Il Futuro? Solidale…

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Anna Lamonaca

Anna Lamonaca has 18 articles published.

Premio Mia Martini XXIII edizione

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candidature entro il 30 marzo

Un Articolo di Anna Lamonaca
Un articolo di Anna Lamonaca

Il prossimo trenta marzo scade il termine per presentare la candidatura alla XXIII edizione del Premio Mia Martini, ideato dal regista Nino Romeo, istituito nel nome e nel ricordo della celebre artista. L’evento, impreziosito dal patrocinio dell’UNICEF, ha visto nel corso degli anni la partecipazione di grandi nomi della musica leggera Italiana ed internazionale ed è stato il trampolino di lancio di tanti giovani promesse.
La stella di Mia Martini si accende per illuminare la strada di nuovi talenti che sognano un futuro nell’olimpo della musica.
Per presentare la candidatura basta inviare via e-mail, entro il 30 marzo 2017, contenente una demo o video con un brano a proprio piacimento allegando una foto e un breve curriculum al seguente indirizzo: info@premiomiamartini.it.
I prescelti, per la semifinale del Premio, si uniranno alle giovani promesse ammesse durante le varie audizioni svolte in Italia e nel mondo.
Tre le categorie di partecipazione: Nuove Proposte (14/45 anni), Una Voce per Mimì (04/13 anni), Etnosong (riservato alla musica etnica). Per ulteriori informazioni: www.premiomiamartini.it.
I partecipanti, oltre a proporre la propria musica, vivranno esperienze formative con grandi artisti del panorama musicale Italiano. Alla scorsa edizione hanno preso parte: Roberto Vecchioni, Gaetano Curreri degli Stadio, Amedeo Minghi, Chiara Dello Iacono, il tenore Statunitense Ghaleb.
TV, radio e mezzi di informazione seguiranno l’evento con trasmissioni che racconteranno i sogni di tanti giovani talenti.


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Luca Napolitano: cantare è donare me stesso

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Il cantante Luca Napolitano, recente ospite di Sanremo, si racconta

Un Articolo di Anna Lamonaca
Un articolo di Anna Lamonaca

Luca Napolitano è solare, sorridente, si definisce autore e cantautore di sè stesso, conoscitore di ogni minimo angolo della sua vita, maturo, critico e realista in tutto ciò che lo circonda, ma soprattutto più consapevole di ciò che racconta; reduce dall’esperienza Sanremo ci descrive le sue emozioni e ci parla di sè stesso…

Luca, sei stato recentemente ospite a Casa Sanremo, hai respirato aria festivaliera, vuoi raccontarci questa bella esperienza?
“L’ esperienza sanremese è sempre un’opportunità ed una vetrina importante in ogni suo aspetto e sfumatura. Lo è stata anche per me, esibendomi in uno showcase a Casa Sanremo ed anche in altri eventi organizzati nella stessa città, facendo non solo ascoltare il mio ultimo lavoro “Ci Whatsappiamo” ma anche un tributo che ho voluto fare a Luigi Tenco a 50 anni dalla scomparsa e poi è stata anche l’ occasione per incontrare altri colleghi artisti, amici produttori, addetti ai lavori con i quali condividere nuove idee molto positive anche dal punto di vista lavorativo.”

Tra le tante canzoni che hai presentato nello showcase anche il tuo nuovo singolo “Ci Whatsappiamo”, un brano che ha sapore di modernità e racconta di come sono cambiati i rapporti con l’avvento dei social e delle app nella società odierna. Come mai hai scelto proprio questa tematica?
“Ci Whatsappiamo” affronta le tematiche dei social, ma non solo, diciamo che ne dà una lettura profonda. Snocciola quelli che sono i punti salienti delle realtà virtuali, i suoi incastri psicologici, la sua visione superficiale delle cose e delle persone ed allo stesso tempo evidenzia la sua potenzialità se usata bene. Ho scelto questa tematica dopo un’ attenta osservazione della realtà e, come ho già detto più volte, essendo un social attivo, sia nella vita privata che in quella artistica, ne ho voluto scrivere e raccontarne un significato con i pericoli ma anche con le opportunità che essi offrono .”

Dal tuo ingresso ad “Amici” è passato molto tempo, quanto ha influito sulla tua carriera il format della De Filippi?
“Il talent “Amici” è stata una vetrina/palestra importante, mi ha dato l’ opportunità di farmi conoscere al grande pubblico segnando il mio percorso artistico che poi è continuato in questi 8 anni nei quale mi sono messo alla prova imparando a crescere, ad ascoltarmi, a riconoscermi, scoprendo tanti lati e di me importanti. Ho coltivato il dono della scrittura, diventando autore di tutti i miei brani.”

A quale dei tuoi album o singolo ti senti più legato?
“Con il primo album ho un legame inscindibile. Esso rappresenta la mia prima vera realizzazione. Sono molto legato al primo singolo “Forse Forse” ed anche a Maria De Filippi la quale lo ha considerato giusto per me. Il primo EP mi ha consacrato nel firmamento della musica italiana ed è il disco che ha creato un legame forte tra me e il mio pubblico.”

Fai parte della Nazionale Cantanti che è conosciuta per scopi umanitari e benefici ed è qualcosa di cui noi italiani andiamo fieri, lo sport e la beneficenza sono sicuramente un binomio vincente ci credi?
“Sì, ci credo tantissimo da sempre . Noi artisti abbiamo il dovere di aderire alle iniziative sportive o sociali per aiutare il prossimo e stargli vicino con la nostra arte non solo per farli divertire o innamorare ma anche per farli sperare. Diciamo che lo sport in questo caso è una opportunità.”

Sei testimonial nel sociale, quanto è importante per un cantante usare la sua fama a scopi benefici?
“Come dicevo, abbiamo il dovere di ridare agli altri ciò che noi riceviamo ogni giorno, con la nostra arte, mettendo la musica e la nostra vita anche al servizio del prossimo e di chi ha bisogno di noi.”

Sei stato anche protagonista del film “A sud di New York” di Elena Bonelli, non si può proprio dire che ti annoi, con quale spirito hai vissuto anche questa esperienza?
“Con lo spirito positivo, è stata un’ esperienza duplice sia perché ho cantato e ho reso la musica protagonista di un film e sia perché mi sono cimentato nell’arte cinematografica che fin ad allora non avevo mai fatto. Quindi posso dire positiva ed entusiasmante.”
Cosa significa cantare per te?
“Significa donare me stesso, tutto ciò che sono, tutto ciò che ho. Significa passione , lotta e perfezione. Non saprei pensarci diversamente da questo.”

C’è qualcosa che vorresti consigliare ad un giovane che vuole intraprendere la tua stessa carriera?
“Innanzitutto restare se stessi indipendentemente dal resto, non fermarsi davanti ai tanti no e non entusiasmarsi ai primi si. Restare in equilibrio, camminare o anche correre con i piedi ben saldi a terra e non perdere mai il contatto con la realtà, renderla vera ogni giorno di più.”

Hai progetti per il futuro, vuoi raccontarceli?
“In questo momento sono impegnato con la realizzazione del nuovo album. Nel nuovo progetto troverete tante sfumature e lati inediti della mia persona. Un uomo che vuole più fuoco nella sua vita. Il resto poi lo scoprirete solo seguendomi.”


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Marco Peluso racconta “Macerie”: un libro per Amatrice

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Un’iniziativa nata da un gruppo di scrittori mossi da un intento benefico

Un Articolo di Anna Lamonaca
Un articolo di Anna Lamonaca

Macerie è un’antologia di racconti edita da Le Flauners edizioni il cui ricavato andrà in favore alle vittime del terremoto che ha colpito nell’agosto 2016 le città di Amatrice, Arquata e Pescara del Tronto, Accumoli e Montereale. Il progetto nato da un’idea degli scrittori Marco Peluso, Maddalena Costa e Claudio Santoro può vantare la prefazione di Antonella Cilento ed è stato presentato a Napoli presso il Portico340, un pittoresco bar letterario del centro storico. In occasione di questo evento Io Giornalista ha intervistato Marco Peluso che ci ha introdotto nel “mondo” di “Macerie”:

Il libro è un antologia di racconti nata con un intento benefico, vogliamo parlare di questo progetto? “Macerie è un’idea nata da un autore che per motivi personali ha deciso in seguito di lasciare il progetto. Fu lui a chiedermi, se volessi partecipare a una raccolta di racconti per raccogliere fondi a favore delle vittime di Amatrice, terremoto a suo tempo primo fra i diversi sismi che hanno colpito il centro Italia. Inizialmente fui riluttante a tale iniziativa. Avevo due romanzi da finire e poco interesse per una cosa che mi sembrava alla “Barbara D’Urso”. Ma dopo due giorni ci pensai su, ragionando su come al di là della raccolta fondi, una tale iniziativa fosse in grado di dare alle persone un’altra visione di un terremoto: il terremoto quotidiano. Quello che affrontiamo ogni giorno e spesso rade al suolo le nostre certezze. Così dissi di sì e subito contattai Maddalena Costa e Claudio Santoro; autori e con me coordinatori di Macerie. “

18 storie, 13 autori, è stato difficile fare una selezione dei testi? Chi ti ha aiutato? “Non è stato per niente facile selezionare gli autori, nonostante i miei contatti e quelli degli altri coordinatori. Meno di un anno fa mi occupai di un’altra antologia da me ideata e realizzata con altri scrittori. Proprio per questo ho scelto gli autori di Macerie, assieme agli altri coordinatori, con maggiore maturità e così gli altri coordinatori che hanno proposto altri nomi.”

Qual è il fil rouge che lega questi racconti? “Il filo che lega i racconti è senza dubbio l’imprevedibilità della vita e la fragilità umana. Un terremoto giunge spesso senza preavviso e distrugge tutto, proprio come accade nella vita di tutti i giorni. Crediamo che delle cose, una posizione sociale o degli affetti possano darci la vita, ma in un attimo tutto crolla e ci troviamo soli, doloranti, feriti, stremati a strisciare fra polverose macerie. In fondo ciò che unisce i racconti si può definire in un unico termine: la natura umana. La vita, tremendamente imprevedibile, e come in un attimo possa sfuggirci di mano.”

I personaggi presentati hanno vissuto “un crollo” interiore, una sorta di parallelismo con i “crolli” prodotti dal terremoto, ma come ci si risolleva da tutto questo? “Attenzione, noi autori e i nostri personaggi, non abbiamo la pretesa di insegnare niente. Non siamo dei guru né i nostri personaggi sono degli eroi, anche se purtroppo la letteratura attuale (più che nel passato) è piena di autori che si credono maestri di vita. Spero, infatti, che siano le fragilità dei personaggi di Macerie, e non gli autori, a donare qualcosa ai lettori. Perché qui non incontrerete eroi, ma persone fragili come noi tutti e forse proprio entrare in empatia con loro, vedendo così noi stessi, ci permetterà di capire non quale sia la giusta via da seguire, ma la via sbagliata da non seguire.”

Dal libro appare chiaro il messaggio esistenziale che l’insicurezza, la precarietà facciano parte della nostra società moderna… E’ così? “La nostra società è precaria in tutto, persino in ciò che dovrebbe essere la chiave della vita, ossia il diritto alla sopravvivenza. Dal punto di vista economico, viviamo in un paese fallimentare in cui cerchiamo di mantenere ancora uno stile di vita da “Primo mondo”, senza renderci conto di far parte del “Secondo mondo” ormai. Le paghe non sono proporzionate al costo della vita. Si vive faticando ad arrivare a fine mese, mentre la nuova borghesia si arricchisce, i poveri diventano sempre più poveri. Vogliamo parlare del lato umano e culturale? Esistono persone che possono ritenersi fortunate guadagnando 900 euro al mese facendo lavori umilianti, e nella stessa nazione altre persone possono pagare una retta annua di 10.000 euro per una scuola di scrittura quale la Holden. Questo dislivello era chiaro da prima, ma ciò che ora è forse più chiaro è quanto anche l’ambito culturale della nostra nazione sia qualcosa destinato solamente a una classe di pochi privilegiati, rendendo così precari non solamente i sogni di migliaia di persone, quanto i canali informativi, culturali, artistici e mediatici dello stesso paese. Viene da chiedersi: “Chi domani insegnerà ai nostri figli e cosa?”.

Nei racconti non si narra solo il male, ma anche le possibili ricostruzioni; in essi infatti sembra emergere il bagliore della speranza, è vero? “Questa è una cosa che lascio decidere ai lettori. Non vorrei sembrare troppo filosofico, ma la speranza in fondo è sempre presente nella natura umana, anche quando si crede di non averne più. La speranza è ciò che ci impedisce di ucciderci; a volte è un bene, a volte la si vive come il peggiore dei mali, perché diffonde in noi le metastasi dell’illusione. Eppure è sempre viva e pulsante in noi, anche quando stiamo al tappeto, piangendo, urlando e soffrendo per un destino avverso”.

La prefazione è stata redatta dalla scrittrice Antonella Cilento, come nasce la vostra collaborazione? “È da ottobre che studio sotto la guida di Antonella presso i suoi laboratori Lalineascritta e devo dire che è nata subito una forte empatia tra noi. È una donna eccezionale e mi ha sorpreso quando, chiedendole se volesse realizzare la prefazione per Macerie, mi rispose subito di sì.”

Quali sono le prossime date di presentazione del libro e dove si può acquistare? “ Il 24 marzo presso il centro polifunzionale L’Oasi a San Giovanni a Teduccio (Napoli). Centro realizzato dall’Associazione “Figli in Famiglia”, di cui mia zia Carmela Manco è presidente, e che opera da circa 23 anni sul territorio per la tutela dei minori e delle famiglie. Tutti gli autori sono impegnati a realizzare diverse presentazioni in tutta Italia. Potrete consultare il calendario sulla pagina Facebook di Macerie, e per chi volesse, il libro è disponibile presso il sito della Le Flaneurs edizioni, o su Amazon.”

Perché leggere Macerie? Ebbene si, vi sto invitando ad autopromuovervi… “Come direbbe Maddalena Costa “Marco, tu non sei bravo a venderti”. Ed è vero! Non lo sono. Ma se dovessi darvi un motivo per leggere Macerie, senza dirvi che bravissimi autori si sono impegnati e che esistono, a mio dire, racconti che sarebbero degni di grandi case editrici, allora vi direi che Macerie contiene racconti con un’anima. Posso dirvi che Macerie è un’antologia che è costata lacrime agli stessi autori ed è un libro degno di essere letto.”

La Cilento nella sua prefazione afferma che “Stiamo diventando tutti macerie”, sei d’accordo con questa sua definizione? “Credo che Antonella sappia il fatto suo e sono pienamente d’accordo con lei. La nostra società è governata da capre e seguita da caproni, chi non vuole piegarsi viene affamato ed esiliato in ogni modo. Siamo tutti pietrificati su noi stessi. Viviamo per un piacere effimero e quando crediamo di star costruendo qualcosa, lo stiamo facendo su macerie instabili. La nostra vita è fatta di un lavoro odiato, di affetti odiati, di cose che accumuliamo. Siamo simili a telespettatori inchiodati a una sedia che fissando una scena d’azione urlando “Ah, ma se ci fossi io lì”, senza accorgersi che si trovano lì e non stanno facendo niente che la loro vita sta svanendo in una routine fatta di frustrazioni, rancori, invidie, e dolore. Antonella ha menzionato Cortázar, in “Casa occupata”, degli “invasori” occupano una casa, recludendo i due abitanti in una sola stanza. Loro vanno via. Lasciano la casa tanto amata, rassegnandosi al destino crudele. Cortázar è stato un maestro di realtà. Più realistico (nella sua fantasia) di autori quali Carver o Bukowski, eppure mi piacerebbe che qualcuno avesse lottato per quella casa. Farlo significherebbe non essere “macerie”.

Marco, parliamo di te, scrivi romanzi, racconti storie crude e reali, hai uno stile molto particolare e crudo, quando nasce la tua passione per la scrittura? “Io scrivo da sempre, da quando ero bambino; dapprima poesie d’amore, poi racconti sulla scia di Bukowski e poi via con i romanzi, sto vivendo tanti cambiamenti negli ultimi anni. Il mio primo libro fu 20.000 leghe sotto ai mari. Avevo solo 10 anni quando lo lessi e da allora mi innamorai della lettura. Lessi tanti classici trovai la mia voce leggendo Shakespeare (a mio dire l’autore più completo di tutti), divorando tutte le sue opere. Fu però “Opinioni di un Clown” a dare il via alla mia vera passione. Quello che a oggi è il mio libro preferito. Da allora non mi sono mai fermato.”

Cosa rappresenta scrivere per te? “Cosa rappresenta per te respirare?”

Sei molto attivo in campo culturale, vuoi anticiparci qualche tuo progetto futuro? “Progetti futuri?  “Al momento ho “a terra” due romanzi: “Nuda” e “Lei” che rivedo di continuo. Sono dei mattoni di 520 pagine e 400 pagine che invierò solamente a grandi case editrici quando sarà il momento. Intanto sto finendo il mio ultimo romanzo, “La finestra chiusa” un libro forse più doloroso di tutti. Ho intenzione di scrivere una raccolta di racconti su Napoli, chiamata “Vicoli”.


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Fabrizio Moro in “Vinile” per il decennale di “Pensa”

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In gara al festival di Sanremo, festeggia con un vinile i 10 anni dall’uscita di “Pensa”

Un Articolo di Anna Lamonaca
Un articolo di Anna Lamonaca

Pensa è ad oggi l’album più venduto di Fabrizio Moro, quello più amato, dedicato alle vittime della mafia, vincitore del Festival di Sanremo 2007, del Premio Mia Martini della Critica e del Premio Radio & Stampa. Il brano venne supportato da un videoclip diretto da Marco Risi con la partecipazione di Rita Borsellino e molti degli attori del film Mery per sempre che lo stesso Risi aveva diretto nel 1989. Con la versione video di Pensa si aggiudica il Premio Roma Videoclip 2007. Sempre nel 2007 e per questo album a Fabrizio Moro viene assegnato, per il valore Musical-Letterario, il Premio Lunezia. Fabrizio nel 2007 partecipa anche al Festivalbar e apre le date del tour di Vasco Rossi.


Per celebrare i anni dall’uscita dell’album di Fabrizio Moro (2007/2017), già disco di platino sia come album che come singolo omonimo, per la prima volta viene stampata (con all’interno anche la riedizione del CD) un’edizione speciale in vinile a 180 grammi, rimasterizzato ad hoc per questo supporto sempre più rivalutato dagli amanti della musica. L’uscita LP+CD e quella solo CD è stata il 3 febbraio. Grande esclusiva per la versione LP+CD in preorder dal 27 gennaio sul sito www.musicfirst.it: le prime 200 copie sono autografate di pugno dall’Artista.


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Applausi per Luca Napolitano a Casa Sanremo 2017

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Grande successo per lo showcase tenuto a Casa Sanremo

Un Articolo di Anna Lamonaca
Un articolo di Anna Lamonaca

Ha riscosso successo lo showcase che Luca Napolitano ha tenuto a Casa Sanremo, l’hospitality del Festival sita al Palafiori, nella serata di martedì 7 febbraio. Il cantante ha coinvolto il pubblico nella sua intima e singolare perfomance esibendosi, accompagnato dalla sua chitarra, in un medley di due brani: il suo ultimo singolo “Ci Whatsappiamo” e il primo successo “Forse forse”, per poi concludere con una personale e commovente interpretazione del brano “Vedrai vedrai” di Luigi Tenco, omaggio al grande artista scomparso a Sanremo nel 1967.

Alla fine dell’esibizione, Luca ha ringraziato i presenti, l’organizzazione di Casa Sanremo, ha inviato il suo personale in bocca al lupo a Carlo Conti e Maria De Filippi, ha salutato i fan, concedendosi alle domande della stampa.
Il cantante si tratterrà nella città ligure per seguire da vicino il Festival della canzone italiana e prendere parte a varie trasmissioni televisive e radiofoniche.


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Gianni Marino presenta Salutami Mario e si racconta

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Attore, regista di corti, cabarettista, originario di San Giorgio a Cremano: lo intervistiamo

Un Articolo di Anna Lamonaca
Un articolo di Anna Lamonaca

Tra i suoi sketch più conosciuti, nati dalla sua genialità troviamo personaggi come “Gennaro Macleod l’Highlander napoletano”, “Ken il fidanzato di Barbie”, il “Toy Boy gigolò” accompagnatore di donne di una certa età, e lo strepitoso “Calciatore ambito”.
In occasione della presentazione di un suo nuovo cortometraggio-commedia sentimentale “Salutami Mario” lo abbiamo intervistato per voi…

Gianni Marino è un personaggio particolare, fuori dagli schemi prestabiliti, non si definisce né regista, né comico, ma una persona che respira arte che senza  ne morirebbe, nel vero senso della parola, si definisce un artista umilmente parlando, ma non c’è una definizione, non vuole essere etichettato, non è né comico, né regista, nel senso che un progetto è suo se l’ha nel cuore e se l’ha voluto lui”.

Parliamo di Salutami Mario:  “Amo il mondo cinematografico, faccio il comico, ma sogno il cinema, quando posso produco cortometraggi. Salutami Mario è il mio nuovo lavoro, una commedia sentimentale sotto forma di cortometraggio in cui io sono attore, regista e sceneggiatore, ho tratto ispirazione per questa commedia dal rapporto di coppia, nei tempi moderni è difficile fidarsi dell’altro. La trama è semplice, si tratta di una storia d’amore e di gelosia tra Luca, giovane imprenditore e Laura una professoressa che andrà a lavorare fuori Napoli. Un amore fatto di difficoltà di coppia generate dalla lontananza  e ci sarà un colpo di scena finale. Nel cast a recitare con me, Martina Amato ed Andrea Aiuto. Sono molto fiero di questo mio corto che presenterò a molti festival.”

Uno dei tuoi corti molto premiato è Irregularity:

“Irregularity” con la regia di Kader Alassane un regista che ha vinto il Leone d’ oro al festival di Venezia un po’ di anni fa; interprete femminile Maria Rosaria Virgili, la tematica trattata è lo sfruttamento sul lavoro”.

Sei sempre interprete dei tuoi corti?

“I corti sono quasi tutti scritti ed interpretati da me; con essi ho partecipato a vari concorsi ed ho vinto un paio di premi, tra cui nel 2013 il Drago d’oro”.

Per quanto riguarda i tuoi personaggi presentati in Tv. Quando hai scoperto di avere una certa vena comica?

“E’stato tutto un crescendo, fin da piccolo ero molto timido e poi grazie ad un’esperienza televisiva alla Rai, un amico del palazzo m’invitò,  iniziai a fare un po’ di teatro. Ho sempre avuto una passione per la comicità, scrivevo, scrivevo, ma non provavo mai nulla, non sapevo nemmeno se funzionasse, mi trovai a fare un provino al “Tam- Il tempio del Cabaret” e poi studiando, provando, iniziai a proporre al pubblico alcuni personaggi che sono nati da una maturazione ed uno studio approfondito. Spesso gli amici mi chiamano e mi chiedono:”Portati a mio cugino è un tipo simpatico”, ma per fare comicità vera non serve solo la simpatia, senza studio, non si può fare niente.”

Da dove trai ispirazione per i tuoi sketch?

Più che trarre ispirazione, solitamente propongo molti personaggi al pubblico, però poi bisogna capire qual è quello che più mi si addice ed è nelle mie corde; negli anni su Sky portai Ken il fidanzato di Barbie e fu un successo, poi proposi Macleod l’Highlander napoletano perché io sono fan sfegatato del film, ho inventato poi il personaggio del “Toy Boy” cioè il gigolò per anziane perché credo che sia una realtà cruda e vera nel mondo d’oggi, è una moda che spopola soprattutto tra signore ricche di una certa età, ci ironizzo in maniera surreale ed infine il calciatore ambito”.locandina-gianni-marino-logo-nuovo-made-in-sud-1-buonissima-778x1024 (300 x 395)

Gianni ti rifai a stereotipi del nostro mondo presi di mira non solo per farci ridere, ma quasi sempre per farci riflettere su tematiche molto importanti in chiave comica e ironica. A quale dei tuoi personaggi ti senti più legato?

“Highlander è il primo personaggio che ho realizzato e che propongo tutt’ora nei miei spettacoli live, credo che sia il pezzo più forte e più bello dello spettacolo, è sempre surreale e popolare allo stesso tempo”.

Qual è il tuo rapporto con il pubblico?

“Nei miei live il rapporto con gli spettatori è sempre alquanto giocoso e nonostante a volte sia eccessivamente confidenziale, le persone capiscono che è per scherzo, un rapporto tranquillo, ma focoso allo stesso tempo”.

Made in sud?

E’ per me una grande famiglia formata da brave persone che lavorano da anni insieme e con affiatamento”.

I comici in realtà sono tristi, nascondono una tristezza di fondo è vero?

Io non sono Dr Jekyll e Mr Hyde, sono una macchina quando lavoro, nel mio privato  sono un po’ riservato, ma non sono una persona triste”.


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Andrea Benelli, la musica è la mia vita…

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Un articolo di Anna Lamonaca
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Io Giornalista Tv intervista il pianista e compositore Andrea Benelli che dopo una carriera ricca di soddisfazioni e un’esperienza alla Scala di Milano ha realizzato il suo primo ambizioso progetto musicale l’Album intitolato “Tiamoforte”…

 Andrea Benelli è emozionale, diretto, semplice e complicato allo stesso modo; si definisce come uno che pensa molto, a volte troppo; è istintivo, a volte troppo, dolce e romantico, forte ed energico allo stesso modo; preciso e ordinato, a volte troppo; meticoloso e sempre alla ricerca della perfezione, introduce se stesso e il suo mondo musicale in una profonda intervista:

A quanti anni ti sei avvicinato alla musica? “I miei genitori hanno sempre ascoltato musica; mia madre in particolare prediligeva la musica lirica. Entrambi cantavano. Sin da piccolo ho avuto modo di ascoltare le più grandi opere ed esecuzioni. I primi passi li ho fatti all’età di 4 anni; i nonni mi avevano regalato una pianola e suonavo ad orecchio. All’ età di sei anni iniziai a studiare con il maestro Francesco Manenti che mi prese sotto la sua ala protettrice e mi diede le basi tecniche/musicali al pianoforte e poi all’organo fino all’età di 14 anni. Un grande compositore al quale devo tantissimo. Mi piacerebbe fosse qui per avere un suo parere. Anche se credo fermamente che da lassù in qualche modo mi abbia aiutato a muovere le mani in questi brani”.

Quando hai compreso che essa era diventata parte fondamentale della tua vita? “Il rapporto con la musica è stato sempre molto particolare. È come se fosse stata sempre lei a ricordarmi di essere importante per me. Nei momenti di sfiducia, quando ho dovuto scegliere tra il calcio e la musica, quando volevo abbandonarla per fare tutt’altro lavoro, alla fine mi ha richiamato sempre a lei. Ho capito solo da qualche anno che la musica per me è tutto, è il mio mezzo di comunicazione per gli altri, è il mio donarmi agli altri”.

Dopo un lungo percorso di studi, hai iniziato la collaborazione col Teatro della Scala in cui hai lavorato con i più grandi direttori c’è qualche ricordo in particolare che vuoi raccontarci?  “Ho tantissimi bei ricordi degli 8 anni trascorsi al Teatro alla Scala. Le tournée in tutto il mondo, le esecuzioni di Petruska di Stravinskij in Teatro, la dolcezza e l’espressività che riusciva ad incarnare con le sue mani il maestro Georges Prêtre, venuto a mancare da poco. Vi racconto un aneddoto che oggi ricordo con il sorriso, ma allora, vi posso assicurare, è stato imbarazzante, perché son stato ripreso dal Maestro Riccardo Chailly durante una prova. Ero così incantato, concentrato, curioso nel sentire il suono dell’orchestra, l’esecuzione dei miei colleghi che sempre ad altissimo livello esprimevano la musica, la figura di questo direttore che indirizzava il suo volere con le mani, con il corpo che ho perso completamente la mia entrata al pianoforte. Il Maestro si ferma, mi guarda, io lo stavo guardando, e mi dice: “non c’è il pianoforte?” Io volevo sprofondare!!! Da lì ho imparato a gestire l’attenzione nell’ascolto della bellezza del suono che i miei colleghi insieme al direttore creavano con l’attenzione a quello che avrei dovuto suonare io per una fusione tutti insieme”.

Hai collaborato fino al 2013 con l’Orchestra, la Filarmonica e i Cameristi del Teatro alla Scala in qualità di organista, pianista e clavicembalista, tra tutti questi strumenti quale preferisci? “Da piccolo sono sempre stato incantato dall’organo. È stato uno dei giorni più belli della mia infanzia, quando il mio primo maestro durante la lezione al pianoforte, mi ha portato nell’altra stanza dove c’era l’organo, mi ha fatto sedere e ha cominciato a darmi le prime lezioni tecniche organistiche. Il clavicembalo invece non è mai stato il mio prediletto, anche se ha contribuito notevolmente alla mia crescita musicale. Ho preso il diploma sperimentale e ho eseguito brani oltre che al clavicembalo anche al fortepiano e al clavicordo eseguendo con i Cameristi del Teatro alla Scala molti concerti in Italia e tournée all’estero. E per ultimo c’è il pianoforte. Lo strumento che ho utilizzato di più per tutti questi 30 anni di musica. Ho accompagnato strumentisti, cantanti, con la musica da camera, sinfonica e lirica. Ho fatto esibizioni con musica pop, musica da film e tanto altro. É lo strumento che più adoro, lo ammetto, è il mio preferito. Con lui ho la possibilità di trasmettere in maniera diretta l’espressività che mi appartiene”.

Quando hai deciso d’intraprendere il nuovo percorso musicale come pianista solista? Come mai questa decisione? “Sin da piccolo ho sempre avuto la predisposizione a voler essere protagonista, fa parte del mio carattere. Gli spettacoli a scuola, nello sport, nell’animazione, negli eventi che organizzavo all’oratorio. Con la musica è successa la stessa cosa. Avevo l’esigenza di far qualcosa di mio ed è successo circa 4 anni fa”.

“Tiamoforte”, Musica, energia per la vita, è il coronamento di un intenso lavoro artistico durato due anni. Vuoi parlarcene? “Tiamoforte è la mia più grande soddisfazione. È stato l’esame più difficile che abbia mai dovuto affrontare: ha messo a dura prova la mia tenacia, la mia forza, le ansie e le angosce. Con questo lavoro ho risposto a tutte le volte che la musica mi chiamava. E devo ringraziare Giovanna Caravaggio mio mentore e mia guida, una grande amica divenuta anche il mio produttore e la mia famiglia per avermi sostenuto.”

Perché questo titolo? “Il titolo è venuto una sera durante la riunione con Giovanna Caravaggio e il mio ufficio stampa Mauro Caldera. Volevamo trovare un titolo con la parola pianoforte e io volevo che venisse aggiunta la parola amore, perché nell’album racconto spesso questo valore importante nella vita di ognuno di noi. Tra un giocare con le parole e un altro ho trovato “Tiamoforte” ed è piaciuto tantissimo.”

L’album contiene 13 tracce strumentali che esplorano le infinite emozioni che ad oggi hanno accompagnato la tua vita perché questa scelta? “Perché la mia vita mi ha trasmesso tanto, perché ho vissuto a 360 gradi tutte le emozioni positive e negative che mi ha dato.”

Come nascono i tuoi brani? “Alcuni nascono dalla mia immaginazione: mi catapulto in un posto e immagino; altri nascono pensando alle mie esperienze e scrivo quello che ho provato; in altri compongo una melodia dolce perché in quel momento sono triste e ho bisogno di coccolarmi; in altri l’esatto opposto e scrivo brani drammatici; altri ancora nascono semplicemente dopo ore al pianoforte ad improvvisare.”

In questo campo hai ricevuto grandi soddisfazioni, ma c’è stato qualche momento in cui hai perso fiducia? “Se non succede non saremmo esseri umani. Credo sia normale avere momenti in cui si perda la fiducia in quello che si fa, in quello che si vorrebbe fare. La vita ti da grandi soddisfazioni, ma forse ti da più porte sbattute in faccia.”

Cos’è la musica per te? “Per me la musica è tutto, lo posso dire con grande sincerità; è l’unica cosa che conta in questo momento. Per lei amo e ho amato, soffro, faccio sacrifici, sono dolce e premuroso, ho studiato molto, moltissimo e studierò sempre, le devo molto, le devo tutto, tutta la mia vita. “

Parlaci dei prossimi progetti per il futuro: “Il progetto è di portare live questo album. Girare l’Italia, l’Europa, il Mondo con Tiamoforte. Non poco ambizioso, ma non sarebbe un mio progetto se non fosse così!!! (Risata). Sono ottimista e so che riuscirò nell’intento perché nel mio staff, oltre a Giovanna Caravaggio di cui ho già parlato prima, c’è Mauro Caldera il mio ufficio stampa una persona fantastica, competente e disponibile e Filippo Broglia (il mio promoter radio/tv) per 15 anni direttore a Radio Italia, una persona che sa il fatto suo, tutto d’un pezzo sa cosa dire e cosa fare, nel momento giusto e nel modo giusto.  Non può che essere una vittoria. Viva la musica!”

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Mario Pirovano la mia vita con Dario e Franca

in Anna Lamonaca Blog/La Cultura by
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Incontrare Dario Fo, come cambiare la propria vita a 33 anni…

Un articolo di Anna Lamonaca
Un articolo di Anna Lamonaca

E’ una sera del 1983 in Inghilterra, Mario Pirovano, semplice operaio di 33 anni, va a teatro ed in scena  c’è “Mistero Buffo”, uno spettacolo che gli cambierà la vita. A seguire un incontro, quello col premio Nobel Dario Fo e sua moglie Franca Rame che Mario non scorderà mai. Il giovane Pirovano per la prima volta prova l’emozione del teatro, i brividi che l’attore con la sua affabulazione provoca nel pubblico dal palcoscenico, il boato delle risate, gli applausi a scena aperta, ma è solo dopo, nel camerino, che avviene la magia, la proposta di collaborare ed entrare a far parte attiva e stabile della compagnia. E’ un’amicizia che nasce e che porterà  Mario a lasciare il proprio lavoro, a dedicarsi a tempo pieno al teatro come allievo diretto, traduttore e testimone di Dario Fo in Italia e nel mondo. L’attore si racconta al nostro giornale in una straordinaria e profonda intervista …

Si può dire sicuramente che gli incontri cambiano la vita, leggendo la sua biografia, lei si era trasferito infatti a Londra per fare tutt’altro lavoro. L’incontro con Dario Fo e Franca Rame ha davvero cambiato il suo destino? “L’incontro con Dario ha cambiato totalmente la mia vita. Lavoravo in Inghilterra in un’agenzia di viaggi, ed andai a teatro a vedere “Mistero Buffo”, quest’opera mi sconvolse letteralmente, avevo 33 anni, non conoscevo nulla del teatro, ne rimasi incantato. La mia esperienza personale  e questo meraviglioso incontro, sono la dimostrazione che la vita può cambiare in qualsiasi momento, a patto però che tu sia pronto e disponibile al cambiamento. Quando sei chiuso, costruito nella tua quotidianità, allora non hai vie di scampo ed è per questo che suggerisco spesso ai ragazzi, durante i miei corsi, di lasciare sempre una piccola porticina aperta sui sogni, non bisogna mai essere completamente sepolti dalla quotidianità.”

Il teatro è stato sempre una delle sue passioni? “No, assolutamente, ero convinto che il teatro fosse una delle cose più noiose della vita, non ero mai stato ad assistere ad uno spettacolo. Quel giorno andai a vedere Dario, era solo una curiosità perché avevo sentito parlare di lui e di Franca. Sono nato a Milano ed ho iniziato a lavorare molto piccolo, a 14 anni avevo già il libretto di lavoro, ma dei Fo se ne parlava già, sapevo che avevano lottato per i diritti dei lavoratori, per cui essendo figlio di contadini ed operaio io stesso, non ero tanto interessato allo spettacolo, ma alla loro politica. L’occasione era importante per dimostrare loro la solidarietà e la stima di noi connazionali, con altri amici italiani decisi di andarlo a salutare ed omaggiare”.

Cosa ha provato quindi guardando Mistero Buffo? “Guardando lo spettacolo ho iniziato a ridere dall’inizio alla fine. Dopo la rappresentazione siamo andati a salutarli nel camerino, Franca ci chiese di ritornare nei giorni successivi. Il giorno dopo ero già lì ed è stato così per tutto il mese in cui sono stati a Londra per seminari, workshop e spettacoli. Io conoscevo l’inglese ed ho fatto da traduttore per loro quando necessario. Nel loro piccolo gruppo di 4 persone non c’era nessuno che parlasse inglese, ricordiamo che erano i primi momenti in cui il teatro italiano usciva all’estero, così mi misi subito a disposizione. Da quel momento nacque un amore che poi è durato tutta la vita.”

Ha subito iniziato la collaborazione? “Quando partirono, Franca mi chiese se volessi andare con loro a lavorare in Italia. Sembrava una boutade, una cosa da simpatia, invece per la successiva  tournèe Franca mi ritelefonò e mi propose di entrare stabilmente nella loro compagnia”.

Si può dire che è stato un vero e proprio tuffo nel vuoto? “Premetto che avevo un lavoro bellissimo, guadagnavo bene, gli amici non mi mancavano, vivevo nel centro di Londra, in una casa di tre piani, non avevo bisogno di nulla. E’ stato un tuffo nel vuoto perché avevo già 33 anni, ma fui talmente incuriosito da loro e dal teatro che il salto fu immediato.”

Il suo Mentore  ha spesso affermato, “…è vietato calpestare i sogni…”, quanto oggi, a suo avviso, sono rimaste vere queste parole?

“Io mi ricordo benissimo che da ragazzo sognavo ad occhi aperti, molte volte mi capitava nel periodo della giovinezza di rimanere imbambolato a guardare il cielo. Sono stato sempre un sognatore, i sogni non vanno mai calpestati,  bisogna conservare quell’angolino, quello spazio dentro di noi, una porticina aperta sul sogno”.

Mi dia una sua personale definizione dell’essere “attore” … “Per me essere attore equivale ad avere la possibilità di poter incontrare centinaia di persone ogni volta, di essere sempre nuovo pur mantenendo me stesso, provando una gioia infinita ogni volta che salgo sul palcoscenico. Far divertire la gente, sentire il boato delle risate, gli applausi a scena aperta è una gioia immensa, avere la possibilità di poter raccontare queste storie antiche, alcune addirittura antichissime,  riuscendo ad entrare nel cervello delle persone, è una felicità enorme.”

Vi è piaciuto? Continua nella prossima puntata…


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Continua il viaggio nel centro del Mistero Buffo con Mario Pirovano…

in Anna Lamonaca Blog/La Cultura by
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Un articolo di Anna Lamonaca
Un articolo di Anna Lamonaca

Continua la nostra Intervista con Mario Pirovano… Dario Fo è li che ci guarda…

Presto andrà in scena con Mistero Buffo perché proprio quest’opera? “Sono circa 20 anni che porto Mistero Buffo in tutto il mondo, è stata la prima opera a cui ho assistito, me ne sono innamorato ed adesso ancor più. Dario ci ha lasciato, ma secondo me è ancora da qualche parte a farmi ridere, certo Dario è morto, il suo corpo fisico se ne è andato e molti teatri vogliono dedicargli un tributo, ma io sono già anni che porto in giro questo spettacolo”.
E’ stato lo stesso Fo a raccogliere per anni documenti di teatro popolare di varie regioni italiane ed a ricostruirli in uno spettacolo omogeneo, in cui le capacità mimiche dell’attore sono il mezzo principale dell’espressione teatrale. Quanto studio c’è dietro a Mistero Buffo? “Dario ha fatto uno studio su Mistero Buffo che è durato quarant’anni, non un giorno, non ha smesso mai. Oggi si potrebbero fare quasi 20 ore di Mistero Buffo è un meccanismo di comicità perfetta. Alcune storie sono medievali, altre risalgono al III secolo dopo Cristo, sono dei meccanismi dentro la nostra cultura e basta arrivarci con parole, concetti e frasi che escono dalla nostra memoria primordiale, i meccanismi comici sono gli stessi è cambiato un po’ il linguaggio che ha cercato di addolcire rendendolo un po’ più attuale, pur mantenendone intatta la struttura comica riunita alla gestualità.”
Mario, lei reinterpreta i testi di Fo con assoluta fedeltà, riuscendo però a far emergere la sua personale carica espressiva, come s’immerge in un testo? “Quando recito un testo la gente sente che lo spettacolo è mio, è vero è di Dario, ma è anche mio, il dramma di questi spettacoli è che se tu cerchi troppo di essere simile all’originale sbagli, vieni subito criticato, per cui bisogna avere una personale carica espressiva. Questo testo è talmente potente che i suoi meccanismi di scrittura non si possono sciogliere”.
Perché, quindi, in un epoca come la nostra in cui tutto sembra sfiorarci senza lasciare il segno, l’opera di Fo, riesce ancora ad essere tanto presente? “Si, certamente, il teatro di Dario è per tutti, è attualissimo, si è diffusa la falsa convinzione che sia un teatro troppo impegnato e difficile, ma è semplicemente un grande storytelling. Ho conosciuto persone che si occupano di teatro, organizzatori culturali che mi hanno detto che è complicato, ma non lo è, è moderno e comprensibile, guardi me, io non ero mai stato a teatro e non lo amavo ed invece… io sono l’esempio più lampante di quanto esso sia facile e chiaro.”
Cosa è necessario per fare “Teatro”, un Teatro o “Teatro” è “Ovunque”? “Dunque, gli spettacoli teatrali di Dario, soprattutto “Mistero Buffo”, si possono rappresentare ovunque. In una chiesa sconsacrata o consacrata che sia, in un aia, una pubblica piazza ovviamente con le opportune condizioni, c’è sempre bisogno di una pedana, di un palco. Il teatro di Fo può davvero essere recitato ovunque.”
Dario Fo come i giullari medievali, uomini che giravano di corte in corte diffondendo un tipo di cultura semplice, “homini ludens” uomini giuocanti che sorridevano della vita, lei si ritiene un “homo ludens”? “Io mi ritengo una persona giocante e felice, sono di mia natura una persona a cui piace sorridere, scherzare, sono sempre disponibile ad ascoltare e sentire”.
Cosa consiglia ad un giovane che vuole avvicinarsi al teatro? “Ad un giovane che vuole avvicinarsi al teatro consiglio sempre di entrare a far parte di una compagnia teatrale al più presto possibile, fare qualsiasi ruolo, l’importante è che si respiri il teatro dall’interno che si abbia a che fare direttamente con l’esperienza. Pensi che io per iniziare a recitare ci ho messo 9 anni.”
Si emoziona ancora quando recita?  “L’emozione è un elemento necessario per l’attore, essere troppo freddi e professionali non serve, il pubblico è attento anche se non è mai stato a teatro, sente subito cosa accade sul palcoscenico dal primo momento in cui l’attore entra. E’ un fatto incredibile. L’emozione è una giusta dose, serve ed è importante, non bisogna farsi prendere da essa, ma dosarla.”
E’ difficile spiegare Mario Pirovano con una definizione, lei è attore, interprete, traduttore, in quale di queste anime si rispecchia di più? “Traduco da tempo i testi di Dario tra cui uno spettacolo che non era mai stato tradotto, che molti non volevano trasporre perché affermavano che non avrebbe funzionato teatralmente. Hanno preso una cantonata micidiale perché ha avuto una grandissima fama essendo incentrato sulla vita di San Francesco, “Lu santu jullare Francesco” e l’abbiamo portato in tutto il mondo.”
Nel suo percorso artistico alterna piazze italiane a prestigiosi teatri all’estero, passando con facilità dai dialetti padani, all’italiano, allo spagnolo, all’inglese. Sono oltre 20 anni che porta il teatro di Dario Fo in Italia ed in Europa. Che differenza c’è tra i vari pubblici con cui viene in contatto? “Il pubblico è sempre diverso, per esempio i britannici sono molto difficili da conquistare, ma quando li rendi partecipi sono un pubblico eccezionale. Bisogna sollecitare le parti comiche ed umoristiche del loro essere, non si concedono tanto facilmente, quando sei sul palco sei sempre in tensione e recitare nella loro lingua non è semplice, sono molto attenti alla lingua, ci tengono. Sono riuscito a fare la traduzione di “Francesco” in un modo così straordinario che addirittura una casa editrice inglese ha voluto pubblicarne il testo”.
Quali sono i suoi prossimi progetti, vuole parlarcene? “Continuo a girare con “Mistero Buffo” mentre con i prossimi spettacoli sarò a Lecco e Chiavenna in Nord Italia, poi sono stato invitato al Carnevale di Fano sempre con “Mistero Buffo”, a Cesenatico che è la seconda casa di Dario Fo e Franca Rame dove vivevano fin da quando avevano trent’anni, poi in tournèe in Asia, a Singapore, in Malesia. Vorrei poi organizzare una mostra di quadri di Dario, ho tante cose da fare. Vuole sapere qual è unico cruccio così chiudiamo? E’non riuscire a venire al sud…Ma la vita è lunga…”


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Barbara Eramo, una storia da raccontare… Intervista e video…

in Anna Lamonaca Blog/La Musica/Pianeta Donna by
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Un articolo di Anna Lamonaca
Un articolo di Anna Lamonaca

Barbara Eramo, cantante, artista, raccontiamola…

Abbiamo incontrato l’ammaliante cantante in occasione del prossimo evento che la vedrà ospite  di Cafè Loti  presso l’Auditorium Parco della musica di Roma il 18 gennaio…

Viso luminoso, occhi trasparenti, una storia da raccontare, la musica è la sua vita, il linguaggio preferito che lei usa per interagire col mondo o per prenderne le distanze, quando serve. Tutto questo è Barbara Eramo, cantante tarantina dalla carriera ricca di soddisfazioni, successi e nuovi progetti work in progress, la talentuosa interprete ed autrice si racconta al nostro giornale in una interessante intervista:

Partiamo dalle origini e facciamo un excursus nella tua carriera, quando hai capito che nella tua vita avresti fatto la cantante?  “Diciamo che è stata una conseguenza naturale dovuta al fatto che ho cominciato ad esibirmi in pubblico a 15 anni e non ho mai piu smesso. A 19  anni mi sono trasferita a Roma (sono pugliese della provincia di Taranto Ginosa Marina) per iscrivermi all’università, ma era chiaro per me ed in fondo anche per i miei genitori che si trattava di un alibi: andavo a Roma per concretizzare questa passione e quindi ad un certo punto , guardandomi indietro ho potuto constatare che si, avevo fatto una scelta di vita.”

Negli anni ’90 con Passavanti  vinci il premio della critica nella sezione giovani del Festival di Sanremo, in seguito esce l’album “Oro e Ruggine” vuoi parlarci di queste esperienze?

“Farne un sunto è difficile, ma ha sicuramente creato un evento consistente nella mia vita professionale. E’ indubbio che la mia vita musicale e forse non solo, si divide in “prima” e “dopo” Sanremo. Penso di non aver mai vissuto per così tanti giorni di seguito un’emozione così forte, misto di felicità e terrore. Bellissimo ricordo ed anche un po’ doloroso non posso negarlo, ma di un dolore ormai quieto in qualche modo risolto, compensato dalle tante esperienze bellissime e palchi vissuti in seguito che hanno stemperato la delusione di quel sogno rimasto sospeso.”


Hai collaborato con Bacalov nel brano “L’amore promesso” colonna sonora del film “Milonga”; sei interprete ed autrice di colonne sonore per il cinema e la televisione ed hai cantato anche in quella del film “Tale of Tales” di Garrone, certo si può dire che sei sicuramente un’artista eclettica oltre ad interpretare sei autrice e collabori con musicisti, quali di questi ruoli preferisci?  “Indubbiamente il mio strumento è la voce  quindi amo farne uso in qualunque veste musicale, per comporre mi accompagno con diversi strumenti – piano, chitarra, ukulele o sovrapposizioni vocali, ma a volte sono sufficienti anche solo una passeggiata nella natura ed il vento, dipende dal momento e dall’ispirazione comunque mi  piace comporre o poter collaborare alla scrittura non solo essere interprete.”

Nel 2008 è uscito il tuo album solista “In Trasparenza” perché questo titolo? “ Ho scelto questo titolo perché mi mostravo  intimamente scegliendo di cantare quei brani, quelle melodie e quei testi. Non ho prestato ascolto, dal punto di vista delle intenzioni discografiche , alle hit radiofoniche o discorsi di questo tipo…seguivo ciò che mi piaceva davvero, come è sempre stato del resto e come desidero che sia sempre.”

Nel 2010 è uscito il tuo Cd “Oriental Night Fever” realizzato insieme al musicista produttore francese Hector Zazou e a Stefano Saletti. Raccontaci di questo progetto …

“Hector Zazou è stato uno dei musicisti più importanti al quale devo infinitamente per la mia formazione musicale. L’ho conosciuto quasi per caso a Parigi, grazie alla mediazione di un amico. Volevo ascoltasse la mia musica perché amavo il modo in cui lavorava sul suono il suo disco “Les chansons des mers Froid” mi ha letteralmente folgorato ed ospita artisti come Bjork, Laurie Anderson, ha lavorato con David Sylvian, Ruky Sakamoto per me era una specie di leggenda vivente. Dopo tre anni mi ha proposto di fare questo disco insieme ed immagina la mia felicità. Purtroppo durante la lavorazione è venuto a mancare e forse solo dopo mi sono resa ancor più conto dell’immensa fortuna che ho avuto ad aver lavorato con lui. Lo penso spesso e credo che anche grazie a lui ho preso il coraggio in seguito di realizzare il mio disco “Emily”.

Uno dei tuoi più recenti progetti è “Emily”, un concept album di tue composizioni su  poesie di Emily Dickinson come nasce  e perché hai scelto proprio questa poetessa?

La fascinazione è stata leggerla e cantarla immediatamente, è di una musicalità sconvolgente. Una scrittura non immediata la sua, ma se aggiri il filtro della ragione ti arriva dritta in pancia. Questo mi ha colpito: il senso mistico della natura intrisa al tempo stesso di umanità e viceversa, questa esplosione di vita ed inoltre la sua assoluta contemporaneità, il suo linguaggio immaginifico ma mai melenso. E’ stato ancora più sconvolgente quando poi, leggendo la sua biografia, ho scoperto che viveva come una reclusa dentro casa. Sembrava famelica di vita, ma la viveva solo dentro di sé. Ho in comune con lei questo modo intimo, privato, di vivere in disparte le passioni; anche un certo senso di inadeguatezza al mondo e l’idea di costruirsene uno “tutto per sé” grazie all’immaginazione tuttavia non potrei mai rinunciare all’esplorazione del reale, per lo meno per come sinora mi conosco”.

Hai collaborato con tanti artisti, ma è difficile schierarsi da solista nel panorama musicale italiano? “Si , sempre più. I talent certo non aiutano, è la famigerata fabbrica delle illusioni. Molti giovani, anche dotati, spesso sono costretti a rivolgersi a questi programmi per cercare una propria collocazione nel mondo della musica, ma questi format vanno a discapito dell’arte e della sua funzione fondamentale che dovrebbe essere quella di elevare l’anima dall’ordinario. Siamo diventati tutti dei prodotti da scaffale per questo mi sono rivolta ad un circuito diverso, indipendente. E’ faticoso, ma mi permette di scegliere quello che voglio cantare e questo è impagabile e non c’è fama che tenga.”

Mescoli molte sonorità e stili come mai questa mescolanza? “Per mantenere vivo l’amore per questo lavoro. La mia indole musicale mi porta ad avere un approccio essenzialmente emotivo, curioso ed esplorativo – ed aggiungo poco ortodosso. Il mio modo di immergermi nella musica è totalmente esperienziale, non accademico. E’ così che ho formato la mia personalità musicale. Sono passata attraverso varie passioni dall’adolescenza ad oggi, grazie ad artisti che mi hanno illuminato: per questa ragione non amo chiudermi stilisticamente perché ho sperimentato molto spesso la bellezza della folgorazione che nulla toglie alle precedenti, anzi! Ogni volta scopro possibilità espressive diverse che aggiungono ed espandono l’ispirazione. Di fondo c’è una sorta d’inquietudine, un non accontentarsi o adagiarsi troppo… Mantenere vivo l’amore per la musica appunto.”


 Quali sono i tuoi progetti per il futuro?Parliamo dei prossimi appuntamenti …

“Sto raccogliendo le idee per il prossimo disco, è tutto ancora embrionale, ma comincio ad intravedere la luce. Proseguo l’attività concertistica – il 18 gennaio sarò ospite del Cafè Loti all’Auditorium parco della Musica di Roma, il 9 febbraio sarò con la mia band in concerto a “Na Cosetta” a Roma zona Pigneto, a marzo saremo a Padova e Lago di Garda ed a giugno all’Istituto Italiano di Cultura di Parigi ospite del pianista jazz Nico Morelli –  inoltre voglio continuare a portare la mia musica all’estero perché trovo molti stimoli umani e creativi grazie ai viaggi. Unire queste due passioni, musica e viaggi, mi fa dire grazie alla vita ogni volta.”

Barbara Eramo...


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