andrea Zorzi il grande sportivo a teatro con “La leggenda del Pallavolista Volante”

in Anna Lamonaca Blog/La Cultura by
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Un articolo di Anna Lamonaca
Un articolo di Anna Lamonaca

Intervista ad Andrea Zorzi, una delle migliori Leggende viventi della Pallavolo italiana…

La leggenda del pallavolista volante” è lo spettacolo teatrale di Andrea Zorzi realizzato insieme a Beatrice Visibelli con la regia di Nicola Zavagli che sta andando in scena in molti teatri italiani. Lo sportivo – attore sale sul palcoscenico del teatro che si trasfigura magicamente in un campo da gioco e racconta la sua autobiografia, quella di un fuoriclasse la cui vicenda personale s’intreccia con la storia di un Paese. Abbiamo intervistato per voi Andrea un atleta dell’Italia dei fenomeni, oggi un giornalista, un pallavolista che ha conquistato tante vittorie: 2 volte campione del mondo (1990- 94) e 3 volte campione europeo (1989-93-95) ha partecipato a 3 Olimpiadi (Seoul, Barcellona ed Atlanta) conquistando la medaglia d’argento ad Atlanta nel 1996. Con i club ha vinto: 2 scudetti (1990 – 94), 2 Coppe Italia, 4 Coppe delle Coppe, 3 Supercoppe Europee, 3 Campionati Mondiali, 1 Coppa Campioni.

La leggenda del pallavolista volante è uno spettacolo davvero unico nel suo genere: “Questo spettacolo è speciale, è teatro di narrazione a due voci che in genere s’identifica con una recita statica fatta di situazioni semplici, invece grazie alla natura del soggetto che è la pallavolo, uno sport di movimento; prevede da parte mia e di Beatrice Visibelli mia compagna di viaggio sul palcoscenico molto movimento come una sorta di coreografia.”

Come nasce l’idea dello spettacolo? “La genesi è casuale. Nicola Zavagli è autore, scrittore e regista dello spettacolo, è il marito di Beatrice, 2 carissimi amici con cui trascorro le vacanze. Essi avendo una compagnia teatrale, erano alla ricerca d’ispirazione, l’idea di raccontare una storia di sport e pallavolo sembrava interessante e chiesero la mia disponibilità ed io accettai volentieri anche se ero alla mia1°esperienza. Iniziammo a lavorare su quello che volevamo raccontare, una lunga intervista dalla quale Nicola trasse un copione interessante e quindi si decise di mettere in scena uno spettacolo in cui il palcoscenico si trasforma in un luogo legato allo sport, ma il palcoscenico è anche il paese in cui sono nato, le piazze che ho visitato ed il palazzetto dello sport”.

E’ un racconto biografico dal quale tutto un periodo importante della storia d’Italia viene esposto, il costume, i personaggi della sua infanzia, i paesaggi d’Italia vero? “Nicola è riuscito in 80 minuti a sintetizzare una grande storia. Si parte dagli anni ‘60 in cui sono nato, si racconta un’Italia diversa da quella attuale, dei miei genitori, di un’Italia che andava in vacanza con la macchina e faceva il campeggio e da filo logico c’è una storia sportiva, la storia di una squadra che ha vinto molto ed ha anche perso tornei molto importanti. Lo sport diventa lo spunto per parlare di tanti altri argomenti”.

E’ stato difficile passare dal palcoscenico dello sport a quello del teatro? “A volte l’incoscienza fa fare qualcosa che tu non immagini, quando all’inizio Nicola mi ha detto di partire con questo progetto non sapevo cosa significasse, mi sono trovato in una realtà bella ed affascinante che ha avuto grande successo perché abbiamo replicato oltre 100 volte è una bella sensazione, ho avuto la fortuna di avere grandi maestri: Beatrice e Nicola che mi hanno aiutato”.

Oltre ad essere un grande sportivo è conosciuto per le sue doti di comunicatore, quanto contano nell’essere attore? “Certo parlare è utile, il linguaggio teatrale però non è quello giornalistico, in questi anni ho cercato di essere efficace nel giornalismo, nel dire la mia opinione su vari argomenti però a teatro è diverso, c’è un copione strutturato che deve restare spontaneo, è un’esperienza molto bella e questo ha accelerato il passaggio da atleta a giornalista ad attore, certo sono molto felice, ma ti confermo che l’ho fatto perché non sapevo a cosa andavo incontro”.

Bisogna mettersi sempre in gioco, ci racconti del progetto del Campionato Europeo Veterans: “Vorrei tanto essere ancora atleta, ma a 51 anni, non si può, sono giornalista, faccio l’attore, sono 2 identità che si sposano con tranquillità, per quanto riguarda i Veterans o dei Masters, la Federazione Europea di pallavolo ha organizzato i campionati europei over 40, ci siamo ritrovati con i miei cari amici qualche anno dopo a giocare a pallavolo, una buona pallavolo che è riuscita a vincere gli europei, la cosa interessante era poter godere della vicinanza, dello stare insieme”.

La pallavolo è uno sport di squadra, quanto è importante avere una squadra per vincere nella vita? “Credo che qualche volta si esagera dicendo che lo sport è maestro di vita, può esserlo a certe condizioni: passare tanto tempo con gli amici, faticare insieme, sudare, litigare, far la pace, impegnarsi insieme è una grande esperienza, in questo la pallavolo è l’unico sport di squadra che per regolamento ti obbliga a passare la palla, il compagno non è mai un ostacolo, i pallavolisti crescono sapendo che è importante contare sulla squadra per vincere.”

Una vita da sportivo spinge alla disciplina, i giovani d’oggi non la amano è d’accordo? “La disciplina è importante, ma se è fine a se stessa è solo un’imposizione, avere la capacità di restare concentrati, di non distrarsi, di andare avanti anche quando sei stanco ed affaticato è un grande valore in ogni campo, importante è trovare un equilibrio, adesso c’è il rischio di un eccesso di distrazione per i giovani”.

Come vede oggi lo sport in Italia ed in particolare la pallavolo? “Lo sport è cambiato, i mass media, gli interessi economici sono più importanti rispetto al passato,ma già negli anni ‘90 lo sport stava iniziando questo processo, il mondo cambia velocemente, adesso viviamo nella virtualità, dalla tv ai social ai video game, facciamo fatica a distinguere che la nostra vita è fatta di contatti con le persone, di parole e a volte ci perdiamo nel cyber spazio ed è pericoloso. Lo sport ha il ruolo di tirarci fuori, non puoi fare sport virtuale, è un aggancio alla realtà, ma lo sport non è la panacea di tutti i mali ed ha cose belle e brutte”.

Quale è stata la sua più grande emozione e quale la sua più grande delusione in carriera? “Il momento più bello sono state le vittorie ottenute nell’ 89 e nel 90 con l’ Europeo ed il Mondiale non solo per importanza, ma perché era la 1° grande sorpresa, un sogno che si realizzava. Delusioni sono state le 2 sconfitte olimpiche, è più difficile accettare la sconfitta di Barcellona del ‘92 si uscì nei quarti di finale rispetto al ‘96 ad Atlanta in cui si perse in finale, ad Atlanta si giocò una buona Olimpiade.”

Quando è nata la passione per la pallavolo?”Da ragazzo ero troppo alto, i miei amici e mi prendevano in giro, un professore mi consigliò di dedicarmi allo sport ed inizia i a giocare a pallavolo perché era vicino casa. Fu una casualità. Ciò mi ha ha permesso di crescere, fare bellissimi viaggi, conoscere tante belle persone.”

Bisogna sempre reinventarsi? “L’unica cosa certa nella nostra vita è il cambiamento, è una cosa che accade tutti i giorni, qualche volta è impercettibile e non lo noti altre volte sono grandi cambiamenti, l’unica cosa certa è che domani non sarà come oggi. E’ strano che siamo così preoccupati del cambiamento l’unica idea è provare ad affrontarlo con coraggio e passione, una parola abusata nel mondo moderno è qualcosa di piacevole, ma essa è pathos, dolore, sofferenza, impegno, sudore, la passione è necessaria, se è hobby perde il suo obbiettivo”.

Cosa c’è nel suo futuro? “Abbiamo debuttato con un nuovo spettacolo sulle antiche Olimpiadi, un viaggio nel tempo, passando da Atene, Sparta ad Olimpia. Un lavoro completamente diverso, non racconto la mia storia, ma racconto una storia che è di tutti, questo è il mio nuovo progetto per il futuro che andrà in scena in tutta Italia e continuerò a collaborare con Sky come giornalista”.


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Seguimi nel buio, il nuovo libro di Simonetta Santamaria

in Anna Lamonaca Blog/La Cultura by
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La grande Signora del Thriller Partenopeo, si racconta in una bella intervista al nostro giornale in occasione dell’ uscita del suo nuovo libro “Seguimi nel buio”:

Un articolo di Anna Lamonaca
Un articolo di Anna Lamonaca

Simonetta da dove trai humus per le tue storie? “Da qualsiasi cosa. La mia forma mentis mi consente di prendere spunto dalla quotidianità, da dettagli comuni che in un soggetto normale non lascerebbero traccia, ma si sa, gli scrittori sono personaggi particolari; alcuni un po’ di più.”

 Intervistiamola…

Hai scritto romanzi di successo, i lettori restano affascinati dai tuoi personaggi, se ne affezionano, ma vengono anche turbati dalle tue storie spesso sconvolgenti. C’è qualcosa di autobiografico?

C’è sempre una componente autobiografica nelle mie storie, mi serve per poterci metter quel “sentire” intenso e verosimile che voglio trasmettere ai lettori. Ci sono sprazzi di me in ogni personaggio dal momento in cui mi pongo la domanda “che farebbe?” Se non conosci qualcuno non puoi rispondere, l’unica è farlo somigliare e te; in tal modo non potrai sfuggire alla verità, ed è quella che i lettori percepiscono ed apprezzano, perché ci si possono ritrovare.”

Tra i tuoi personaggi vi sono figure che attirano l’attenzione per la loro apparente perfezione, salvo poi nascondere spesso qualcosa d’oscuro. Il male si nasconde nelle persone più integerrime anche nella realtà?

I miei personaggi rispecchiano l’uomo comune. Hanno sentimenti reali, amano ed odiano, hanno fame e sete. Sono umani e pertanto fallibili, dotati di debolezze, non percepiscono il loro lato oscuro finché la vita non li mette alla prova ed è quello che accade a ognuno di noi. Io sono una fervente sostenitrice del dualismo umano. Nessuno è solo buono o solo cattivo. Bene e Male sono 2 facce di una stessa moneta, moneta che la vita lancia in aria continuamente: tutto dipende da che lato cade.”

 

“Seguimi nel buio” è un  thriller psicologico molto potente, vuoi parlarcene? “Sono contenta che tu lo definisca “potente” perché, come per il precedente “Io Vi Vedo”, anche questo è stato un romanzo tutt’altro che facile da scrivere. È la storia di Valerio e Luce, un ragazzino autistico ed una psicopatica assassina senza alcuna possibilità di comunicazione che tuttavia riescono ad entrare in contatto e ad interagire. Come? E qui viene il bello della storia.”

Mi ha incuriosito una frase: “Siete così presi dalla vostra piccola, inscatolata realtà che non vi accorgete dell’universo psichico che pulsa attorno a voi. È la Rete. Cos’è Insanet? “Eccolo qua, il bello. Insanet. È la sincrasi di Insane (folle, squilibrato) e Net (rete, intesa come network), e rappresenta una sorta di rete neurale attraverso la quale le persone affette da patologie intellettive e cerebrali riescono a comunicare: autismo, Alzheimer, coma profondo, tutti stati preclusi ai cosiddetti “normali” ed è così che Valerio e Luce iniziano la loro storia, in bilico tra il tenero ed il perfido. Ai lettori scoprire come.”

 

Valerio è autistico: quanto è difficile entrare nel mondo psicologico di un autistico e descriverlo?

“Come ho detto, è stato un romanzo molto impegnativo. Entrare nel mondo dell’autismo mi ha costretta ad affrontare il problema da diverse prospettive. Ho letto e studiato tanta roba, interpellato specialisti, figurato scenari a me ignoti. Mi sono calata nel personaggio di Valerio dopo averlo delineato fin nei minimi dettagli; un bambino con cui entrare in empatia, per cui provare tenerezza, su cui scatenare il mio istinto materno. Sono rimasta spesso chiusa nel mio studio in silenzio, ad oscillare, nella speranza di entrare in lui. Lo stesso ho fatto con Luce, che tra devianze e psicosi possiede degli umani sentimenti di donna e madre mancata. Gli atteggiamenti psicotici di quando si interfaccia con lo psicologo clinico che la segue, sono studiati nei minimi dettagli secondo alcune trascrizioni che sono riuscita a reperire.”

La neuropsichiatra infantile Christina Kindermann, grazie alla sua pazienza e competenza è l’incarnazione del bene, è colei che capisce che qualcosa non va. Dove hai tratto ispirazione per questo personaggio?“Non so bene. Sapevo solo che per trattare certi casi ci vuole una grande esperienza, ma anche un certo tipo di carattere. Una sera ho visto un film in cui c’era Katy Bates, in una veste molto diversa da quella a cui ci hanno abituato i vari Misery non deve morire e Dolores Clayborne. Aveva un volto bello, tranquillizzante, con i capelli brizzolati corti. Ho pensato ecco, quella è la mia Christina, il resto l’ha fatto da sola.”

 

Nei tuoi libri racconti il lato noir della realtà, secondo te perché i lettori sono così attratti dal male? “Non so se i lettori siano davvero attratti dal male, e se lo sono probabilmente è per esorcizzarlo visto che è attorno a noi nel quotidiano: basta vedere un telegiornale o aprire un giornale. Credo però che i lettori, gli appassionati del genere soprattutto, vogliano una bella storia, originale che li sappia tenere inchiodati alla pagina.”

 

Il libro ha partecipato al torneo letterario “IoScrittore”: vuoi parlarci di questa esperienza? Come possono i lettori aiutarti? “IoScrittore è stato il mezzo con cui questo romanzo ha visto la luce. Dopo Io Vi Vedo la Tre60 mi ha comunicato l’intenzione di virare su cose più commerciali quindi mi sono ritrovata con un romanzo finito e nessun editore. “Basta thriller” me lo sono sentito ripetere tante volte. Così mi sono posta la fatidica domanda: potrebbe essere vero, magari i lettori sono stufi, magari sono io che non funziono, quindi, quale test migliore di un torneo in cui nessuno sa chi sei, devi essere giudicato da altrettanti scrittori (peraltro notoriamente spietati con i colleghi) e passare due round di selezioni oltre il vaglio iniziale. Come possono aiutarmi i lettori? Leggendolo e facendolo leggere. In editoria parlano i numeri e i download contano. Non è vero che “basta thriller”, i lettori ci sono e sono affamati, ma gli editori preferiscono importare scrittori stranieri facendoli passare per il fenomeno del momento; in quanto a noi, vogliono trasformarci in cloni. Io combatto da sempre in favore degli scrittori italiani, ma senza il supporto dei lettori possiamo dimostrare ben poco.”

 

Nel prossimo futuro c’è un nuovo libro, vuoi anticiparci qualche cosa? “Nel mio futuro c’è sempre un libro, ma purtroppo, non dipende da me. Per fare un figlio non basta la madre e come fu per il tanto ambito premio Lovecraft di cui ebbi il pregio di vincere l’XI edizione, l’esperimento IoScrittore non avrà di certo un bis, quindi fatevi sentire. Che so, firmate la petizione “vogliamo la Santamaria in libreria”

 

Rispondi ad una domanda che non ti ho fatto… “Se ho mai provato a scrivere qualcosa di diverso dall’horror e il thriller? Un paio di volte, più per esigenze personali che per convinzione. Il genere è, per definirlo, esistenziale, ma non sono mai riuscita a completarli perché non ne sento l’anima, non sono abituata a rendere emozioni diverse al mio lettore, di quelle che gli offro sono certa, ma di queste…Mi sembra qualcosa di banale, inconsistente. Chissà, magari mi scopro brava a far piangere almeno quanto a mettere ansia…”

www.simonettasantamaria.net

 


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