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“Il Cacciatore”, tra realtà e finzione, questa sera l’atteso debutto, l’intervista

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Intervista a Marco Rossetti, alias Leonardo Zazza ne “Il Cacciatore”, in onda da stasera su Rai2.

E’ una serie crime che racconta la storia vera del procuratore che, negli anni ’90, ha mandato in galera alcuni tra i boss più crudeli della mafia siciliana moderna, come Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca.

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Un articolo di Giulia Fiume

Lo sguardo è indubbiamente rivolto verso il mercato internazionale e lo stesso raccontano le immagini: una fotografia valorizzante, così fascinosa da catturarti senza scampo. La Sicilia mai fu così “bedda” d’aspetto, ma nel cuore della quale si celano osceni segreti, come la Storia purtroppo racconta.
Ed ancora, Francesco Montanari abbrutito da una magrezza spinta e da abiti troppo larghi nei panni del protagonista; la giustezza nella rappresentazione del cattivo, non “cattivo e basta” ma ambiguo, inquietante…
Questo ed altro sono gli ingredienti che faranno della serie “Il cacciatore”, da stasera in onda su Rai 2 in prima serata, un grandissimo successo.
Il primo “Bravò” va ai registi Stefano Lodovichi, in primis, e Davide Marengo, giovani ma sapienti nell’utilizzo della macchina da presa, ed affiancati da un cast tecnico di tutto punto.
Tutto il racconto si concentra sulla complessa personalità del ‘cacciatore’ appunto, Saverio Barone (personaggio ispirato liberamente a quello del magistrato italiano Alfonso Sabella), un uomo che sacrifica la sua vita in favore della giustizia.
Ma passiamo la parola ad un testimone di questa riuscita conclamata, Marco Rossetti, che interpreta il ruolo di Leonardo Zazza, capo della scorta del pm Barone.

– Marco chi è Leonardo e che rapporto ha con il pm Barone.

MR: Forse riesco facilmente a spiegarmi citando uno scambio tra i nostri personaggi:
“Dottore ha mangiato”
“Non mi ricordo”
E corro a preparargli qualcosa.
Da “semplice” capo scorta a confidente ed amico fraterno, questo sono Leonardo e il pm.

– Abbiamo noi tutti avuto l’ opportunità di gustare in anticipo i primi due episodi attraverso il portale Raiplay. Riassumendo direi: una crudeltà “all’Americana”, avvincente ma patinata.

MR: Capisco che intendi. Infatti se dovessi paragonarla stilisticamente a qualche prodotto esistente direi più “Narcos” che “Gomorra” o “Suburra”. Avviso qualcosa di nuovo rispetto alla serialità proposta fin’oggi in Italia.

– Chissà dunque che non faccia da apri-pista ad occasioni all’estero. Ti piacerebbe?

MR: Magari!!! Sarebbe magnifico. Avrei solo da imparare. Certo non lo farei di mia sponte. Nel senso, andarmene per “tentare” non lo ritengo più opportuno. Non mi sento vecchio eh! Ma d’aver, passami il termine, “scavallato” temporalmente quell’occasione . Oltretutto ho a lungo seminato qui ed ho iniziato a raccogliere con grande soddisfazione i frutti di tanto faticare, per cui “STO”.

– Già si vocifera sarà un successo. La candidatura a Cannes è una prova tangibile: tra le 10 serie in lizza, unica italiana. Secondo te a cosa è dovuto?

MR: Perchè è “GIOVANE”. E per giovane intendo “di respiro”. Vedute che fanno la differenza. Cosi come ha simpaticamente dichiarato il direttore della CROSS PRODUCTION, Rosario Rinaldi, che di anni ne ha, ma d’animo ha dimostrato l’entusiasmo di un ragazzino davanti ad un progetto, prodotto poi, del genere. I registi giovani ed in gamba. Entusiasta io. Così come tutto il resto del cast tecnico e la produzione stessa.

E noi ringraziamo Marco Rossetti di questo assaggio, augurando a tutti voi de “Il Cacciatore” il nostro migliore ‘in bocca al lupo’.


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IL CASO “THE PLACE”

in Giulia Fiume Blog/Il Cinema/Pepsi e Popcorn Blog/Ultimi Pubblicati by

Il caso “The Place”. Promessa mantenuta?


THE PLACE… Tra disagi dovuti al meteo ed elezioni alle porte, quale modo migliore per distrarsi dal malumore se non godere di un un film a casa tra pop corn e pepsi???

un articolo di giulia fiume
un articolo di Giulia Fiume

“Sono una suora! …Mi sta chiedendo di andare con un uomo. È una richiesta Assurda!”

“Lei mi ha appena chiesto di ritrovare Dio!”

Che sia la copia di qualcosa (e cioè un adattamento della serie tv statunitense “The Booth at the End”) o anche “la brutta copia” come ho sentito dire, ha comunque raggiunto l’ obiettivo di farne parlare.
Oltretutto l’attesa era altissima considerato il successo di “Perfetti sconosciuti” (film che ho AMATO!).

Stiamo parlando del tanto discusso “THE PLACE”!!!

Fino a che punto l’essere umano è in grado di spingersi pur di appagare l’urgenza.
Il tema è riassumibile nel famoso “patto col diavolo”, esempio spicciolo: la tua anima in cambio della vita eterna.
Nel caso specifico, la richiesta compromette la felicità altrui in cambio di qualcosa per se.

Certo è che non manca di gusto, cosa per cui Genovese si è sempre contraddistinto, ma tendando di spiegarmi i commenti da parte di amici insoddisfatti, ho recuperato il dvd ed ho tratto qualche conclusione.
Scendo nel dettaglio avanzando probabilità, non certo assoluti.

Probabilmente un Mastandrea che, se da una parte il naturalismo e’ indubbiamente una qualità, dall’altra lo riduce FORSE ad una interpretazione “piccola” rispetto a ciò che è in grado e che raggiunge sul finire.
Spostiamoci su Rocco (Papaleo) e qui la questione non è interpretativa.
Non è FORSE vero-simile che un meccanico (ed intendo lo stereotipo) si confronti con un linguaggio così alto o che abbia una capacità di ragionamento così articolata, e questo linguaggio cozza ancor più se la richiesta (plausibilissima) sia di trascorrere una notte di sesso con la sua porno-star del cuore.
Non me ne voglia la categoria, ma in aula dicono che il cinema debba raccontarsi chiaramente e lo stereotipo appunto, a meno che non lo si giustifichi narrativamente, ha delle regole.
Lo sviluppo del rapporto è decisamente più appagante per quanto stonato perché dal risvolto inquietante.

Borghi ci piace, giusto FORSE un appunto sulla mancata attenzione durante il primo incontro, alla specchiatura dell’occhiale da cieco che bagnata dal sole ha tradito (o comunque così sembrerebbe) qualche occhiata da vedente rispetto all’ immobilità vuota che mantiene lungo il percorso. Si conferma un ottimo attore, sfuggendo dalla solita caratterizzazione grazie al Genovese.
Nulla si può dire della Ferilli che aderisce dolcemente al personaggio di Angela, anche se troppo poco è stato concesso ad un interessante “gioco del silenzio” tra lei e Mastandrea, sarebbe FORSE bastato farlo durare di più ed anticiparlo con una maggiore cortesia da parte del protagonista, o al contrario meno insistenza da parte di lei ?

Altrettanto azzeccata e decisamente la mia preferita “Suor” Alba, il cui personaggio vanta della linea narrativa più avvincente.
Una storia che risulta accessoria, o comunque a servizio è quella interpretata da Vinicio Marchioni, FORSE perché la finzione attoriale proposta non ha lasciato grande spazio all’empatia.
Giallini “a casa” ed azzeccato nell’interpretare il ruolo del poliziotto corrotto ed in cerca di redenzione, Muccino salvo in calcio d’angolo dopo un ingresso incerto, brave la Puccini e di più ancora la D’Amico.
Saranno i momenti di eccessiva retorica (e c’è chi la trova rassicurante), o la regia che chiude quadri in dissolvenza (scelta cosciente), o anche l’immenso precedente cinematografico ad aver lasciato insoddisfatti alcuni spettatori? Ma non lo direi un film non riuscito.

Splendida la fotografia di Fabrizio Lucci.


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Tre manifesti a Ebbing, Missouri

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Tre manifesti ad Ebbing, è un film che può sconvolgervi?

un articolo di giulia fiume
un articolo di Giulia Fiume

“La violenza genera violenza. Si l’ho detto. L’ho letto in un libro… In realtà su di un segna libro…”

Una breve traccia di un dialogo dal sapore didascalico, pronunciato da una poco più che comparsa, la fidanzata 19enne dell’ex marito della protagonista Mildred, Frances McDormand, poche parole in cui troverete però, la chiave dell’intero film.

Un film il cui titolo fa annusare quel non so che di politicizzato, e partendo dal racconto d’un fatto di cronaca (la morte della figlia di Mildred, vittima di stupro ed omicidio), si sposta su di un altro tema e cioè le mancanze delle forze dell’ordine di Ebbing in Missouri, per rilevare, alla fine, la benché minima volontà di trattare veramente nessuno di questi argomenti.

Tutti pretesti perche’ emerga qualcosa di molto meno evidente ma ancor più utile:  interrompere il meccanismo violento generato dalla compressione, dal silenzio, rabbia, impotenza, ineluttabilità della vita e quanto ci spetti poiche’ umani.

Forse proprio in questo la sceneggiatura può dirsi (oltre che mirabilmente scritta) originale:
non un racconto sulla violenza, o di violenza, ma un “trattato” su come venirne fuori e perché.

Attraverso la storia di altri, come il buon cinema sa fare, ma senza venirne travolti drammaticamente seppur coinvolti da spettatori.

Arrendersi all’amore, questo tocca fare.

Accecati da singole urgenze, questi grandissimi protagonisti (Shakespeariani oserei dire), perdono di vista il senso della vita, arrivando a toccare ciascuno per se il proprio fondo.

E nel fondo si ritroveranno tutti e stretti ad indagare incoscientemente le ragioni per cui non ha senso procedere nella direzione sbagliata ed al contrario godere di questo grande dono che è vivere.

Altra grande qualità della scrittura è che tutti “parlano come mangiano”, come si suol dire in volgare: pensieri crudi così come si e’ soliti generarli nella testa, poche formalità visto il contesto “di paese”, ed anche grande ironìa, infatti non mancano chicche di sorprendente ilarità.

Attori all’altezza, fotografia affine ad una regia convincente, racconto inebriante.

Scritto e diretto da Martin McDonagh, vanta di un super cast tra cui Frances McDormand, Woody Harrelson e menzione speciale a Sam Rockwell.

E’ giustamente candidato agli Oscar, dopo aver già raccolto premi ed applausi ai BAFTA 2018.


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Dove abbiamo visto questo Film? Ma a Roma, al Cinema Madison perbacco!!!marchio-cinema-madison

Viva i Cinema

indipendenti !!!

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