Il Futuro? Solidale…

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Come eri vestita?- Una mostra per imparare a rispettare le donne

in Il Sociale by

Realizzata dal Centro prevenzione e formazione sessuale di una scuola del Kansas contro lo stupro

Un Articolo di Anna Lamonaca
Un articolo di Anna Lamonaca

Viviamo in una società violenta, una realtà che ha poco rispetto per le donne e la giornata internazionale contro la violenza sulle donne è stata l’occasione per analizzare ancora questo problema che ogni anno provoca tante vittime. In Italia ogni due giorni e mezzo una donna muore uccisa per mano di un uomo che avrebbe dovuto amarla: fidanzato, marito, amante, amico, fratello, padre. Sempre in Italia si contano quasi 11 stupri al giorno,  4mila ogni anno e oltre un milione di donne colpite nel corso della vita. Sono 3 milioni e 466 mila, secondo l’Istat, le donne che nell’arco della propria vita hanno subito stalking, ovvero atti persecutori da parte di qualcuno, il 16% tra i 16 e i 70 anni. Di queste, 2 milioni e 151 mila sono vittime di comportamenti persecutori dell’ex partner. Ma il 78% delle donne che ha subito stalking, quasi 8 su 10, non si è rivolta ad alcuna istituzione e non ha cercato aiuto. Il nostro mondo è violento, aggressivo fisicamente, psicologicamente, emotivamente. E’ una quotidianità in cui ciò che conta è il potere, la donna nell’immaginario distorto del violento è una “proprietà”, può essere comandata, usata, abusata, picchiata e nei casi più estremi uccisa. E queste violenze continuano anche nel mondo del lavoro, soprattutto in ambito professionale. Se solo pensiamo al caso Weinstein le molestie erano sotto gli occhi di tutti, ma perché nessuno ha parlato? Alcuni rispondono una questione di giochi di potere. Ci lamentiamo perché le vittime non denunciano, ci accusiamo di omertà, ma quando poi queste donne lo fanno dopo anni di soprusi allora le additiamo. Le processiamo.

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Processi mediatici, processi psicologici. Viviamo nell’epoca in cui l’esibizione del corpo è dominante, in cui l’esteriorità la fa da padrona. Se non sei “figa” meriti di restare in un angolo, ma essere attraenti, non significa però che poi il violento di turno debba approfittarne. Le molestie e le violenze sono dovunque, tra le pareti domestiche, sul luogo di lavoro, fino ad arrivare al mondo dello spettacolo. Ma alla fine non si fa nulla per evitare che certe cose accadano, le donne vengono usate, massacrate, violentate e spesso uccise anche dopo le denunce. L’opinione comune e il preconcetto sono poi quello che più uccide della violenza stessa. Si tende a credere che la colpa sia della donna che ha “provocato”. La prima domanda che si fa alla vittima di uno stupro è: “Come eri vestita?”.- Perché accade? Perché nel mondo perbenista in cui viviamo si tende sempre a colpevolizzare la donna e nell’immaginario comune e collettivo la donna violata è sempre quella che un po’ se lo è andata a cercare. Ebbene mi ha fatto riflettere una mostra allestita di recente dagli studenti dell’Università del Kansas, nel Midwest degli Stati Uniti. 18 vestiti sono stati esposti, per sfatare le convenzioni, per distruggere il pregiudizio ed accanto ad ognuno un pannello con una storia (vera) di poche righe raccontata da una donna che ha subito abusi sessuali e che indossava un vestito proprio simile a quello quand’è successo.

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Ebbene sono abiti normali, per niente succinti, scollati, pantaloni, maglioni, vestiti, magliette, tute da jogging, abiti di uso comune, per niente provocanti. Storie shoccanti che dicono molto, dicono che il vestito non conta nulla, che non importa cosa indossi, lo stupratore violento, per quanto tu sia coperta dalla testa ai piedi, non guarda a quello. “What Were You Wearing?” è un tale pugno allo stomaco che sta facendo il giro del mondo. Le immagini di quegli abiti “da stupro” stanno colpendo la coscienza di tanti che grazie alle condivisioni sui social hanno iniziato a riflettere.

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Ebbene cominciamo a farci delle domande, cominciamo a chiederci anche noi il perché c’è qualcosa di marcio in questa società, in questo mondo che non sa amare più. Io sono senza parole, non credo ai cambiamenti radicali, quelli non accadono mai, l’arroganza, la violenza è un qualcosa che bisognerebbe correggere da dentro, non credo nei mutamenti che vengono dell’esterno, ma credo fermamente nelle evoluzioni dell’anima quelle che avvengono tra le pareti delle case, nelle scuole, bisognerebbe imparare, educarsi all’amore che non è possesso malato, ma è rispetto, verso l’altro, soprattutto verso le donne. Il nostro paese non deve solo dare pene più severe, ma anche educare fin dall’infanzia nelle scuole, in famiglia ad un sentimento che è quello dell“empatia” ad un certo modo di sentire l’altro che vuol dire comprenderlo, rispettarlo, immedesimandosi col suo patire che non vuol dire possedere.


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