Il Futuro? Solidale…

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Pepsi e Popcorn Blog

Critiche Cinema, Teatro, Spettacolo a gogò!

Africabar, il teatro racconta le migrazioni.

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Africabar scena
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Un articolo di Pamela Crusco

Stasera al Teatro Argentina la prima di Africabar, uno spettacolo di Riccardo Vannuccini che vede tra i protagonisti attori provenienti da centri di accoglienza per rifugiati e insieme ai due spettacoli precedenti Sabbia e Respiro forma la Trilogia del Deserto che tratta l’argomento delle migrazioni forzate.
Noi abbiamo avuto il privilegio di assistere in anteprima ad alcune scene e di intervistare il regista e uno degli attori, Cedric Musau Kasongo.

“La fantasia dello spettatore è libera di giocare e di combinare le scene, le musiche, i corpi. La nostra azione scenica si conclude nel suo stesso apparire, non c’è rimando a nessun supremo, fosse il testo letterario o il comune sentire. Non assisterete dunque ad alcuna recita drammatica non ci sono racconti o personaggi dove ogni attore fa finta di essere qualcun altro. Africabar non è uno spettacolo ordinato ma disordinato, non c’è nessun messaggio, nessun filo conduttore”

Si tratta di uno spettacolo non tradizionale, che punta sull’emozione da trasmettere al pubblico.
La platea è sempre coinvolta a partire da una delle scene iniziali che sfiora la metateatralità e durante lo svolgimento dello spettacolo che vede gli attori rivolgersi spesso allo spettatore.
Si intrecciano lunghi discorsi in lingue diverse perché la multinazionalità e il multilinguismo sono uno dei punti fondamentali del lavoro della compagnia.
Lars Rohm è tedesco, Anna Carlier francese, in italiano recitano invece Alba Bartoli, Maria Sandrelli e Eva Grieco (che abbiamo appena visto al cinema con Sole cuore amore di Daniele Vicari) e lo stesso Vannuccini.
In questa Torre di Babele, il pubblico, però, non si sente mai smarrito: è sempre accompagnato dagli attori di scena in scena e anzi, si sente coinvolto in quello che accade.
Vi lasciamo all’intervista e vi ricordiamo che lo spettacolo sarà in scena all’Argentina fino a sabato 24.

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Nerve: tu vuoi essere uno spettatore o un giocatore?

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copertina nerve
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Un articolo di Pamela Crusco

Nerve è uno di quei film che può lasciare il segno in una generazione di adolescenti.
Non è altro che una pellicola per ragazzini nati nell’era della cibernetica (raccontata molto male, tra l’altro), che vedono ovunque il complotto; la maldestra descrizione di uno scenario cyber fantasy figlio di esempi di racconti distopici come Hunger games o Divergent.
Gli elementi chiave e ricorrenti nel genere sono: il dove ( la città), il quando ( un’intera notte, il buio è un elemento essenziale), il come ( attraverso la rete).
La realizzazione lascia un po’ a desiderare ma la tematica è interessante; si combatte contro un nemico invisibile perché l’umanità stessa è nemica dell’umanità.

La tensione ad ogni modo si fa sentire, sia nelle numerose scene dall’alto in cui c’è sempre qualcuno che da un momento all’altro potrebbe cadere nel vuoto, sia nella prigionia claustrofobica che il gioco stesso impone ai giocatori e agli spettatori. D’altronde i registi sono gli stessi di  Paranormal Activity 3 e Paranormal Activity 4.
La protagonista femminile Vee è interpretata da Emma Roberts, il nome forse può già dirvi qualcosa, poiché la zia della nostra giocatrice non è altro che la più famosa Julia Roberts.
Il protagonista maschile Ian , in quanto a parentele di spicco nulla ha da invidiare alla sua collega, Dave Franco infatti è il fratello minore di James Franco; al primo sorriso è subito evidente la somiglianza.
Il cattivone invece è un rapper, Machine Gun Kelly che aveva già lavorato con i due registi in Viral.
Nerve è la metafora di una società che ci spinge ad essere come lei vuole, una società che, nascosta dietro ad uno schermo e ad una falsa identità, non si fa scrupoli a metterci gli uni contro gli altri.
Nerve non può che farci pensare all’indagine sulla Blue Whale, il macabro gioco fatto di prove imposte ai partecipanti da una società invisibile che detta le regole. Gioco che una volta iniziato deve proseguire secondo regola poiché il rischio è quello che gli ideatori possano controllare la vita dei giocatori.
Nerve si muove come un virus all’interno di computer, telefoni cellulari e supporti elettronici ma in maniera altrettanto virale si è radicato anche tra le persone corrompendo anche i vertici della società stessa.
Solo con un grosso lavoro di educazione si può permettere ai partecipanti di comprendere che tutti siamo colpevoli.

Come di consueto non poteva mancare una piccola curiosità e… per rimanere in tema, da veri e propri watcher diamo una sbirciatina al backstage

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Tremate… La Mummia è stata risvegliata!

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mummia
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Un articolo di Pamela Crusco

La commedia horror con Sofia Boutella e Tom Cruise vi aspetta nelle sale

Non stavo prendendo a cuor leggero l’idea di andare a vedere La Mummia,  e il motivo di tanta cautela era per lo più dovuto al fatto che coloro i quali lo avevano visto in anteprima lo descrivevano come un film horror.
Sono arrivata in sala con l’idea che dovevo aspettarmi qualcosa di profondamente diverso dalla vecchia trilogia de La Mummia con Brendan Fraser ( La Mummia, La Mummia – il ritorno e La Mummia – La tomba dell’ Imperatore Dragone ) in cui i momenti di tensione sono sempre resi più digeribili dall’ironia dei protagonisti.
L’aspettativa di vivere attimi di terrore era talmente viva che alla fine anche una fifona come me ne è rimasta delusa. Scriveva Edmund Burke: <Tutto ciò che può destare idee di dolore e di pericolo, ossia tutto ciò che è in certo senso terribile, o che riguarda oggetti terribili, o che agisce in modo analogo al terrore, è una fonte del sublime; ossia è ciò che produce la più forte emozione che l’animo sia capace di sentire>
Quello che voglio dire è che, alla fine, senza rendermene conto avevo il desiderio di avere paura. E invece niente… ho affrontato stoicamente, senza neppure un conato di vomito, apparizioni improvvise di morti ammazzati, scene scarsamente splatter e perfino il tipo poco raccomandabile seduto a due poltrone da me che trangugiava i suoi nachos con salsa al formaggio.


Il film è abbastanza godibile, peccato che Alex Kurtzman (già affermato autore di film di successo come The legend of Zorro, Transformers e Star Trek) abbia scelto per la parte del protagonista un attore come Tom Cruise ( a vostra scelta la pronuncia Crùis o Cruz, non siamo così fiscali) con il quale aveva lavorato in Mission: Impossible III.
Decisamente, la parte della mummia più che quella del ladro-eroe, sarebbe stata adatta alle sue capacità attoriali e alla sua forza espressiva; ma si sa, il caro Tom è affine alle tematiche dell’occulto data la sua affiliazione alla chiesa di Scientology.
Per non parlare dell’esaltazione della prestanza fisica di un ultra cinquantenne che a forza di botulino sugli zigomi si è visto ridurre gli occhi a due sottili fessure (come minimo mi aspetto di vederlo in un live action sui Pokémon nella parte di Brock) .
Altra nota negativa è di certo il velo opaco che ha gettato su quelle scene comiche che solo per merito di Jake Johnson ( Nick di New Girl ) sono rimaste saldamente in piedi.
Un plauso alla Mummia Sofia Boutella (anche lei proveniente dal mondo di Star Trek) perfettamente adatta nella parte sia dal punto di vista della performance che da quello dell’aspetto fisionomico.
Che dire poi di un Russel Crowe tanto ambiguo da essere stato strappato dalla letteratura inglese di genere fantastico…
Il film, naturalmente, è da vedere perché per fortuna il soggetto costruisce da sé la storia grazie anche agli spunti suggeriti dalla trilogia precedente e dall’originale La mummia del 1932 e perché, come ovvio, questa pellicola segna l’avvio di un remake di tutta la saga.

Neppure stavolta può mancare un extra curiosissimo 😉 : ricordate la nostra mummia Sofia Boutella trasformata in un Michael Jackson al femminile nel video di Hollywood Tonight singolo uscito nel 2011 dopo la morte del cantante?

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Wow… Wonder Woman is back!

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Wonder Woman copertina
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Un articolo di Pamela Crusco

Wonder Woman, l’eroina sexy e fantastica ideata da William Moulton Marston, è arrivata al cinema

Ebbene sì: il quarto attacco sferrato dall’ universo DC contro una già ben avviata produzione Marvel non ha potuto che catturare nelle proprie spire il lato più spiccatamente nerd della mia personalità! La calamita non poteva che essere il nuovo Wonder Woman rise of the warrior.
Più di centoquaranta minuti di orgoglio femminista (non a caso la regista è Patty Jenkis la stessa di Monster)  naturalmente condito dalla mai celata speranza che il tutto possa, il più delle volte, risolversi in un’ appassionata storia d’amore tra i protagonisti.
(Lei, Gal Gadot già vista in Fast and Furious; lui Chris Pine il Capitano Kirk della più recente trilogia di Star Trek)
L’intero film, che inizia con un collegamento al precedente Batman vs Superman: dawn of justice, sfrutta l’espediente del flashback. Diana riceve in dono da Bruce Wayne una fotografia ( già apparsa per l’appunto nella succitata pellicola) che rappresenta la donna in mezzo a quattro figure maschili. Pochi istanti e da un claustrofobico ufficio parigino veniamo trasportati in uno scenario neoclassico degno anche del più accanito spettatore di Xena, principessa guerriera.
Temiscira è il luogo bucolico, lontano dalla corruzione degli esseri umani, protetto da uno scudo atmosferico invisibile (e difettoso) in cui le Amazzoni addestrano corpo e mente, e in cui non si vedono uomini da millenni. Praticamente un luogo in cui trovi la tavoletta del water sempre a posto e non devi ripetere le cose la seconda, terza, quarta volta.
La vita è ad uno stadio più primitivo, essenziale, lontano dai condizionamenti sociali, soprattutto quelli che regolano il rapporto uomo-donna, d’altronde se di uomini ne hai solo sentito parlare, quando ne incontri uno per la prima volta le formalità le lasci da parte.
Per tutta la durata della pellicola si è trasportati inevitabilmente in mondi cinematografici in netta antitesi tra loro: è un comic movie, certamente, ma anche un film di guerra e un racconto mitologico condito da topoi ricorrenti nella trasposizione dai fumetti.
Personaggi ben delineati: una Wonder Woman che evolve senza forzature durante tutta la proiezione e la creazione di una “ciurma” eterogenea, una scienziata pazza e non ultimo un “molto sopra la media” Steve Trevor che si concede un’ironica autocelebrazione.
Interessante in fine l’adattamento che non solo tiene ben conto di un buon sincronismo vocale, ma si preoccupa di rimaneggiare un paio di scene per sostituire a testi scritti in lingua originale altrettanti testi tradotti in italiano; l’unica stranezza è nel nome della protagonista che nel teaser è pronunciato all’americana (Daiana) mentre nel film alla latina (Diana).
Qualsiasi motivo spinga ad andare a vedere questo film, che sia la storia del personaggio, la fede al continuum narrativo che lo lega ai precedenti o il vestitino poco coprente della protagonista, le aspettative sono sufficientemente ripagate.

Non ci resta che attendere, a fine anno, l’uscita di Justice League per ritrovare la nostra eroina in compagnia di Batman e Superman.
Vuoi sapere di più sulla nostra eroina? Clicka qua…

Godetevi anche le scene migliori del film… 😉 alcune scene… che vi credevate, di cavarvela così? Vi tocca vederlo…

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